Foto che celebrano l'importanza del "nido" per la comunità queer

"Siamo noi a creare i nostri nidi, al di là di quelli in cui ci troviamo collocati alla nascita"—trasferendosi a Londra da Napoli a soli 18 anni, Jo Fetto ha sperimentato in prima persona la struggente bellezza delle famiglie che ti scegli.

di Benedetta Melini
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27 ottobre 2020, 6:00am

Il rapporto con il luogo in cui cresciamo non è mai totalmente pacifico, anzi: le esperienze che viviamo durante infanzia e adolescenza finiscono spesso per condizionare l’età adulta. In questo senso, rielaborare le nostre origini rappresenta un passaggio fondamentale verso l’emancipazione, un momento in cui rinegoziare i valori e riferimenti che sono espressione della nostra identità.

Jo Fetto ha intrapreso questo percorso di autodeterminazione attraverso la fotografia, che per lui diventa uno strumento di indagine attraverso cui interrogarsi su relazioni e luoghi del passato. Napoletano con base a Londra, malgrado sia giovanissimo vanta già in portfolio lavori per brand come Bulgari e Stella McCartney. Di recente, un suo autoritratto è stato scelto dalla Tate Modern per una serie di manifesti poi appesi sui muri delle strade di Londra.

Il primo libro di Jo, intitolato “Be My Nest”, contiene tre anni di fotografie scattate tra Italia, Regno Unito, India e Sud America che insieme creano una sorta di bildungsroman per immagini in cui i momenti di intimità quotidiana sono accostati ad autoritratti, nature morte dal sapore barocco e frammenti di viaggi.

Affascinati dal suo lavoro, abbiamo incontrato Jo per parlare della sua pratica fotografica.

Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro

Iniziamo parlando di Be My Nest, qual è il tema al centro del tuo primo libro e come lo hai sviluppato?
Be My Nest è nato dalla necessità di utilizzare la fotografia come strumento di autoanalisi, indagando gli spazi che mi circondano e i miei legami più intimi. I soggetti delle mie fotografie sono quasi sempre amici, familiari, fidanzati e persone della mia comunità.

Fotografandoli nelle loro case e nei backstage, mi sono reso conto dell'importanza che gli spazi privati hanno nel mio processo creativo. Volevo catturare e ricostruire gli spazi in cui i soggetti si sentono a proprio agio, riuscendo a manifestare la propria vulnerabilità. Siamo tutti costantemente alla ricerca di un luogo sicuro in cui trovare conforto e sfuggire alle pressioni della vita quotidiana.

Cosa intendi con “ricostruire uno spazio”?
Ho sempre pensato al set fotografico come a uno spazio estremamente intimo, dove attraverso l'uso di luci, oggetti di scena e fondale posso manipolare la realtà come fosse un'estensione della mia mente. Volevo realizzare una sorta di locus amoenus, uno spazio che permettesse alla creatività di emergere e mi aiutasse ad avere uno scambio empatico con i miei soggetti. Per questo motivo nel libro ho voluto unire lavori di photo documentary a fotografie scattate su set preparati ad hoc.

Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro

Il “nido” del titolo richiama uno spazio molto intimo, quasi materno…
L’idea del nido è nata da una fotografia che ho scattato nell’estate del 2019. Ero su un autobus che da Delhi mi avrebbe portato ad Agra, quando notato un bambino che dormiva in braccio al padre. Era un momento di tenerezza molto semplice, sospeso dalla quotidianità caotica delle strade indiane, e mi ha colpito molto.

Ho pensato che l’immagine del nido fosse perfetta per rappresentare una forma idealizzata delle nostre abitazioni, dei nostri affetti, delle nostre comunità e dei luoghi e situazioni in cui possiamo lasciarci andare e mostrarci spontanei. Il nido può essere uno spazio fisico, come la casa di famiglia, l’appartamento che condividiamo con gli amici o un club; oppure uno spazio emotivo, un partner, gli amici, la famiglia, il lavoro.

