Fotografia di Matteo Buonomo tratta dalla serie Love Mom

L'America come davvero non l'hai mai vista

C'è chi la chiama l'America "White Trash", chi l'America "Real". Ma secondo il fotografo Matteo Buonomo è semplicemente l'America che davvero non ti aspetti.

di Amanda Margiaria
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05 aprile 2019, 10:43am

Fotografia di Matteo Buonomo tratta dalla serie Love Mom

Matteo Buonomo è un fotografo italiano che ha fatto della fotografia di viaggio uno strumento d'introspezione e analisi personale. Il suo profondo rispetto dell'essere umano gli permette di realizzare immagini tanto poetiche quanto d'impatto, prive di ogni giudizio sui soggetti fotografati. Negli ultimi tempi è stato negli Stati Uniti rurali, e qui ci ha raccontato il progetto Love Mom, nato durante questo viaggio.

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Love Mom

È inutile girarci intorno: ho deciso che avrei dovuto assolutamente intervistarti quando mi hai parlato per la prima volta della tua serie fotografica Love Mom. Quindi vorrei partire proprio da questo progetto per raccontare chi sei. Come è nato? Dove hai incontrato Kristal e Skyler?
È nato come nascono tutte le idee per i miei lavori da qualche anno a questa parte: nella letteratura, nei libri. Era dicembre e avevo appena finito di leggere Furore di Steinbeck, un libro necessario e assolutamente attuale che parla di migranti. Ambientato nell’America degli anni ’30, racconta di una famiglia di contadini dell’Oklahoma che a causa del Dust Bowl—una terra che ormai non era altro che polvere—fu costretta insieme ad altre migliaia di famiglie a emigrare verso Ovest, verso la California, caricando su dei vecchi furgoni malandati le proprie vite, quello che ci stava delle proprie vite e lasciandosi chi erano stati fino a quel momento alle spalle. Pagine quelle di Steinbeck che sono piene di umanità e mi hanno fatto sentire il profondo desiderio di andare a vedere quelle terre, cercare quella polvere, vedere cosa di quelle pagine era sopravvissuto in quei posti. Vedere se chi vive in quelle terre vibra ancora come nelle pagine del libro che mi aveva così tanto emozionato. Ovviamente non mi aspettavo di trovare dei migranti e non mi interessava. I libri, come anche la fotografia, sono per me pretesti per muovermi, scovare vite diverse dalle mie e cercare di viverle.

Così sono partito. Una mattina, dopo aver passato un paio di settimane a New York, mi sono diretto verso l’Oklahoma in autostop. Ci è voluto un po’ per arrivare, l’America da questo punto di vista non è più quella delle pagine di Kerouac in On The Road, dove era facilissimo saltare su un camion o un furgone. Ora gli americani sono molto più diffidenti, hanno più paura di quello che sta fuori dalla loro porta di casa. Ma è così che ho incontrato Kristal e Skyler, on the road, mentre cercavo un passaggio proprio sul confine tra Arkansas e Oklahoma.

Appena mi avvicinai al finestrino dopo che accostarono con la loro vecchia Jeep malandata, capii che loro erano quello che stavo cercando. Vibravano come le pagine del libro che mi aveva portato fino a lì. Avevo intuito che un rapporto fortissimo li legava, un rapporto tra una madre e un figlio, un rapporto che io non ho mai avuto. Kristal mi chiese dove fossi diretto, le risposi che una meta precisa non l’avevo, ero lì perché avevo letto un libro e le chiesi se poteva mostrarmi lei la sua America, quella in cui viveva. Accettò, e così cominciai a passare le mie giornate con Kristal e Skyler.

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Love Mom

Credi di aver fotografato quella parte di America che viene comunemente definita come white trash?
Non lo so, credo di aver fotografato una parte di America che sicuramente è meno esposta e che ha meno voglia e necessità di farsi notare. La si può chiamare in molti modi diversi, c’è chi addirittura la chiama l’America “vera”. Io personalmente non credo ne esista una vera, né una finta. L’America è davvero tante cose insieme e tutte diverse. È davvero il paese delle grandi praterie del Midwest, ma anche degli altissimi grattacieli di New York, delle grandi strade di Los Angeles e delle ancora più grandi contraddizioni che mi sembrano tutte inconciliabili tra loro.

