Photography Alasdair McLellan. Styling Jane How. Models wear all clothing, sunglasses and socks Aries.

perché aries è il brand di cui più sentiremo parlare nei prossimi tempi

Fondato da Sofia Prantera nel 2010, Aries è l'improbabile unione estetica tra Roma (dove Sofia è cresciuta) e Londra (dove ha studiato).

di Felix Petty; traduzione di Gaia Caccianiga
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25 febbraio 2019, 2:15pm

Photography Alasdair McLellan. Styling Jane How. Models wear all clothing, sunglasses and socks Aries.

Questo articolo è originariamente apparso in versione cartacea sul numero 355 di i-D, The Homegrown Issue, primavera 2019.

É una fredda sera di gennaio e migliaia di ragazzini sono in coda in attesa di scoprire cosa si sono inventati Sofia Prantera di Aries, Jeremy Deller e David Sims per la loro mostra Wiltshire Before Christ e per il lancio della loro linea di merchandising che celebra Stonehenge. “Realizzato da immigrati” dice una T-shirt con il disegno di un Ufo intento a costruire il sito neolitico, un riferimento scherzoso a tutti i complottisti là fuori. Questa maglietta rappresenta alla perfezione Aries, con il suo senso dello humour, la sua immediatezza e il suo spirito.

Quello che Sofia è riuscita a fare in questi nove anni con Aries è stato creare un brand di successo, che è riuscito a venire in contro alle esigenze della gente. Unisce moda a streetwear in modo estremamente attuale, e allo stesso tempo offusca le differenze di gender come è comune fare ora. É spiritoso e geniale, ma soprattutto sembra genuino. É nato dall’amore di Sofia per il diy e mantiene le stesse radici, lo stesso fascino e il senso di intimità. La collaborazione tra Sofia, Jeremy, e David racchiude tutto questo, ma fa anche un po’ di satira. Tra druidi, alieni e pagani, al pene eretto del Gigante di Cerne Abbas ai rave del Stonehenge Free Festival negli anni 80, Wiltshire Before Christ ha fatto diventare Stonehenge un luogo di proteste contro il mondo pieno di confini e sciovinismo in cui viviamo ora. Un rave utopico senza classi, pieno di semplice gioia in un passato pre-Cristiano senza nazionalismi. Stonehenge per tutti!

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“Ai tempi pensavano che la cultura rave fosse l’erede del punk” ci racconta Sofia a colazione una mattina, un po’ di giorni dopo il lancio. “Ma per la stampa era un movimento senza valori, edonismo puro. Ma aveva un significato, e ha cambiato il modo d’incontrarsi dei ragazzi, ha permesso a persone di diversa estrazione sociale di radunarsi. Ma siccome sono cresciuta in Italia, ai tempi non l’ho capito”. Sofia è cresciuta a Roma con un padre italiano e una mamma inglese. Sua madre tornò da un viaggio a Londra con degli opuscoli della Saint Martins e qualche vecchio numero di i-D e The Face, e Sofia scoprì dell’esistenza di un altro mondo. “Roma è abbastanza provinciale, così ho capito che esisteva un altro modo di vivere e lo volevo assolutamente provare.” É così Sofia si trasferì a Londra e si iscrisse alla Saint Martins, proprio quando la cultura rave si stava diffondendo.

“Ricordo la prima volta che andai da Shoom vestita Galliano – che era mio insegnante alla Saint Martins – Michael Clark e Leigh Bowery erano lì, c’era un sacco di gente fatta e io ero solo una ragazzina che era appena arrivata a Londra da Roma. Non capivo bene cosa stava succedendo, ma sentivo che c’era qualcosa nell’aria, in quel momento per me tutto è cambiato. Ho smesso di truccarmi e ho iniziato a mettermi solo jeans e magliette. Ne stavo parlando con Jeremy Deller, e anche lui mi ha detto che ha vissuto la stessa esperienza, tutti eravamo immersi in questo nuovo movimento mentre cercavamo di capirne il significato.

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La cultura rave ha cambiato la moda, forse anche la stessa industria. Sofia realizzava i suoi vestiti sin da quando era bambina, ma alla Saint Martins non si è mai inserita a pieno. Le piacevano “i capi sportivi, in maniera molto italiana” e gli elementi tribali della moda delle sottoculture. Entrambe le cose però hanno forte connotazione maschile, e Sofia non riusciva a portare questi elementi nel suo corso di womenswear. “Mi sentivo fuori posto, incompresa, non solo dalla scuola ma anche da me stessa. Solo con Aries ce l’ho fatta, solo ora il mio gusto per la moda va di pari passo con quello che accade nel resto del mondo. Prima non era così. Non perché ero “avanti”, ma perché quello che ero non si sposava bene con l’idea di quello che le donne dovevano indossare, o come si dovevano presentare agli occhi degli altri.”