Come hai deciso che volevi trasformare questa idea in un libro?
Ho iniziato a pensare a un libro mentre lavoravo al mio progetto finale per l’università. Riguardando i rullini degli ultimi tre anni ho pensato che ci fosse abbastanza materiale per costruire una narrazione visiva intorno al tema del nido così ho iniziato a lavorare in camera oscura. Tutte le fotografie in Be My Nest sono state scattate in analogico. Lavoro sempre in analogico per un motivo: adoro la sensazione che si prova quando lo scatto è stato fatto. Mi piace l'idea che non puoi tornare indietro ma fidarti solo del tuo istinto. L’analogico richiede più sensibilità.

Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro

Oltre al titolo, l’idea di famiglia è centrale nel libro, ma non secondo la visione tradizionale…
L’intero progetto è dedicato alle mie due famiglie: quella che mi ha dato la vita a Napoli e quella che mi ha tenuto in vita quando me ne sono andato di casa a 18 anni. Nella società contemporanea il valore della spontaneità sta perdendo sempre più rilevanza, perché siamo ossessionati dalla nostra immagine sui social media. Personalmente, invece, ho sempre sentito il bisogno di esprimere la mia vulnerabilità.

Per questo per me è stato vitale trovare una seconda famiglia, una comunità di persone queer che condividesse le mie stesse esperienze e visioni e con cui potermi mostrare ed esprimere genuinamente. Dagli scatti ai miei amici ai set che ho costruito insieme a loro, mi è sembrato ancora più chiaro che scegliamo noi dove e su chi fare affidamento, creiamo noi i nostri nidi, al di là di quelli in cui ci troviamo collocati alla nascita.

E della famiglia in cui sei nato cosa ci vuoi raccontare?
Grazie a Be My Nest sono tornato a Napoli dopo più di un anno che non vedevo la mia famiglia. Dovevo superare un sentimento di ansia che mi portavo dietro da quando me ne sono andato. Per molti anni, infatti, ho cercato di rifiutare il mio background, la mia famiglia e la mia città natale. Questo progetto, insieme alla terapia, mi ha aiutato a superare questo rapporto irrisolto con le persone e luoghi del mio passato e a ritrovare la serenità. Finalmente sono riuscito a riappropriarmi delle mie origini.

Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro

Infatti nel tuo lavoro si percepisce molto forte un'identità partenopea…
Da adolescente ho sempre vissuto Napoli come un luogo costrittivo, ma crescendo ho sentito il bisogno di tornarci ed elaborarne le contraddizioni. In particolare, volevo documentare la processione dei femminielli durante la Candelora, l’antico pellegrinaggio in onore della Madonna che celebra un miracolo avvenuto nel XIII secolo. I femminielli sono figure dell’omosessualità mediterranea strettamente legate a Napoli e al suo dualismo tra paganesimo e cattolicesimo. Rappresentano una sorta di "terzo genere", che sovverte le norme binarie. Riscoprire questa tradizione mi ha fatto capire la magia innata del luogo da cui provengo e la sua genuina apertura e inclusività. La sovrapposizione di riti pagani e cattolici, origini greche e latine fanno infatti di Napoli un tessuto sociale complesso e stratificato, e sarebbe stato limitante ripudiare il mio passato e le mie origini. Così li ho resi parte di ciò che sono.

Alcune immagini del libro sono state scattate durante il lockdown. Cosa ha significato per te il concetto di nido durante la quarantena?
Ho trovato particolarmente ironico che durante lo sviluppo di questo progetto l’intera popolazione mondiale si sia trovata costretta in casa, obbligata una volta per tutte a fare i conti con i propri spazi privati. Durante il lockdown ho continuato a lavorare al mio progetto, sfruttando lo spazio in cui mi trovavo e coinvolgendo la grande famiglia queer con cui lo condividevo. Paradossalmente, questa situazione mi ha convinto che Be My Nest poteva essere una risposta emotiva e personale a una crisi che sta colpendo tutti.

Be My Nest è disponibile per l’acquisto qui.

Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro
Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro
Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro
Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro
Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro
Intervista a Jo Fetto sul suo primo libro

Crediti

Testo di Benedetta Melini
Immagini su gentile concessione di Jo Fetto

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