Fotografia di Dudi Hasson

in bilico tra sudan e israele: storia di una famiglia costretta a fuggire dal suo paese

Un diario fotografico che racconta con delicatezza e grazia di chi fugge dal proprio paese.

di Clementine de Pressigny
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17 dicembre 2018, 6:00am

Fotografia di Dudi Hasson

Alen Godin ha lasciato il Sudan con i suoi genitori quando aveva solo cinque anni. Erano migranti in fuga dalla Seconda Guerra Civile del Sudan. Il loro viaggio si concluse in Israele, dove nacquero i fratelli minori di Alen—Jock, Ashol e Yonantan.

Il fotografo Dudi Hanson li ha fotografati sulla spiaggia di Jaffa, a Tel Aviv. "Voglio che queste immagini mostrino il forte legame che li unisce, e voglio che gli altri percepiscano il loro desiderio bruciante di avere un luogo da poter chiamare casa," dice Dudi del progetto.

"I rifugiati in Israele non hanno alcun diritto, il governo non li riconosce. Quando si ammalano non possono andare dal medico. Sono costantemente a rischio di espulsione, la minaccia di dover tornare nel loro paese d'origine non si spegne mai. È successo al padre di Alen stesso."

Così abbiamo parlato con Alen, 18 anni, delle difficoltà che lui e la sua famiglia affrontano, ma anche delle speranze che ha per il futuro.

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Ci racconti brevemente il vostro viaggio verso Israele?
Ero molto giovane, quindi non me lo ricordo bene, ma abbiamo camminato per molte ore, trovando solo occasionalmente qualche passaggio in auto. Io sono stato in braccio ai miei genitori per tutto il viaggio. Abbiamo attraversato molti paesi: il Sudan, l'Etiopia, l'Egitto e infine Israele.

Com'è ora la tua vita a Tel Aviv?
Vivevo nel kibbutz di Ein Gedi, dove non sono stato accolto favorevolmente come speravo, anzi ci sono stati diversi episodi spiacevoli, forse perché ero diverso da loro. Poi sono arrivato nella mia nuova casa nel sud di Tel Aviv, che è il posto in cui vivo ora. La maggior parte dei miei amici provengono dal Sudan o dall'Africa, quindi sembra quasi di essere ancora lì. Da quando mi sono trasferito sono in questa zona non mi sembra di essere in Israele, ma a casa.

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Cosa ti raccontano i tuoi genitori della loro vita in Sudan?
Mia madre non ne parla mai. È molto difficile per lei affrontare questo discorso, non racconta mai nulla del nostro passato e di quello che abbiamo vissuto in Sudan. Ha una visione delle cose molto ottimista e preferisce concentrarsi sul presente, più che sul passato.

Come trascorri le tue giornate?
Mi sono appena diplomato alle superiori. A volte faccio dei servizi fotografici, ma normalmente passo le giornate allenandomi e giocando a basket con i miei amici.

Sai già cosa vorrai fare "da grande"?
Il mio obiettivo è diventare un giocatore di basket professionista. Fare il modello è qualcosa che è successo per caso, non una scelta programmata. Ma ho capito che è il momento di impegnarmi a fondo anche in questo percorso e trasformarlo in un lavoro vero e proprio. Mi piacerebbe andare all'estero, essere fotografato per campagne pubblicitarie internazionali.

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Il tuo status di rifugiato rende impossibile per te trovare un lavoro?
È davvero complicato, ho bisogno di ottenere un permesso di lavoro ed è una procedura piuttosto lunga. Il mio status di rifugiato mi impedisce di percepire un normale stipendio.

Quali sono le tue speranze per il futuro?
La mia speranza principale è quella di poter godere dei diritti fondamentali nel mio paese. Quello del ricevere assistenza medica, ad esempio—una volta mi hanno fatto restare in attesa per dieci ore prima di occuparsi del mio dito rotto. Sono pronto a costruirmi un futuro ovunque verrò accettato, sebbene io ami davvero Israele, perché è un luogo in cui è bello vivere.

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Crediti


Fotografia di Dudi Hasson
Moda di Shay Lee Nissim
Un ringraziamento speciale va ad Alan Godin, Jock Godin, Ashol Godin e Yonantan Godin

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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