Fotografia di Marco De Scalzi

qual è il significato dell'installazione artistica di porta venezia?

I due caselli daziari di Porta Venezia, Milano, sono stati ricoperti da sacchi di juta dall'artista Ibrahim Mahama. Ma perché?

di Federica Tattoli
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03 aprile 2019, 9:16am

Fotografia di Marco De Scalzi

10.000 è il numero di sacchi di iuta utilizzati. 5.000 sono i metri quadrati totali di superficie rivestita.

85 metri di perimetro per 25 di altezza sono le dimensioni di ciascun Casello Daziario di Porta Venezia.

Svariate centinaia è la stima del numero di persone coinvolte nel processo di recupero e assemblaggio dei sacchi di juta. I sacchi vengono riutilizzati ogni volta per nuove installazioni e in questo calcolo Ibrahim include tutte le persone che fin dall’inizio hanno preso parte al lavoro. Molte delle scritte che si trovano sui sacchi sono, oltre che i nomi degli ex-proprietari dei sacchi, anche i nomi e i certificati di nascita delle donne e uomini coinvolti nella creazione del lavoro.

8 è il numero delle Guide Alpine Lombardia (Como, Lecco, Valtellina) che hanno montato l’installazione tramite 5.890 metri di discesa su corda.

9.000 è il numero di fascette utilizzate per fissare i teli di iuta.

1.000 sono i metri di filo d’acciaio utilizzato per costruire la struttura di fissaggio ai Caselli.

348 sono le ore totali di lavoro diurno e 128 quelle in notturna.

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Questi i numeri incredibili di A Friend, installazione del ghanese Ibrahim Mahama (nato a Tamale, Ghana, nel 1987) inaugurata ieri ai Caselli Daziari di Porta Venezia. Il notevole intervento di arte urbana è cronologicamente l’ultimo regalo che Fondazione Trussardi fa a Milano con la curatela di Massimiliano Gioni, che dell’istituzione no profit e museo nomade è direttore artistico dai suoi esordi nel 2003. Dopo importanti mostre personali—tra cui ricordiamo quelle di Allora & Calzadilla, Pawel Althamer, Maurizio Cattelan, Tacita Dean, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Urs Fischer, Peter Fischli e David Weiss, Paul McCarthy, Paola Pivi, Pipilotti Rist, Anri Sala e Tino Sehgal—e le due grandi mostre a tema La Grande Madre (2015) e La Terra Inquieta (2017), Beatrice Trussardi e Massimiliano Gioni portano all’attenzione di chiunque passi per Piazzale Oberdan, snodo cruciale della città, un imponente e potente intervento che vede i due edifici impacchettati da cima a fondo con una seconda pelle formata da sacchi di muta cuciti tra loro.

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La iuta proviene dai sacchi simbolo dei mercati del Ghana che, paradosso dei paradossi, vengono realizzati in Oriente e importati in Africa, dove diventano poi contenitori delle materie prime che questo splendido paese produce, come cacao, fagioli, riso, carbone, etc. I sacchi compongono una pelle che si porta addosso luoghi e vite, che racconta dell’economia globale che attraversa il pianeta da Oriente ad Occidente, racconta dei trascorsi delle persone che li hanno trasportati, realizzati e infine, sotto la supervisione dell’artista, cuciti insieme.

Ibrahim Mahama collabora spesso con migranti provenienti da zone urbane e rurali in cerca di lavoro, senza documenti né diritti, vittime di un’esistenza nomade e incerta che ricorda le condizioni subite dagli oggetti utilizzati nelle proprie opere; come spiega Mahama, i sacchi portano intrecciato nelle proprie fibre lo sforzo di chi li ha maneggiati: "Raccontano delle mani che li hanno sollevati, come dei prodotti che hanno portato con loro tra porti, magazzini, mercati e città. Le condizioni delle persone vi restano imprigionate. E lo stesso accade ai luoghi che attraversano."

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Un’installazione dirompente nella sua semplicità, che non può lasciare indifferenti i passanti che si trovano ad attraversare questo luogo così ricco di storia. Porta Venezia è la porta d’Oriente della città e ha storicamente contribuito a definire la relazione tra la parte urbana e le campagne circostanti. È stata anche porta di ingresso della peste, narrata nei Promessi Sposi, fino a giungere ai giorni nostri in cui è luogo multietnico per antonomasia, punto di accoglienza, diversità, accettazione.

Arrivando da un intasato corso Buenos Aires, ieri ho raggiunto l'anteprima stampa dell'opera. Era una giornata primaverile densa di sole, dietro di me il traffico di veicoli, davanti a me un corteo di manifestanti si mischiava al pubblico dell’arte riunito per l’occasione, l’eleganza e il rigore di Corso Venezia e della Torre Rasini di Emilio Lancia e Gio Ponti a fare da quinta ai due caselli trasfigurati. Erano immobili, eppure estremamente vivi. Ricoperti dalla coltre di juta forte, nulla poteva essere più contemporaneo di quell’attimo e di quello scenario.

A Friend, Ibrahim Mahama, fino al 14 aprile 2019. Passate da Porta Venezia e fatevi colpire dall’intensità di tutte le vite, esperienze, luoghi che quei sacchi di iuta cuciti hanno portato nella nostra città.

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L'artista Ibrahim Mahama

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Crediti


Testo di Federica Tattoli
Immagini di Marco De Scalzi su gentile concessione dell'ufficio stampa Fondazione Nicola Trussardi