La Caduta degli Dei (1969)

visconti e l'amore per la moda decadente

Luchino Visconti era un esteta e un grande cultore di moda; ripercorriamo insieme la storia del regista che ha reso i costumi parte integrante di ogni sua storia.

di Malou Briand Rautenberg
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08 novembre 2017, 5:21pm

La Caduta degli Dei (1969)

Questo articolo è originariamente apparso su i-D Francia.

L'uniforme da marinaio del giovane Tadzio in Morte a Venezia (1971), il tailleur grigio perla di Romy Schneider in Boccaccio '70 (1962), il magnifico abito color porpora di Claudia Cardinale in Il Gattopardo (1963) e i gioielli Bulgari dell'incoronazione di Ludovico Secondo il Germanico in Ludwig (1972): Luchino Visconti era un esteta del cinema. Uno di quelli che mettono lo stile al primo posto e fanno film che ne trasmettono l'importanza. Dal 1976, anno della sua morte, l'aristocratico dagli ideali marxisti, costumista di Renoir e genio creativo di quindici capolavori, continua a ispirare orde di stilisti, da Alessandro Michele a Karl Lagerfeld. Pare ovvio, se si pensa a come ha rivoluzionato l'arte del parlare di moda nel cinema. "Luchino Visconti era il re dei costumi non-standard," ricorda Laurent Cotta, curatore del Museo Galliera, specializzato in arti grafiche. "Nella sua serie di film ambientati nel 19esimo secolo, Luchino riempì le credenze di vasi d'epoca, anche se sapeva che in fase di montaggio sarebbero poi stati tagliati dalle riprese. Voleva che le sue attrici indossassero biancheria intima vintage, anche se non c'erano scene in cui si dovevano spogliare. Aveva una vera ossessione per i costumi, credeva che aggiungessero credibilità ai personaggi." Dalle epopee neorealiste (Ossessione, Rocco e i suoi fratelli e La terra trema, tra gli altri) agli affreschi barocchi e decadenti (Senso, La Caduta degli Dei, Ludwig e Morte a Venezia): i costumi di Visconti incarnano sempre l'epoca di cui fanno parte. Parlano di tempi ormai passati e raccontano le storie di giovani gelosi e di aristocrazie ormai in declino. Moda e morte si confondono in Visconti; ad accomunarli il potere di rinnovare il mondo. Per celebrare l'innegabile contributo che il regista ha dato alla cinematografia internazionale, noi di i-D abbiamo deciso di ripercorrere la storia d'amore tra Visconti e la moda. Dalle sue collaborazioni con i più grandi stilisti del secolo scorso all'influenza che continua ad esercitare sul mondo nel 2017.

LV per Louis Vuitton o Luchino Visconti, dipende.

Rocco e i suoi fratelli (1960)

Lo stile, Luchino Visconti ce l'ha nell'anima. Ultimo discendente di una famiglia aristocratica, il regista è cresciuto nell'opulenza e nello splendore tra le mura di un palazzo principesco, circondato da arredi in stile Liberty e pitture rinascimentali. Il suo gusto per il bello lo porta a Parigi, precisamente nella boutique di Louis Vuitton, dove attinge a piene mani dall'estetica anni '20. Nella biografia dedicata a Visconti, l'autrice Gaia Servadio racconta: "Visconti arriva da L.V. e inizia a ordinare decine di capi: all'epoca, è uno dei loro unici clienti. Lancia la moda dello shopping da Vuitton. Amici e ammiratori finiscono per cedere a loro volta ai suoi capi." Visconti fu insomma un precursore del futuro successo del marchio di lusso francese e rimase fedele per tutta la sua vita alla maison: a Helmut Berger, con cui condividerà la vita, regala tre valigie Louis Vuitton. Nella sua biografia pubblicata nel 2015, l'attore tanto amato da Visconti scrive: "Visconti mi ha portato da Louis Vuitton (...) Un anno dopo sono tornato nella boutique. Mi sono presentato come Helmut Berger e ho voluto le mie iniziali sulle valigie, pensavo che il monogram LV fosse la sigla di Luchino Visconti. Che vergogna! (...) Ero così imbarazzato che non ho potuto fare altro che scusarmi." La leggenda narra che il malinteso si ripete poi con Alain Delon. Durante le riprese di Rocco e i suoi fratelli (1960) l'attore francese avrebbe infatti detto a Luchino Visconti: "Maestro, è incredibile che lei abbia le sue iniziali stampate sui suoi bagagli!"

Coco Chanel, la fatina buona nella gioventù di Luchino

Romy Schneider in Boccaccio '70 (1962)

Visconti si è sempre circondato delle persone giuste: negli anni '30, è un it-boy d'avanguardia a trascinare la sua eleganza nelle periferie della capitale francese, ai tempi gorgogliante di creatività. Non ci volle poi molto per finire nel mirino di Gabrielle Chanel. Tra l'allora apprendista-regista e la stilista francese fu amore a prima vista. È infatti Coco a far decollare la sua carriera, convincendo l'amico regista (Jean Renoir) ad assumere Visconti sul set per il suo prossimo film. Renoir accetta la scommessa e fa del giovane novizio il suo assistente in Una Gita In Campagna (1936). Visconti sa subito farsi notare per la sua visione dello stile e finisce per creare la maggior parte dei costumi del film. Un anno dopo, Renoir lavora a Verso la Vita, film che narra la storia d'amicizia tra un barone rovina e un bad boy senz'anima. Che è poi un po' la storia di Renoir (fervente comunista) e del giovane Visconti, sedotto invece dagli ideali fascisti. Ma accanto al regista francese, Luchino si convertì poi al marxismo. Gabrielle Chanel, ancora lei, gli insegnò in quegli anni i fondamenti dell'eleganza femminile. E nel 1962, quando Visconti la ritrova sul set del suo film Boccaccio '70. In tailleur grigio firmato Chanel e perle d'ordinanza, Romy Schneider entra nella leggenda.

