Fotografia di Molly Landreth, parte della serie "Embodiment: A Portrait of Queer Life in America"

Cos'è l'espressione di genere e perché è così importante per le persone non-binary

Una riflessione sui canoni estetici binari, sul ruolo dei social media e sull'impatto psicologico di tutto questo.

di Gloria Venegoni
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14 luglio 2021, 9:50am

Fotografia di Molly Landreth, parte della serie "Embodiment: A Portrait of Queer Life in America"

Questo articolo è apparso originariamente su i-D a gennaio 2021. Oggi, 14 luglio, in occasione della Giornata internazionale dell'orgoglio non-binary abbiamo deciso di riproporvelo.

A dicembre 2020 Vogue America chiude l’anno con Harry Styles in copertina, il primo uomo a comparire nella cover del noto magazine di moda, e lo fa indossando un abito “da donna”, opera dell’amico e art director di Gucci Alessandro Michele. L’intera operazione scatena il dibattito, dividendo l’opinione pubblica tra chi vuole tutelare la libertà di scelta dell’artista di indossare un abito in pizzo a gonna lunga (come aveva già fatto con l’outfit al Met Gala 2019, sempre Gucci), e chi si erge in difesa di “Tradizione” e “Dignità”, domandandosi "dove siano finiti quei fantomatici uomini di una volta”—che nessuno ha ancora trovato, ma voci di corridoio dicono assomigliare a un esercito di Clarke Gable in tuxedo.

Se da una parte sarebbe ingenuo non riconoscere dietro alla cover e al relativo shooting un’operazione di marketing ben riuscita—specie tenendo conto che oggi dovreste sborsare come minimo 70 dollari per recuperare una copia del suddetto numero di Vogue—, dall’altra non si può nemmeno ignorare la carica rivoluzionaria del gesto del magazine e del cantante, decisi ad abbattere i dogmi legati a uno dei concetti più stereotipati dalla società odierna: l’espressione di genere

Che cos’è l’espressione di genere?

Volendo semplificare, l’espressione di genere è quell’insieme di caratteristiche esteriori con cui una persona si presenta alla società. È l’insieme di qualità fisiche, estetiche e comportamentali che dovrebbero identificare a primo impatto una persona come più vicina al polo femminile o maschile dello spettro di genere o, più raramente, a qualcosa che sta nel mezzo. Per riprendere gli esempi precedenti, Styles in gonna sarà percepito come più femminile, mentre Clarke Gable in tuxedo sarà percepito come estremamente mascolino.

La differenza tra espressione di genere e identità di genere

L’espressione di genere può essere legata all’identità di genere, ma può anche non esserlo. Ed è qui che iniziano le deformazioni. La tendenza, infatti, è quella di presupporre il genere della persona che ci si trova davanti—e spesso persino il suo orientamento sessuale—sulla base del suo aspetto esteriore, di fatto sovrapponendo espressione e identità di genere (ad esempio, una ragazza con uno stile tomboy verrà più facilmente inquadrata come lesbica, rispetto a una ragazza che, al netto degli stereotipi, risulta più femminile). L’espressione di genere, invece, travalica il modo di vestirsi e include una serie di caratteristiche fisiche e comportamentali che, di epoca in epoca, di cultura in cultura, vengono socialmente attribuite al femminile o al maschile—per cui un carattere più dolce è tradizionalmente collegato al polo femminile, mentre un fisico muscoloso è più vicino all’ideale maschile. 

Il concetto di espressione di genere include dunque caratteristiche che non ricadono interamente sotto il nostro controllo, come appunto il carattere o persino la postura, dando forma alla percezione che si ha di noi da un punto di vista esterno. Quindi, per quanto si tenti—giustamente—di minimizzarne l’importanza, l’espressione di genere ha un impatto sulla nostra sfera sociale e sulla percezione che abbiamo di noi stessi, specie quando espressione di genere e identità di genere non coincidono, contribuendo ad aggravare la disforia.

L’espressione di genere e gli usi e costumi della moda

Spesso, per affrontare un discorso sull’espressione di genere, se ne parla in relazione agli elementi esteriori della nostra persona, come vestiti, accessori e trucco. Nel corso dei secoli, infatti, le usanze in questo campo attribuite agli uomini e alle donne sono mutate profondamente. Oggi, ad esempio, un uomo in calzamaglia o in gonna viene percepito come anomalo, provoca persino disgusto nelle frange più conservatrici, dimenticandosi che l’avvento dei pantaloni come capo prettamente maschile e simbolo di virilità (“portare i pantaloni”) risale a non prima del 1800, quando, grazie anche a interventi come le leggi contro il cross-dressing istituite negli Stati Uniti nel 1840, la divisione dei vestiti tra maschili e femminili si è fatta più netta, così che alle donne, relegate in cucina, furono attribuiti quelli meno pratici, non pensati per movimenti agili e liberi. Se pensiamo al makeup, non è sempre stato appannaggio esclusivo delle donne, anzi, gli uomini truccati iniziarono a venire considerati volgari solo a partire dell’epoca vittoriana.