Sicuramente l’America che ho fotografato non è un posto facile, ma la cosa che mi ha tenuto lì e mi farà tornare è che in quelle terre, in quelle persone, in quella semplicità, in molti dei limiti che riconosco di quei posti, ritrovo ancora della purezza, che per me è sempre un elemento fondamentale per vivere un posto e fotografare.

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Love Mom

Una delle prime impressioni che ho avuto guardando le immagini di Love Mom è una schiacciante solitudine, un'assenza totale di comunità e rete sociale che rende i pochi rapporti esistenti—come quello tra Skyler e la madre—talmente forti da sconfinare nel malsano. Sei d'accordo? L'hai percepita anche scattando questa solitudine?
Sono assolutamente d’accordo. Mi è sembrato che le persone siano estremamente scollegate l’una dall’altra. Nelle famiglie non si parla, i figli sono slegati dai genitori e viceversa. In qualche modo è come se fosse passato il messaggio che ognuno debba badare a sé stesso, farcela da solo ad arrivare alla fine della giornata e che non esista una comunità a cui fare riferimento e chiedere aiuto sia una colpa.

Le persone che ho conosciuto in quei posti mi hanno dato la sensazione di essere molto sole nel loro intimo. Questo fa sì che sia facile sbagliare. Come nel caso di Kristal, che a 30 anni ha passato una vita tra droga e violenze e ora cerca di crescere un figlio. Ma in realtà in qualche modo è il figlio che sta crescendo la madre ed è già cresciuto troppo per l’età che ha, ha già dovuto capire da solo qual è il numero da chiamare se la madre una mattina non si sveglia o più semplicemente come mettere qualcosa in tavola. Con il passare del tempo, però, ho imparato a non giudicare le persone che mi stanno di fronte, ma ad avvicinarmi, cercare di capirle e cercare di raccontare le sfumature sulle quali si muovono.

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Love Mom

Come ti sei avvicinato in prima battuta al mondo della fotografia? E cos'è per te ora una buona fotografia?
Alle superiori studiavo grafica pubblicitaria, ricordo che dal terzo anno tra le nuove materie c’era fotografia. Fino a quel punto per me la fotografia semplicemente non esisteva, se non per quelle rare volte in cui a casa si palesava ai miei occhi nella forma della vecchia macchina fotografica di mio padre che prendeva polvere su uno scaffale della libreria. È stato a scuola che mi sono ritrovato una macchina fotografica per le mani e mi ricordo che dopo pochissimo era l’unica materia di cui mi interessava e che pensavo valesse la pena portare fuori da quell’edificio. Però poi, dopo le superiori ho scelto un percorso universitario diverso, tenendo la fotografia come passione, che nel tempo cresceva sempre di più, fino a diventare troppo ingombrante perché io potessi gestire lei e l’università contemporaneamente, e quindi lasciai gli studi.

Cominciai a fare qualche viaggio con la macchina fotografica al collo e dopo aver vissuto per un periodo in Georgia ebbi l’occasione di entrare nel collettivo di CESURA, dove iniziai a lavorare con Gabriele Micalizzi, uno dei fondatori. Mi piace pensare che il tempo trascorso in quello studio fu la mia vera università. Ho imparato molto da Gabriele, soprattutto per quanto riguarda l’attitudine e la caparbietà. Stando in studio ho capito che al centro della buona fotografia non c’è mai la fotografia. Una buona foto per me è quando oltre a puntare quello che mi sta di fronte riesco a puntare la macchina anche verso di me e fare uscire qualcosa di quello che sono. Quando esteriore ed interiore in qualche modo incomprensibile coincidono.

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Love Mom

Un'altra serie a cui hai lavorato nell'ultimo periodo è The Land That Sleeps, scattata durante un viaggio in Siberia. Le differenze culturali ed economiche tra questo popolo e quello americano sono lampanti, ma esistono anche punti di contatto tra due società così profondamente agli antipodi? Qual è stata invece una differenza che hai percepito?
Sono persone davvero molto diverse. Gli americani che ho incontrato nelle praterie del Midwest sono molto semplici, “funzionano” su un livello molto basilare, mentre i siberiani sono persone molto più complesse ed enigmatiche; è difficile capire veramente cosa pensano mentre ti guardano. Se dovessi trovare un punto di incontro, credo sia che quando una persona vive in zone rurali, molto lontano dal potere, si sente più libera. La differenza che ho percepito è la sensazione di comunità dei siberiani, che in America invece non ho mai sentito.