Dagli anni 90 alla Saint Martins alla nascita di Aries nel 2010, ne è passata di acqua sotto i ponti. La sua prima esperienza dopo la laurea è stata da Slam City Skates, dove ha lanciato l’omonimo brand di skatewear, che ha avuto però vita breve. Ai tempi Slam City era sede di una comunità cooperativa molto attiva, un “terreno fertile per la creatività”. Slam City ha fatto conoscere a Sofia un mondo in cui si sentiva finalmente a suo agio, con il suo stesso approccio alla moda e al design. “Ho conosciuto quasi tutti i miei amici da Slam City,” ci dice, dopo aver elencato tutti gli eroi dello street wear di Londra. Lì ha incontrato artisti come Ben Sansbury, Will Bankhead, James Jarvis e Fergus Purcell, persone con cui tutt’ora continua a collaborare. David Sims gestiva il negozio di surf accanto. Sofia ricorda di aver visto i Beastie Boys suonare da Rough Trade Records, che ai tempi si trovava nel seminterrato di Slam City. “Era un periodo divertente per crescere a Londra,” racconta. “Era proprio il mio ambiente. Tutto quello che era successo prima, anche la cultura rave, di cui in qualche modo facevo parte, mi sembrava diverso. Avevo dato vita a questo nuovo mondo, ne ero parte e lo capivo.”

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Il marchio è stato chiuso dopo una collezione perchè uno degli skater proprietari se ne andò. Sofia viveva vicino al negozio così continuò ad andarci. “Slam era una fantastica azienda disfunzionale, in un modo che ero non esiste più. Non hanno menzionato il fatto che non avessi un lavoro, io stavo lì nel negozio a cazzeggiare.” Un giono poi Russell Waterman ha deciso di lanciare un nuovo marchio, chiamato Holmes. Ben Sansbury e Will Bankhead si occupavano delle grafiche. “Hanno influenzato l’estetica street wear senza mai essere noti. La gente ancora copia quello che hanno fatto loro 10 anni fa.” Ma Russell, che era la mente commerciale (a 23 anni aveva già 3 figli e stava faticando per guadagnare un po’) ha capito che non avrebbero tratto alcun profitto lavorando per Slam City. Così Holmes diventò Silas, e Michael Kopelman di Stüssy e Gimme Five li presentò a Ken Omura in Giappone, che lavorava per Supreme. É stato Ken ha inventare la tecnica dei “drop” , e ha aiutato Silas con questo metodo.

Silas durò per circa 8 anni, diventando un brand streetwear di culto. Era molto Inglese, in un periodo in cui quasi tutti i nomi del genere erano molto americani, e per questo si differenziò. In quel periodo nacque il primo figlio di Sofia. “All’inizio credevo di poter gestire un’azienda e fare la mamma” dice, “Ma il modo in cui volevo essere madre avrebbe fatto incazzare molte persone con cui lavoravo. Russell è stato molto comprensivo e quando rimasi incinta del mio secondo figlio mi disse “‘Vuoi davvero andare avanti così?” Ne avevo abbastanza. Ho deciso di fare solo la mamma per un po’. E non mi sarei mai aspettata che sarei stata una mamma così, una mamma molto italiana. Il mio secondo figlio è nato nel 2006, e avevo bisogno di una pausa. Avevamo abbastanza soldi per pagare tutti i dipendenti per un anno. Così abbiamo chiuso l’azienda in un momento di grande successo."

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“Quello che ho capito appena chiuso il brand è che quando perdi il marchio perdi un mezzo di comunicazione. Non sono mai stata interessata a fare qualcosa con il mio nome, non mi importa del mio profilo. Non credo di lavorare bene da sola. Non ho mai voluto essere una designer in quel senso, voglio vivere nuove esperienze e collaborare con le persone. Silas mi ha permesso di fare questo. Ha alimentato la mia vita sociale, il modo in cui vivevo. Sono sempre stata ‘Sofia di Silas’. Dopo la nascita del mio primo figlio sono andata in panico, ho creduto di aver perso la mia identità. Non ho mai pianificato di diventare mamma e all’improvviso ho accettato questa nuova vita. Ho però capito di avere perso Silas, e non avevo più un mezzo per lavorare. Così io e Ferg abbiamo iniziato a lavorare assieme.” In questo modo nel 2010 è nato Aries.

Lo streetwear ora va per la maggiore, ma nel 2010 era morto. Lo streetwear per ragazze, con elementi d’alta moda? Aries era in un mercato che praticamente non esisteva. Nessuno lo capiva nei primi anni. Palace era appena arrivato sulle scene, mentre Supreme faceva ritorno. Ma quello che faceva Aries non era così chiaro. Univa la semplice sfrontatezza e l’umorismo della grafiche di Ferg con silhouette complesse, tessuti lussuosi a materiali economici e comuni. Giacche di montani e top di seta con T-shirts della Gildan disegnate a mano.

