clara 3000: come essere una dj tra materialismo e rivoluzione

In occasione del suo dj set a Milano abbiamo parlato con la giovane dj francese di Jaquemus, di come nasce la soundtrack di una sfilata, e di come oggi più che mai sia importante essere politicamente impegnati.

di Giorgia Baschirotto
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01 ottobre 2015, 10:15am

"Per caso hai una sigaretta?" mi chiede Clara nel bel mezzo dell'intervista. Siamo sedute su un divano in pelle nei sotterranei del Wall Milano, un nuovo locale per appassionati di elettronica nel quartiere di Lambrate, "una Dalston meno underground e più curata", come ha commentato il mio ragazzo prima di raggiungere il club. 
Clara3000, al secolo Deshayes, con i suoi dj set dai toni cupi ha fatto ballare i ragazzi di mezza Europa, ma, nonostante i suoi continui viaggi, continua a conservare il suo fascino tipicamente francese. Tiene una sigaretta tra le dita tutto il tempo mentre mi parla in modo appassionato di impegno politico e di barriere di genere da abbattere. Senza dubbio una combinazione très française. "Le Riot Grrrls avevano trovato un modo per far sentire la propria voce, ma erano ghettizzate" spiega, "credo che noi donne oggi dovremmo passare allo step successivo, non dovremmo prendere nemmeno in considerazione il concetto di differenza." Ma Clara la differenza la fa eccome, non capita tutti i giorni di incontrare una musicista di talento interessata ad esplorare e analizzare così intensamente il mondo attorno a lei e la generazione che fa scatenare dall'alto della sua consolle. Si dice spesso che l'elettronica è solo suoni, ma questa ragazza ha molto da dire...

Perché hai scelto il nome Clara 3000?
In realtà non l'ho scelto, è nato da uno scherzo tra amici. Quando sono arrivata a Parigi per la prima volta avevo 17 anni e vivevo in questo appartamento con tantissimi coinquilini. Erano tutti più grandi di me, mi prendevano in giro e mi identificavano come la ragazza del futuro, dell'anno 3000. Ecco come è nato il nome.

Come ti sei appassionata al mondo della musica?
La musica è una mia passione da quando ero bambina. Ero una persona solitaria, e quando sei sola la musica è un'ottima compagna. All'inizio mi piaceva il rock. Quando ero piccola associavo la musica elettronica all'ecstasy, ai rave, al fare festa tutta la notte. Non aveva un lato glamour per me. Ma a 17 anni ho avuto un'epifania: sono uscita con un amico pensando di andare a un concerto e invece siamo finiti in un club e per me è stata una scoperta grandiosa, mi sono completamente innamorata di quella scena e di quella musica. Ho deciso che questa era la mia strada, anche se andavo bene a scuola ho lasciato gli studi e ho iniziato uno stage nella redazione di un giornale di musica.

Siamo nel bel mezzo della Settimana della Moda. Qual è il tuo rapporto con la moda? So che hai lavorato con Jacquemus e Vetements. 
Quando ero adolescente per me la moda era una cosa superficiale, non mi andava di fare shopping con le altre ragazze. Pensavo fossero delle stupide oche. A loro piaceva la moda e a me la musica, pensavo appartenessimo a mondi separati. Ma poi ho conosciuto delle persone che mi hanno fatto capire che anche la moda è una forma di espressione artistica, un modo per rappresentare il nostro tempo e la nostra generazione.

Anche per me è stato così, da piccola ascoltavo punk rock e odiavo tutto ciò che aveva a che fare con la moda. Ora invece eccomi qui!
Anche io amavo il punk rock e andavo sullo skate, ed è buffo quando capisci che eri tu la stupida che giudicava un qualcosa che non conosceva. Un amico fotografo, Pierre-Ange Carlotti, mi ha aperto gli occhi, era amico di Jacquemus e me l'ha presentato. Jaquemus agli inizi, quando stava lavorando alla sua prima collezione, non aveva soldi, aveva bisogno di una soundtrack per la sfilata, di modelle, e ha chiesto aiuto agli amici. Poi ho conosciuto lo stilista di Vetement in un club e ho preparato una sountrack anche per una sua sfilata. Siamo giovani parigini con una visione comune e ci piace darci una mano l'uno con l'altro.

