Fotografia di Mitchell Sams

La teatralità massimalista e gloriosa di Gucci

Il sogno di qualunque appassionato di moda è entrare nel backstage di una sfilata Gucci. E così Alessandro Michele ha deciso di farci entrare tutti gli invitati allo show.

di Felix Petty; traduzione di Benedetta Pini
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20 febbraio 2020, 2:25pm

Fotografia di Mitchell Sams

La sfilata Gucci A/W 20 è stata piena di metafore, mettendo da parte le solite strutture formali che normalmente tengono insieme i vari elementi una qualsiasi sfilata di moda. Tutto è iniziato in modo innocuo, con una serie di Whatsapp di aggiornamento inviati dal direttore creativo di Gucci Alessandro Michele inviate direttamente ai telefoni degli ospiti, ovvero una fotografia delle sue mani piene di anelli e un dettaglio di un'etichetta Gucci cucita su un cappotto insieme alle parole "Faconnier de Reves" ["Creatore di Sogni", NdT], accompagnato dall'immagine di una statuina di porcellana cinese. Una sbirciata dietro le quinte per prepararci alla vera e propria scoperta del backstage della sfilata. Gli ospiti che sono entrati dalla porta sul retro rispetto allo spazio normalmente destinato alla sfilata, utilizzata di solito da staff, acconciatori e truccatori (che erano comunque lì, al lavoro sui modelli).

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Il fulcro dell'attenzione era infatti sui lavori in corso, solitamente invisibili e poco conosciuti, per la creazione di grandiosi spettacoli di moda come questo, che nel caso di Alessandro sono spesso simili a dei rituali, e infatti il direttore creativo ha intitolato proprio così le sue sfilate di questa stagione. "Ho sempre considerato le sfilate come un evento magico pieno di fascino," ha dichiarato alla stampa. "Un gesto liturgico che sospende l'ordinario, caricandolo di un eccesso di intensità. Una successione di epifanie e di pensieri espansi che stabilisce una diversa percezione del sensibile."

Ma è stato anche un modo per democratizzare lo sguardo della sfilata, sradicando l'idea che sia la creazione di un solitario genio creativo. Gli ospiti uscivano dal backstage per passare nello spazio principale, dove prendeva forma un'altra metafora: una piattaforma rotante, sopra alla quale i modelli, con capelli e trucco preparati nel backstage, venivano truccati dalla squadra di stilisti e Alessandro stesso. Una volta che questa specie di giostra si fermava sulle note di Bolero di Ravel, i modelli scendevano per sfilare, perfettamente vestiti per il gran finale.

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La potenza di Gucci è la capacità di Michele di creare un intero mondo a partire dalla moda: il direttore creativo non crea solo silhouette ma mood, ecosistemi di vestiti. Tra tutti i 60 look non c'era mai alcun tipo di ripetizione, perché ognuno trasmetteva un carattere specifico di Gucci e di Alessandro. I cenni alla religione hanno amplificato la pregnanza dell'elemento rituale, allineandosi al tema dell'ultima stagione, ovvero quello di concepire la moda come forma di espressione -- strati, vestiti ampi, bondage hanno trovato altrettanto spazio anche qui. E i top bondage in pelle stridevano in modo disturbante e acuto col senso di meraviglia infantile infuso dal resto della sfilata. Giovinezza, sesso e religione che, attraverso il lavoro di Michele, vanno a formare il vero punto centrale del concept: c'è una sorte di bellezza e di espressività poetica da cercare al di sotto del ciclo infinito delle fashion week da cui andiamo e veniamo continuamente.

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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