Uomini e uniformi

Ludwig ou le Crépuscule des dieux (1973)

Feticista dell'estetica, Luchino Visconti ama vestire gli uomini. Sul set, fa indossare loro di tutto: pellicce d'ermellino e calze a rete, parrucche bionde e strette cinture a evidenziarne il punto vita. Visconti reinventa la moda maschile, decuplica i rimandi alla storia del cinema e rompe gli schemi del grande schermo: Helmut Berger si reincarna in una Marlene Dietrich che ricorda una spogliarellista in L'Angelo Azzurro, si lascia avvolgere da una pelliccia abbinata alla sedia su cui è dolcemente appoggiato (Gruppo di una Famiglia in un Interno) e sogna d'indossare l'ermellino riservato ai re in Ludwig e La Caduta degli Dei. Quanto al vecchio compositore Gustav Mahler, per il quale Visconti sceglie completi in broccato grigio per Morte a Venezia, è a lui che Alexander McQueen si ispira nella sua collezione "Harlem" del 2006. Ma è senza dubbio il giovane marinaio Tadzio, l'oggetto del desiderio in Morte a Venezia, che rimane impresso indelebilmente nella memoria degli spettatori: anche Karl Lagerfeld gli renderà omaggio nel 2009, quando farà sfilare la collezione Chanel Resort, proprio sull'iconica spiaggia del Lido veneziano.

Pellicce sì, ma solo se sono Fendi

Gruppo di Famiglia in un Interno (1974)

Anche se ama gli uomini, è alle donne che Luchino Visconti confida il suo amore per tessuti e materiali preziosi. Dopo Gabrielle Chanel, il regista si rivolge alle sorelle Fendi per la produzione dei costumi per il suo film Gruppo di Famiglia in un Interno (1974). A quei tempi, il marchio italiano deve la sua reputazione alla pellicceria. Ma con l'aiuto delle sorelle Fendi, Piero Tosi—capo costumista di Visconti—immagina gli incredibili costumi dell'attrice protagonista. È La Mangano, l'ultima vera musa del cinema italiano. In giacca di astrakhan grigio scuro, cappotti di pelliccia XXL e trench foderati in ermellino, Silvana Mangano incarna alla perfezione la figura della marchesa romana in declino. I suoi costumi sono l'essenza stessa dell'esuberanza e dell'eccesso della moda italiana.

1971: l'anno dello scandalo

La Caduta degli Dei (1969)

Nel 1969, Luchino Visconti lavora a La Caduta degli Dei. Un film che profuma di scandalo tra nazismo, eccessi e ed esagerazioni di un'epoca. Ci sono scene di orge omosessuali tra SS e travestimenti maschili. In questo film, il regista spinge la disgrazia all'estremo, tra uomini che sfilano in abito nero adornato da svastiche e donne che sfoggiano calze a rete e pellicce. Due anni dopo vede la luce l'ultima collezione di Yves Saint Laurent: "Quando è stata presentata nel 1971, la collezione ha causato uno scandalo," spiega Laurent Cotta. "È soprattutto la pelliccia verde a catturare l'attenzione, per un'ovvia ragione: il rimando agli abiti indossati dalle prostitute negli anni '40 è immediato. Il riferimento è lo stesso nel film La Caduta degli Dei. È la decadenza definitiva.

Da Visconti a Gucci

Senso (1954)

1866. Venezia. L'Italia è nelle mani degli austriaci. Sta preparando la sua Rivoluzione. Questa è la storia di Senso, pellicola realizzata nel 1954 da Visconti. Il suo affresco del 19esimo secolo si apre con una performance teatrale alla quale assiste tutta l'aristocrazia veneziana e austriaca. Il sipario si alza e sui separatisti piovono i volantini rossi e verdi. I testi svolazzano tra gli spettatori e gli slogan si confondono: "Viva Italia! Viva Italia!" Pochi anni dopo, in Il Gattopardo, rosso e verde tornano a perseguitare Visconti negli abiti di Claudia Cardinale e Alain Delon. I due colori sono l'emblema visivo della morte dell'aristocrazia. E, insieme, dell'arrivo di un nuovo regno. Nel 2015, in casa Gucci si ripete esattamente la stessa storia: Alessandro Michele, appena nominato, reinventa il brand in cinque giorni appena, attingendo a piene mani dalla storia della casa fiorentina. Il primo passo? Riappropriarsi dei colori che hanno reso grande Gucci—rosso e verde, esattamente. Il passato nel futuro? Difficile trovare qualcosa di più viscontiano.