In Siberia ho viaggiato in autostop tra alcuni dei più piccoli e remoti villaggi con un piccolo bigliettino che mostravo alle persone che incontravo con scritto che ero un fotografo e chiedendo di ospitarmi. In un mese non ho mai dormito per strada, ho sempre trovato qualcuno che mi ospitasse. E credo che il motivo sia che in questi piccolissimi villaggi, al contrario dell’America che ho visto, esiste una fortissima idea di comunità. Quando venivo ospitato sentivo di essere osservato non solo dalle famiglie che mi accettavano nella loro casa ma anche da tutto il piccolo villaggio che infatti non mancava di venire a vedere chi fosse questo straniero e offrirgli troppa vodka. Ho sempre avuto la sensazione che se avessi avuto un problema con una sola di quelle persone avrei avuto un problema con tutto il villaggio, con tutta la Siberia.

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The Land That Sleeps
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The Land That Sleeps
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The Land That Sleeps

Quanta irresponsabilità, anzi, quanta recklessness, ci vuole per affrontare la fotografia documentaristica con il tuo approccio, e cioè affidandoti completamente al caso, senza fare programmi né tracciare percorsi prestabiliti prima di iniziare un viaggio?
Non lo so, credo nessuna nel mio caso. Io sono una persona molto responsabile e troppo riflessiva. Prima di fare un viaggio non faccio la lista di tutti i rischi a cui potrei andare incontro, anche perché la lista si tradurrebbe velocemente nella lista delle mie paure, che ovviamente ci sono, e alla fine non partirei mai. Credo di conoscermi molto bene, so che so stare da solo, so che mi so arrangiare con poco, so che so parlare con le persone e so che so difendermi, questo mi basta per far fronte alle mie paure e partire.

Ho capito che per trovare quello che cerco qualche rischio devo prenderlo per forza, e accetto volentieri questa cosa, è la parte adrenalinica della mia vita, quando non ho tutto sotto controllo. Qualcuno mi ha detto, soprattutto dopo il viaggio in Siberia, che mi trovava molto coraggioso, io invece credo di essere molto più curioso che coraggioso.

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Hai mai pensato di creare una serie i cui protagonisti sono italiani, o comunque vivono in Italia? Oppure la fotografia ti interessa in quanto strumento per avvicinare realtà totalmente diverse da quella in cui sei nato e cresciuto?
L’ho fatto. La prima volta che sono partito con la macchina fotografica per capire meglio il mondo e me stesso ho passato oltre un mese in un centro di accoglienza in Sicilia perché volevo vedere le facce di quelle persone che fino a quel momento per me erano solo dei numeri altissimi pronunciati al telegiornale della sera. Feci delle buone foto, ma crescendo mi è venuto naturale andare a cercare qualcosa più lontano. Ho capito che per funzionare, per trovare quello che cerco, non devo poter avere tutto sotto controllo. E per non avere tutto sotto controllo ho bisogno di mettere una distanza fisica tra me e l’Italia.

In Italia fotografo moltissimo le persone che mi sono vicine, gli amici o mio padre, ma lo faccio perché per me è un modo di interagire con loro e non c’è nessuna progettualità o ricerca in questo. Per me la fotografia, come dici tu, è lo strumento per poter avvicinare vite e realtà molto diverse e lontane dalla mia, ma è anche lo strumento per lasciarmi andare, essere in balia degli eventi e soprattutto di altre persone. Sono una persona diffidente per natura, ho imparato presto che non ci si può fidare nemmeno di un genitore e quindi è un po’ anche il modo per costringermi a dovermi fidare di altre persone a non lasciare che questo lato del mio carattere, questa mia diffidenza, prenda il sopravvento.

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Dove ti vedi tra dieci anni?
Mi immagino negli Stati uniti, con un figlio. Ma non so dove con esattezza. So per certo che non mi piace la confusione e la modernità, quindi posso dirti dove non vorrei trovarmi: in una qualsiasi grande città americana.

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Matteo Buonomo