gus van sant su pasolini, le elezioni americane e l'amicizia intima con river phoenix

i-D ha incontrato il regista cult in occasione della presentazione di Icons, in mostra al Museo Nazionale del Cinema di Torino.

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ott 24 2016, 9:40am

Curata da Matthieu Orlèan e coprodotta dalla Cinémathèque française di Parigi, è in mostra a partire da questo mese al Museo Nazionale del Cinema di Torino Icons, una esposizione trasversale che permette di avvicinarsi alla suggestiva poetica del regista statunitense Gus Van Sant attraverso il cinema ma non solo. Dal suo esordio con le polaroid, passando per dipinti, cut-up fotografici, fino ad arrivare alla sua maturazione cinematografica, la rassegna offre la straordinaria possibilità di ammirare oltre un centinaio di materiali tra cui stampe fotografiche originali, disegni, cortometraggi inediti, video musicali e montaggi con le sequenze più famose dei suoi film. Nel suggestivo scenario della Mole Antonelliana, si scoprono così la complessità delle opere di Van Sant e le influenze artistiche che hanno contraddistinto il suo percorso cinematografico, passo per passo.

Gus Van Sant, come Larry Clark, Harmony Korine e Gregg Araki, è considerato uno dei massimi esponenti nel cinema indie americano, grazie soprattutto al suo modo peculiare di raccontare i personaggi, spesso adolescenti, con grande gusto "pittorico" in quella cornice culturale underground. Abituato a viaggiare sin da piccolo in compagnia del padre, Gus Van Sant conosce molto bene l'ambiente della strada, si avvicina precocemente a culture e stili di vita differenti, in particolare a quello europeo, che lo ha ispirato principalmente nella vocazione della Settima arte. La sua sperimentazione cinematografica è iniziata proprio viaggiando, attraverso la realizzazione di cortometraggi a basso costo con una Super 8, nonostante poi il suo vero approccio al cinema sia arrivato con l'iscrizione alla prestigiosa scuola d'arte sperimentale Rhode Island School of Design. Ha contribuito alla sua formazione anche l'amicizia dell'attore Ken Shapiro, che l'ha introdotto al suggestivo e sfarzoso ambiente Hollywoodiano, fonte di ispirazione primaria per la realizzazione del suo primo mediometraggio in 16 mm Alice in Hollywood del 1981. Con Mala Noche del 1987 e a seguire Drugstore Cowboy e Belli e Dannati, il talento del regista viene ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. Ad attirare l'attenzione sono soprattutto le tematiche affrontate: la realtà di entrambe le pellicole - a sfondo omosessuale - rispecchia l'intento di Van Sant, dichiaratamente gay, di raccontare la discriminazione sessuale e il disagio giovanile, senza farne retorica spicciola, ricreando nella maniera più fedele possibile la realtà socio-culturale dell'epoca.

In occasione delle presentazione del film al cinema Massimo di Torino, abbiamo incontrato il regista per fargli qualche domanda sulla sua carriera, l'amicizia intima con River Phoenix e sulle elezioni americane.

Alicia Miles and John Robinson in Elephant by Gus Van Sant (2003) © HBO

Com'è nata la sua passione per il cinema?
Il modo in cui iniziai ad appassionarmi di cinema fu bizzarro: durante un corso di studi, il nostro insegnante di inglese ci mostrò Quarto Potere, lo trasmettevano tre-quattro volte al giorno. Il budget a disposizione della scuola era scarso e quindi guardavano sempre le stesse cose. Mi ci appassionai quasi subito, tanto da rivederlo almeno una decina di volte, innamorandomi perdutamente. Sempre in quello stesso corso di studi, ci vennero mostrati dei film sperimentali canadesi della Canadian Film Board.

Un ricordo di River Phoenix: qual era il suo rapporto con l'attore?
River era un grandissimo attore, riusciva perfettamente ad interpretare i personaggi che gli venivano assegnati: si identificava in essi, come nel ruolo di Belli e Dannati. In passato, l'esperienza familiare non fu delle migliori, il padre lo obbligava insieme ai fratelli a suonare e cantare in spettacoli di strada al solo scopo di racimolare denaro, lo travestiva con dei costumi dorati, fu mortificante per lui. Ricordo che per prepararsi alla parte in Belli e Dannati, Keanu Reeves si era documentato a lungo, leggeva soprattuto libri che trattavano l'ambiente underground della prostituzione maschile. River, invece, abbandonò il libro dopo neanche una pagina, era tutto istinto il suo, la differenza con gli altri attori era proprio quella, lui aveva già vissuto quei ruoli che interpretava, non aveva bisogno della teoria. Dopo Belli e Dannati aveva in progetto un film dove avrebbe dovuto interpretare il maestro della Pop Art, Andy Warhol. 