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“Quando abbiamo mostrato la nostra collezione per la prima volta ai buyer a Parigi, tutti ci hanno detto ‘Lo Streetwear è morto, nessuno vuole queste cose!’ Ma io e Ferg sapevamo che non era così. Stava tornando, forse il mondo della moda non l’aveva ancora capito.”

Nessuno capiva cosa stavano facendo Sofia e Ferg, se non Luca Benini di Slam Jam a Milano, che è stato uno dei primi sostenitori di Aries. Nessuno faceva quello che stavano facendo Ferg e Sofia, quindi c’era molto spazio per loro. Avevano un idea molto chiara, il brand è nato già quasi completamente completato, dovevano solo aspettare che la gente lo capisse e iniziasse a diffondere la voce. No one else was doing anything like Aries, and so there was a space for them. Lo slogan del brand ‘No Problemo’ rappresenta a pieno la mentalità del marchio, ed esiste dalla sua nascita, assieme alla sua visione e al suo concetto, in parte forte in parte delicato. Come Silas, il brand ha un senso dell’umorismo molto inglese. L’impossibilità di definire il marchio alla lunga gli ha dato stabilità, anche se all’inizio ha complicato le cose.

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“Quello che facciamo all’inizio non era chiaro, penso perchè non ho mai avuto la forza, la voglia, l’arroganza di definirlo. Ho passato gli ultimi 7 anni a badare ai miei bambini. Torni sulle scene, sei più vecchia, più incasinata e stanca, hai più responsabilità. Nessuno ne parla mai ma è vero. Fa paura. Devi essere coraggiosa.” Ma Aries è diventato uno dei brand più desiderati, uno dei più portabili e interessanti, proprio per tutto quello che è accaduto a Sofia. É umano e amichevole, accessibile ma anche affascinante, cool e sexy. Il fatto che le nuove generazioni non fanno tanto caso alle distinzioni di genere aiuta molto. Quello che all’inizio era un problema per Aries ora è il suo punto di forza. Di solito funziona al contrario, lo street wear è per uomini ma le donne lo indossano. Nel caso di Aries è bello vedere gli uomini rompere le barriere di genere e vestire con capi femminili. C’è il girlfriend jeans al posto dei boyfriend jeans. Il lato femminile del marchio lo fa spiccare tra gli altri. Grazie a questo lato Aries è entrato nel mondo della moda e della cultura in generale, e ora può collaborare con nomi come David Sims, Jane How e Jeremy Deller.

E ora come con Slam City, o con i rave, Sofia ha costruito una comunità tutta sua basata sul suo brand. É accaduto tutto in maniera molto naturale, non costruita. “Collaborazione è una parola che viene usata troppo, anche il concetto stesso. Tutto è stato molto spontaneo, mi piace questo modo di lavorare. Gli artisti con cui lavoro non solo solo dei collaboratori con cui lavoro solo una volta, hanno un ruolo in Aries. Sono miei amici, non persone che vedo per un caffè e via, è qualcosa che nasce perchè ci conosciamo da tempo. É la mia vita, ciò che mi ispira. Credo che il mio obbiettivo principale con Aries sia avere qualcosa che mi aiuti a vivere nel modo in cui voglio vivere, non qualcosa che mi uccida pian piano.” E Aries, con il suo bel mondo reale, non conformista, e sincero aiuta un po’ anche noi a vivere.

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Altro brand che ultimamente ci ha fatto dire WOW è quello diretto da Yolanda. Abbiamo passato un pomeriggio con lei, e questo è il risultato:

Crediti


Fotografia di Alasdair McLellan
Moda di Jane How

Capelli Eugene Souleiman per Streeters con prodotti WELLA PROFESSIONALS. Trucco Lauren Parsons per Art Partner. Unghie Lorraine Griffin. Colorista Rute Jay. Assistenti alla fotografia Lex Kembery, Simon Mackinlay e Peter Smith. Assistenti allo styling Elle Britt e Tom Grimsdell. Assistenti capelli Pablo Kumin e Stefano Mazzoleni. Assistenti trucco Anastasia Hess ed Eddy Liu. Assistente unghie Charly Avenell. Produzione Ragi Dholakia. Production Manager Claire Hush. Coordinatore produzione May Powell. CASTING LETIZIA GUARINO. Modelli Edward Pooley. Hetty Douglas. Iris Dubois per Premier. Jacob Nicholson. Kasper Kapica. Marco Torri. Martina Boaretto. Maxwell Lang. MILou Battien. poon. Rohan Manderson. Suzi Leenars. I modelli indossano tutti abiti, gioielli e occhiali Aries.