L’espressione di genere, il corpo e la body positivity

Quando si affronta un dialogo sull’espressione di genere, si tende a non parlarne in termini di corporeità. Se indossare abiti diversi rispetto a quelli solitamente associati al proprio sesso biologico richiede un estremo atto di coraggio, modificare il proprio corpo per adeguarsi all’ideale femminile, maschile o androgino può non essere così immediato. Nel corso della storia, certe caratteristiche biologiche sono state associate arbitrariamente ai costrutti sociali di femminile e maschile, con conseguenze corrosive per la salute mentale tanto delle persone transgender quanto di quelle cis. L’ideale della figura femminile magra, esile e slanciata, ad esempio, può essere ancora più difficile da raggiungere per una donna trans, causando un estremo disagio che può sfociare in disturbi dell’alimentazione.

Il rapporto complicato con la propria immagine allo specchio è una problematica quotidiana per le persone trans, e comincia dal momento in cui si urla “è un/a maschio/femmina!” in sala parto. Su di loro, infatti, gravano le aspettative sia dei canoni fisici fissati dalla società cis, sia di quelli che la stessa comunità LGBTQ+ ha istituito o introiettato. Se ci pensiamo, esiste persino un canone della persona non-binaria, che corrisponde all’immaginario tomboy, quindi un individuo bianco, etereo, con un corpo longilineo e difficile da inquadrare nello spettro del genere, una sorta di mix tra Troye Sivan e Ruby Rose.

Sembra paradossale che esista un ideale che restringe il concetto aperto e fluido di “non-binario” a uno standard poco perseguibile, escludendo e rendendo invisibile qualsiasi altra persona che abbia un fisico con caratteristiche fisiche più nettamente femminili o maschili. Lo stesso discorso è applicabile per le varie categorie di “lesbica”, tra butch, chapstick, lipstick, etc., tutte basate su caratteristiche associate all’espressione di genere e impilate su una scala a seconda del grado di mascolinità. 

L’importanza di normalizzare l’espressione di genere fluida

La diffusione di modelli ed esempi di espressione di genere fluida, veicolata tramite riviste patinate, sicuramente aiuta a indebolire le divisioni nette tra gli ideali di femminile e maschile, ma contribuisce solo in parte a normalizzarla. Todrick Hall che balla sui tacchi in un video musicale ha un’incidenza decisamente diversa da una figura fisicamente maschile che passeggia per strada sugli stiletti. Per normalizzare, è necessario rendere quotidiana questa fluidità di espressione di genere.

La psicologa e filosofa Alison Gopkin sul New York Times ci ricorda che, secondo la psicologia dello sviluppo, il bambino acquisisce informazioni sul mondo che lo circonda attraverso una raccolta di indizi, costruendo pian piano i collegamenti per capire che cosa funziona e cosa no, che cosa è giusto e sbagliato. Non c’è alcuna morale, solo puri e semplici nessi di causa ed effetto, secondo un processo quasi economico e statistico: le azioni che più spesso mi porteranno vantaggi (come indossare l’azzurro, se sono stato assegnato maschio alla nascita) saranno quelle incamerate come corrette e da ripetere, mentre nel caso contrario verranno soppresse (non aderire agli stereotipi perpetrati). Per questo non basta parlarne per decostruire gli stereotipi: bisogna che l’alternativa esista, e serve trovarsela davanti. 

Il ruolo dei social media e dei modelli per l’espressione di genere

In quanto non-luoghi in cui avviene gran parte della nostra vita quotidiana, i social media possono creare narrative alternative e hanno la potenza di normalizzarle. Se da una parte è evidente come al loro interno si perpetuino stereotipi estetici tossici, dall’altra, su alcune piattaforme—come Instagram e TikTok—si sta cercando di creare spazi dove la divergenza diventi normalità, dove l’ideale di maschile e femminile non sia più monolitico, dove divulgare narrative altre rispetto al corpo e all’espressione di genere, ampliandone la definizione. Se sfruttati bene, questi spazi possono decostruire le nozioni apprese nell’infanzia su ciò che è femminile e ciò che è maschile, offrendo non solo modelli alternativi, ma una vera e propria tela vuota dove disegnare la propria, personale espressione di genere.

Profili Instagram che affrontano tematiche LGBTQ+

@alokvmenon attivista e accademic* non-binary. Da seguire per i contenuti storico-sociologici.

@jaimie_windust attivista queer.

@elierlick donna trans, dottoranda, attivista per i diritti della comunitàLGBTQ+.

@umberghauri make-up artist non-binary di base a Londra, supporter di brand di make-up T friendly.

@travisalabanza artista di teatro non-binary che si impegna a smantellare stereotipi legati al genere e all’etnia.

Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Fotografia di Molly Landreth, parte della serie Embodiment: A Portrait of Queer Life in America

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