Come metti assieme la colonna sonora per una sfilata? 
Solitamente quando mi occupo della soundtrack di una sfilata conosco già gli stilisti. Parliamo molto e passo molto tempo con loro, guardo i prototipi degli abiti, discutiamo della musica. Io faccio alcune proposte e poi ascoltiamo assieme le tracce. Tre settimane prima della sfilata lo stilista si immagina già tutto perfettamente nella sua testa, ma i vari look non sono ancora stati realizzati, e qui è dove entro in scena io. Lavoriamo assieme cercando di dare una forma a un concetto astratto, un ideale. È un po' come con le colonne sonore dei film - la storia è già lì davanti ai tuoi occhi ma sei tu che devi creare l'atmosfera.

Nei tuoi mixtape inserisci spesso delle voci e dei pezzi di dialoghi. Sono prese da dei film? Il cinema influenza in qualche modo la tua musica?
Ultimamente guardo moltissimi film durante la notte. Ho dei problemi a dormire, forse è anche per questo che amo così tanto la notte nei club. Adoro le colonne sonore e sono stata influenzata molto dalle musiche dei film di fantascienza e dai western. Sono anche un'appassionata di fotografia, e mi piace il modo in cui i film riescono ad unire immagini, musica e dialoghi.
Quando inserisco queste voci all'inizio di un mixtape è perché voglio dare un'idea della direzione verso cui voglio trasportare chi lo ascolta, far capire l'atmosfera, ed è l'unico modo per dire qualcosa con l'elettronica. Ma non sono necessariamente prese da scene di film. Quando faccio un dj set invece non voglio dare un messaggio, ballare nei club deve essere una sorta di rito tribale in cui prevale il corpo sulla mente e dove ci si lascia trascinare dal ritmo.

Com'è essere un musicista in Francia?
Essere un musicista in Francia è difficile. Lo è in generale, la gente pensa che tu stia facendo ciò che ami ma non è così semplice. Cerco di produrre la mia musica e nel frattempo viaggio in continuazione, ieri sera ho suonato e stamattina ero già su un aereo e ne prenderò un altro tra poche ore. Non hai molto tempo per stare con le persone che ami e incontri molte persone nuove che forse non rivedrai mai. Certo se decidi di fare musica è perché è ciò che ti rende felice, non posso lamentarmi, ma ci vuole molto impegno e in una società capitalista come la nostra è davvero dura. 

Il nuovo numero di i-D è dedicato alla comunità LGBTQi. Credi che la musica possa in qualche modo rompere le barriere di genere?
Assolutamente. Quando ti senti in prigione e ti sembra di non avere una via d'uscita hai bisogno di sfogarti, di far sentire la tua voce, e la musica è un modo per le minoranze di far sentire la propria. In passato l'ha fatto la comunità nera con il blues, la comunità gay con l'house e la disco, e le donne con il movimento Riot Grrrl. Quando sei giovane la musica ti offre dei modelli che cambiano la tua visione del mondo, grazie soprattutto ai testi delle canzoni. I testi sono molto importanti per me, credo di aver subito l'influenza della musica punk quando ero ragazzina. È un genere che da molta importanza alle parole. Ora invece apprezzo molto i lavori di Mykki Blanco per esempio.

Vorresti si parlasse di più di questi temi nelle interviste?
Sì, mi piacerebbe parlare di più di politica.

Ti ritieni una persona engagé?
Sì, assolutamente. Partecipo a molte manifestazioni e vorrei poter fare qualcosa di concreto per cambiare le cose. Credo che essere una ragazza lesbica per alcuni sia visto ancora come un problema. Su internet sembra ci siano meno barriere sociali rispetto a un tempo, ma sulle strade in realtà regna il totalitarismo. Fortunatamente noi ragazzi cresciuti nell'era digitale abbiamo una nuova visione, non siamo più legati al patriottismo, spesso non paghiamo le tasse, non sentiamo degli obblighi verso lo Stato. E come artista devi essere in grado di sfruttare la comunicazione multimediale utilizzando i social media per promuovere ciò che fai e ciò che credi, perché se non lo fai non puoi rappresentare la nostra generazione e l'epoca in cui viviamo. 

soundcloud.com/clara3000

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Michela Biasibetti

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