Emre Pakel, il designer turco che trasforma capi classici in abiti ecosostenibili

La verità è che nessuno ha davvero bisogno di una nuova giacca per ogni stagione, quello di cui abbiamo bisogno è speranza per il futuro.

di Giorgia Imbrenda
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19 febbraio 2021, 3:25pm

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Emre Pakel, designer emergente di origini turche che con le sue creazioni va a trattare una delle questioni più urgenti che mai nell’agenda pubblica di oggi: la crisi climatica e la centralità di un approccio sostenibile per contrastarla.

I fulcri concettuali della sua nuova capsule sono due, e strettamente correlati tra loro: sostenibilità e trasformazione, intese come strumenti imprescindibili per trovare una soluzione all’attuale crisi ambientale dilagante.

Un concept che si concretizza a pieno nelle sue creazioni, che prendono forma a partire da capi iconici, classici e intramontabili, a cui il designer dona una seconda nuova vita; lo fa ad esempio con il trench, trasformandolo in felpa oversize, ma anche con le borse, che diventano maxi abiti, e così via.

Il titolo della capsule è dunque chiaro ed eloquente: “ISN'T LESS ENOUGH?”, una versione rivisitata e riattualizzata del classico “Less is more”, la cui risposta sta nella collezione stessa. Incuriosite dal suo immaginario e dalla sua visione della moda, abbiamo deciso di intervistarlo e di farci raccontare cosa c’è dietro alle sue creazioni.

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Ciao Pakel, raccontami di te. Chi sei e da dove vieni?
Non so chi sono, sono ancora nella fase di scoperta di me stesso. Ma so da dove veng: ho iniziato la mia carriera a Istanbul, in Turchia, per poi fondare il mio marchio, Pakel, nel 2008. Tra concorsi nazionali e internazionali per giovani creativi nel campo del Fashion Design, sono riuscito a realizzare le mie collezioni e organizzare diverse sfilate. Dopo la laurea magistrale alla Domus Academy a Milano, ho avviato il mio percorso da designer del prodotto. Milano segna un nuovo inizio per me, per capire chi sono.

Quanto della tua infanzia riversi nelle tue creazioni?
La mia prima collezione si chiama proprio Childhood, ed è dedicata alle generazioni che non hanno potuto vivere la loro infanzia a Hiroshima, per via di bombardamenti atomici del 6 e 9 agosto 1945. Questo progetto voleva parlare dell’importanza del disarmo nucleare e della pace nel mondo, e per questo ho usato immagini di gru per simboleggiare l'infanzia perduta di questi giovani, come di Sadako Sasaki.

Grazie a quel progetto ho capito quanto la nostra infanzia plasmi il nostro futuro, perché è quello e solo quello il momento della nostra vita in cui ci troviamo di fronte a un mondo senza confini né limiti, fatto solo di possibilità—che crescendo e prendendo scelte di vita si riducono progressivamente. Per quanto mi riguarda, ho avuto una formazione umanistica nutrita con un’adolescenza da attivista, e sono i due elementi che mi hanno formato e reso ciò che sono oggi.

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Parlaci del processo creativo dietro alla tua capsule ISN'T LESS ENOUGH?. Come assembli/trasformi i tuoi capi?
In passato ho sempre concretizzato il mio mondo ideale, questa volta, invece, ho deciso di affrontare la realtà. Ho aperto il mio armadio e ho iniziato a analizzarlo, chiedendomi: cosa indosso di più? Quando e perché indosso certi capi? Cosa è indispensabile nel mio guardaroba di tutti i giorni? Davvero ho bisogno di tutti questi vestiti?

Queste domande mi hanno portato al quesito centrale: come posso realizzare più capi con meno materiali possibile? Per rispondere, ho realizzato questa collezione: tutti i capi sono sostenibili (tramite approcci zero waste, upcycling, digital couture, trasformazioni, e così via) e vanno oltre il riciclo, che è solo una soluzione temporanea ma non efficace sul lungo termine.

Da cosa è nata l’idea di trasformare i trench in felpe e le borse in abiti? E come l’hai realizzata?
Sono convinto che ogni capo abbia il proprio posto in un guardaroba non solo per ciò che è, ma anche per il suo potenziale in termini creativi. Così ho preso un trench colorato con un taglio moderno, realizzato in poliestere riciclato dalla plastica di bottiglie, e ho finalizzato la sua forma utilizzando diversi metodi di piegatura. In questo modo sono riuscito a dargli quell’aspetto artigianale, da “felpa artistica”. Il prodotto finale poteva trovare spazio sia in un fashion show, sia nel mio armadio.

La verità è che nessuno ha davvero bisogno di una nuova giacca per ogni stagione, quello di cui abbiamo bisogno è speranza per il futuro.

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Parlando di sostenibilità, in che modo credi che un brand possa ridurre il suo impatto ambientale?
Noi designer abbiamo il dovere di fare la nostra parte per la salvaguardia dell’ambiente con la nostra creatività. Riuscire a realizzare diversi capi utilizzando meno materiali è il mio contributo per un futuro migliore.

Cosa pensi dell’approccio delle aziende sul tema del riciclo?
Parlare di sostenibilità fa subito pensare a nuove strategie di marketing, e molti grandi brand hanno utilizzato questo termine per solo a fini promozionali. La moda sta cambiando i suoi valori e la sua identità, ma al momento non è ancora abbastanza. I fatti parlano chiaro.

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Com’è stato collaborare con il giovane attivista Elliot Santeen? Prevedi altre collaborazioni in un futuro?
Prima di iniziare a lavorare alla mia collezione, mi sono confrontato con diversi attivisti per il clima, per ascoltarli e capire come supportarli con uno dei mezzi di comunicazione più efficaci, nonché il mio linguaggio creativo: la moda. È stato bello sentirmi pare di una generazione così unita e consapevole, che combatte per gli stessi diritti attraverso linguaggi e meda diversi.

C'è un personaggio, reale o inventato, del presente o del passato, che credi rappresenti i codici estetici del tuo brand?
Greta Thunberg.

Cosa c'è nel futuro del tuo brand? E dove ti vedi tra 5 anni?
Gli slogan del mio brand sono: “Based on Earth” e “Transform the Fashion to Sustainist Circulation for Earth”. Adesso spero di riuscire a realizzare il mio sogno lavorando in questo senso.

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Crediti

Testo di Giorgia imbrenda
Immagini su gentile concessione di Emre Pakel
Fotografia di FERDA DEMİR
Styling di BEGUM STJERN

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