i social media ci rendono superficiali, lo dice la scienza

Nuovi studi scoprono un possibile collegamento tra l'utilizzo dei social media e la "teoria della superficialità". Beh, sarà anche vero, ma c'è di più...

di Emily Manning
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17 marzo 2016, 12:18pm

Kim Kardashian's Madame Tussaud's wax figure via @kimkardashian

Lo scorso venerdì, The Independent ha pubblicato un articolo che parlava di due recenti studi di psicologi che sostengono la "shallowing hypothesis" (teoria della superficialità), ovvero la teoria secondo la quale lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione (facendo i nomi di social media e applicazioni di messaggistica) ha portato a un grave declino del pensiero "profondo". Visto che ci stiamo progressivamente abituando a comunicazioni sempre più corte e rapide, anche i nostri cervelli, si sono adattati a questa modalità: trasmissioni veloci e sommarie. Anche se l'ipotesi è già stata brillantemente illustrata nel libro di Nicholas G Carr The Shallows (nominato ai Pulitzer nel 2010), due recenti studi hanno scoperto che questo declino in termini di pensiero riflessivo, profondo, potrebbe essere ricollegato a "un declino dell'importanza data alla moralità e un incremento dell'importanza data all'edonismo e all'immagine," si legge.

Un altro studio ("Texting Frequency and The Moral Shallowing Hypothesis"), è stato pubblicato dall'Università di Winnipeg nel 2013. I ricercatori hanno preso in esame circa 2000 studenti fornendo loro un questionario sulle loro abitudini in termini di social media e messaggistica e i loro obiettivi nella vita (ricchezza, immagine, comunità, altruismo e spiritualità). I risultati hanno evidenziato che "la frequenza con cui mandavano messaggi (che loro stessi hanno dichiarato) era costantemente associata positivamente con pregiudizio e materialismo, e negativamente associato con obiettivi relazionabili al pensiero riflessivo e etico." Questo studio è stato seguito da Social media, texting, and personality: A test of the shallowing hypothesis, un articolo accademico pubblicato lo scorso febbraio nel Personality and Individual Differences journal, che ha largamente confermato i risultati precedenti.

Quest'informazione non sarà di certo una novità per molti, soprattutto Nancy Jo Sales. Lo scorso mese, la giornalista e scrittrice ha pubblicato American Girls: Social Media and the Secret Lives of Teenagers, un volume di quasi 400 pagine che analizza l'effetto dei social media sullo sviluppo adolescenziale, in particolare l'impatto dannoso che hanno sulle ragazze. Ciò che Sales ha scoperto, in una combinazione di ricerche e interviste con più di 200 giovani donne, ha dello sconcertante. Andando ben oltre la superficialità cognitiva e morale, esplora come questa si traduce nel mondo reale, con una sessualizzazione strettamente connessa con il cyber bullying, e i crimini violenti.

I social media quantificano direttamente la tua importanza in quanto persona: i follower, i like, i commenti sono una vera e propria moneta. Le Kardashians ne sanno qualcosa. Quando si gestisce un account individuale di immagini e pensieri personali, è difficile non vedere queste cifre come una sorta di affermazione del proprio valore, allo stesso modo in cui è difficile fare in modo che queste onnipresenti piattaforme di comunicazione di massa non influenzino ciò che pensiamo e come lo pensiamo. Fatico a credere, però, che i social media ci stiano trasformando in degli scatoloni vuoti che riescono a pensare solo due frasi per volta (o che stia alterando la nostra capacità di pensare in modo profondo, riflessivo) quando ci sono così tante persone che usano queste piattaforme per esprimersi in modo critico e dar vita a un cambiamento sociopolitico.

Ci sono un sacco di teorie che riguardano i selfie. Sales sostiene che le ragazze d'oggi non solo si trovano costantemente bombardate da immagini in cui le donne vengono ridotte ad oggetti, ma si sentono anche costrette a condividere immagini sessualizzate di loro stesse. "Questo processo di intensa sessualizzazione suggerisce alle adolescenti che il loro sex appeal costituisce la parte più importante del loro essere, più del cervello, del talento e della personalità." Anche se Sales ha indubbiamente ragione, i selfie vengono spesso ingiustamente screditati. Per molte persone emarginate, i selfie e i social media sono un'autentica e incensurata forma di rappresentazione, celebrazione e affermazione che va oltre ciò che viene pubblicizzato dai media mainstream.