Mala Noche by Gus Van Sant (1986) © Sawtooth Film Company

Cosa ne pensa delle serie TV? Ormai grandi registi e grandi attori si stanno avvicinando sempre di più a questo mondo. Pensa che la qualità narrativa e estetica possa in qualche modo scindersi da quella del cinema moderno o c'è un legame?
Credo che le serie siano la massima espressione dell'insoddisfazione di molti registi nei confronti delle major, loro cercano sempre la spettacolarizzazione ignorando completamente la profondità. Con le serie si può rendere più profonda la narrazione, caratterizzando molto meglio i personaggi e senza avere limiti precisi di tempo. Piattaforme come Netflix sono un po' lo specchio di tutta questa insoddisfazione. Fincher con la HBO fu il pioniere delle serie TV di qualità, in principio molti erano scettici nei suoi confronti per via dell'estrema durata della sua serie House of Cards e sostenevano che i drammi umani non potevano essere affrontati senza la dimensione fantastica. A quanto pare, avevano torto. Io stesso mi sono cimentato nel mondo della televisione girando una serie tv lo scorso inverno a San Francisco, parlava di tre attivisti gay nel corso di trent'anni.

Qual è l'aspetto politico del suo cinema?
Non ho mai avuto un vero impatto politico nei mie film, cerco sempre di limitarmi ad una semplice indagine più romantica. Milk inizialmente non dovevo girarlo io, il progetto era destinato a Oliver Stone. Si tirò indietro perché non voleva rigirare un film dove il protagonista finiva tragicamente, come nel suo precedente JFK. La Warner Bros decise di chiamare me e dopo un lungo incontro con i produttori, mi ritrovai ufficialmente coinvolto nel progetto. Avevo fatto diverse ricerche sul personaggio di H. Milk, la mia idea iniziale era quella di fare il film menzionandolo ma senza mai mostrarlo esplicitamente. La WB mi commissionò diversamente e… sappiamo tutti com'è andata. 

Il suo incontro con Pier Paolo Pasolini nel 1975: ha un ricordo particolare del regista e del cinema italiano?
Ci sono molti registi del cinema classico italiano che hanno influenzato il mio percorso cinematografico, Vittorio De Sica e gli autori del neorealismo in particolare modo. Mi piacciono molto anche Fellini, Antonioni, Visconti e Lina Wertmuller. Pasolini lo incontrai a Roma, ero in visita con un gruppo di studenti. Andammo a casa sua a nord di Roma, ricordo che era molto particolare, di un design moderno, completamente in contrasto con la realtà storica romana che stavo vivendo. Mi fermai a pranzare con lui ma ebbi difficoltà a spiegare la mia idea di voler emulare la letteratura in un linguaggio visivo e cinematografico. Non sembrava molto entusiasta, ci rimasi molto male per quella reazione, tanto da mettere in dubbio la mia dignità cinematografica.

Per quale motivo ha voluto girare un remake di un classico del cinema di tutti i tempi come Psycho?
Psycho è nato come un desiderio delle major di scegliermi perché avevo un forte impatto sugli attori famosi. Volevano un remake classico, che facesse incassare. Io non sono fan del remake, non lo capisco. Non volevo cambiare nulla di quel film: la mia idea era di rimanere fedele il più possibile all'originale, senza stravolgere. Inizialmente trovarono la mia idea ridicola e, quindi, il progetto venne accantonato per un periodo. Solo dopo il successo di Will Hunting venni richiamato.

Gus Van Sant, Polaroids, 1983-1999 © Gus Van Sant

Negli Stati Uniti verrà eletto il nuovo presidente, come la vede un eventuale presidenza Trump?
Mi spaventa questa eventualità, è spiazzante. Se vincesse potrebbe essere una vera calamità non solo per gli USA ma per il mondo intero. Sarebbe distruttivo. Mio padre sostiene che non vincerà, ma credo che sia impossibile fare previsioni. 

Ha qualche progetto futuro a cui sta lavorando?
Al momento sto lavorando a un nuovo film su John Callahan, fumettista disabile scomparso nel 2010, nonché mio concittadino di Portland. La sua storia era stata opzionata da Robin Williams, io ne ho raccolto il testimone.

Icone sarà in mostra al Museo nazionale del cinema di Torino fino al 9 gennaio 2017.

Crediti


Testo Andrea Dutto
Foto di copertina Michael Pitt in Last Days by Gus Van Sant (2005) © HBO