La prima Giornata Internazionale della Visibilità Transgender è stata celebrata nel 2009, grazie a Rachel Crandall. L'attivista, che vive in Michigan, ha avuto l'idea di creare questo evento a causa della mancanza di occasioni volte a celebrare la comunità LGBT. Certo, esiste Giorno del ricordo delle vittime di transfobia, ma è più un lutto che una celebrazione. Determinata a festeggiare i trans, Crandall ha affermato che la reazione che ha ottenuto è stata stupefacente, ma che ha "sentito che certe persone avrebbero adorato esporsi, ma non sarebbero stati al sicuro dove vivono". Il Blackout Day utilizza i social media e i selfie con scopi simili. Anche se Internet è tutt'altro che un luogo sicuro, ha fornito una piattaforma per persone e comunità che mancano di una propria rappresentazione nei media mainstream per raccontare la loro storia e celebrare le loro esperienze.

C'è una bella differenza tra visibilità digitale e azioni nel mondo reale, ma mentre i social media diventano il mezzo di comunicazione principale, è importante capire in che modo sono connessi. Come affermava Jared Keller in The Atlantic, Twitter ha fallito in quanto strumento organizzativo nella rivoluzione del Movimento Verde, le dimostrazioni e proteste che hanno sconvolto l'Iran a seguito della rielezione truccata del presidente Mahmoud Ahmadinejad nel 2009, ma nonostante questo ha giocato un ruolo importante: ha dato visibilità internazionale al movimento. "La Rivoluzione Verde è stata una rivoluzione di Twitter; anche se i social media non sono bastati a livello organizzativo, ha portato la violenza nelle strade di Teheran in prima linea nel dibattito geopolitico," scrive Keller.

Ma la connessione più significativa tra i social media e la strada avrebbe preso forma quattro anni dopo. Durante l'estate del 2013 l'organizzatrice Alicia Garza (residente ad Oakland) ha postato l'hashtag #BLACKLIVESMATTER, in risposta all'assoluzione di George Zimmerman. Da quel momento, l'hashtag si è trasformato in un movimento che ha mobilizzato una delle maggiori ondate di attivismo per i diritti civili che si siano viste dopo quelle degli anni '60. Non si è limitata ad esercitare pressione sull'investigazione federale sul modo in cui i poliziotti esercitano il loro potere in tutti gli Stati Uniti, ma ha, come afferma Bijan Stephen su Wired, "cambiato profondamente il significato di essere una persona di colore in America." "Qualsiasi grande movimento sociale è inevitabilmente influenzato dalla tecnologia accessibile e adatta obiettivi, tattiche, e retorica ai media del suo tempo," scrive Stephen prima di delineare i modi in cui il movimento decentralizzato e non gerarchico prende vita nei social media. "Se vuoi postare un video di una protesta o un arresto violento, lo carichi su Vine, Instagram o Periscope. Se vuoi evitare trolls o autorità e devi organizzare un'azione, potresti conversare privatamente con altri attivisti su GroupMe…Se vuoi mobilizzare una marea di gente che conosci e vuoi che il mondo ne parli: Twitter."

Le persone hanno a lungo denunciato il degrado morale che ritengono accompagni il progresso nella communication technology. Sicuro, i miei "lol ayeeee!" non sono in nessun modo equiparabili a una poesia di Baudelaire. Ma implicare che i social media ci stiano rendendo superficiali mi sembra una dichiarazione troppo sommaria, di parte. Sapete cos'è davvero di parte? I quotidiani e i media tradizionali, soprattutto la televisione. I suoi contenuti vengono decisi a tavolino con delle conferenze in pompa magna e creati da persone che esercitano potere istituzionale, poi dati in pasto a una popolazione che, fino all'avvento dei social media, aveva poche possibilità di condividere i loro "pensieri profondi" riguardo alle "immagini edonistiche" che vedevano. Se la consapevolezza e conoscenza di problematiche, individui, storie e opinioni (che non avrei mai potuto ottenere tramite i media tradizionali) mi sta rendendo una persona immorale o un'edonista beh, ci vediamo all'inferno.

Crediti


Testo Emily Manning
Foto Ash Kingston

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