Fotografia di Igor Smitka

i creatori di ‘the rite' ci raccontano cosa c’è dietro al film premiato al fffm

Al Fashion Film Festival Milano 2019, il cinematografo Igor Smitka è stato premiato come vincitore della Best Photography con il suo film "The Rite". Abbiamo fatto qualche domanda al regista Adam Csoka Keller e alla fotografa Evelyn Bencicova.

di Gloria Maria Cappelletti
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14 novembre 2019, 11:03am

Fotografia di Igor Smitka

Plurinominati in finale, la fotografa Evelyn Bencicova e il regista Adam Csoka Keller si sono aggiudicati il premio della categoria Best Photography del Fashion Film Festival Milano, edizione 2019. The Rite è la loro opera, ispirata dal lavoro dell'illustre compositore Igor Stravinsky La sagra della Primavera, originariamente coreografata dal membro dei Balletti Russi Vaclav Nižinskij. Durante il suo debutto nel 1913 all'Opera di Parigi, questo balletto aveva stravolto le forme tradizionali del balletto, scandalizzando talmente tanto il pubblico da scatenare una rivolta di massa nel teatro.

Proprio per la sua portata innovativa e la sua forza dirompente che infrange tutte le classificazioni del teatro classico, Daniel Vais ha scelto di prendere quest'opera e riattualizzarla all'interno del panorama contemporaneo. E lo ha fatto insieme ai membri della piattaforma di cui è direttore artistico, Culture Device, un luogo di produzione, creazione e promozione di eventi socio-culturali gestito da un team di artisti d'eccellenza, tutti portatori della sindrome di Down.

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Entrati in contatto con Daniel e Culture Device, Evelyn e Adam non hanno esitato un secondo per decidere che questo progetto si sarebbe potuto concretizzare in un film potente, istruttivo e originale, proprio come era stato a suo tempo La sagra della Primavera. E così è nato The Rite, un film di un'intensità stupefacente, eseguito magistralmente dal team di performer e documentato e ripreso alla perfezione dalla coppia di talenti Evelyn Bencicova e Adam Csoka Keller.

Noi non abbiamo potuto fare a meno di fare a loro qualche domanda.Potete guardare The Rite qui sotto, e a questo link.

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Harry

Il vostro lavoro è davvero importante e impattante, tanto che vorremmo sapere molto di più a riguardo. Come avete avuto l’idea? Cosa vi ha spinto a fare questo film? Come siete riusciti a mettervi in contatto con i ballerini?
E: È iniziato tutto tanti anni fa, prima ancora di entrare in contatto con questo pezzo di cultura e con i ballerini. Abbiamo conosciuto tutto questo solo nel momento in cui Daniel Vais, il direttore artistico di Culture Device, mi ha contattato per collaborare a un libro basato sul suo progetto fotografico Radical Beauty, una serie di scatti a modell* con la sindrome di Down. Quando mi ha contattato ero a Londra e mi ha scritto di incontrarci a una festa chiamata Drag Syndrome. Ho accettato e non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, sapevo solo che ci sarebbero state persone con la sindrome di Down che facevano drag. Solo dopo ho realizzato che questo evento era stato organizzato dalla persona con cui avevo parlato fino a quel momento. Appena sono entrata nel locale sono stata avvolta da un’atmosfera spettacolare, bellissima. Pensavo che sarei rimasta tagliata fuori, di non c’entrare niente, invece è stato tutto così naturale. Le performance si trasformavano in balli che coinvolgevano tutti. Una delle più belle feste a cui io abbia mai partecipato. Intanto scattavo una serie di foto unplugged. Da lì io e Adam ci siamo messi in testa che dovevamo assolutamente collaborare con loro.

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A: Successivamente sono andato anche io a Londra. Sapevo che Daniel Vais avrebbe fatto una residenza di dieci settimane alla London Royal Opera House per rifare The Rite of Spring, un’opera intrinsecamente anti-balletto. Scegliere di farla lì, presso un’istituzione che non si assume mai molti rischi riguardo alla programmazione e solitamente seleziona performance tradizionali sia nell’opera che nel balletto, era un gesto simbolico e rivoluzionario. Con questa performance volevamo esprimere qualcosa di primordiale e ancestrale, ma all'inizio non sapevamo che tipo di struttura avrebbe avuto. Dopo un meeting con NOWNESS siamo riusciti a tirare fuori un progetto e a svilupparlo, loro però potevano fornirci un budget che purtroppo non sarebbe mai bastato per girare un film a Londra con una crew di 20 ballerini con disabilità di apprendimento. Non avevamo le risorse per farlo, e siamo rimasti davvero sconvolti da quante porte ci sono state sbattute in faccia. Noi ci stavamo dedicando completamente al progetto nella sua interezza, determinati a sviluppare una performance e un film di altissima qualità. E poi, finalmente, abbiamo trovato una casa di produzione che ha deciso di sostenere una buona parte dei costi, così abbiamo iniziato a viaggiare senza sosta per vedere e documentare ogni prova della performance.

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E: Sentivamo proprio il bisogno di conoscere le persone, i membri del team, di sapere come volevano essere ripresi e scattati, volevamo che si stabilisse una relazione di fiducia. Non abbiamo assunto l'incarico da una prospettiva esterna, ma volevamo esserci dentro, stare vicino a loro. Quando abbiamo chiesto a Daniel le motivazioni della scelta del balletto, è stato davvero interessante scoprire quanto fosse stata innovativa e scioccante la prima a Parigi. È un’opera che ha rotto tutte le barriere del balletto e del teatro in senso stretto.

A: Ha letteralmente fomentato una rivolta nel teatro di Parigi. È stato il primo balletto completamente anti-balletto.

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I costumi di scena sono ispirati a quelli originali?

A: Diciamo che sono una versione contemporanea di quelli originali. Abbiamo lavorato con la designer ucraina Masha Reva, che ha studiato con noi alla Central Saint Martins. Lei non è solo una costume designer o fashion designer, ma è anche un’artista visiva, una scultrice, un’art director. È stato molto interessante per noi lavorare con qualcuno così creativo, che ha saputo mettersi in linea esattamente con tutto ciò che volevamo esprimere.

E: Paragonato all’originale non è lo stesso, è totalmente innovativo come è giusto che lo sia in relazione a una piattaforma come Culture Device. Abbiamo assistito alle performance sia alla Royal Opera House che alla sede di Culture Device ed è stato davvero emozionante in entrambi i casi. Non c’è controllo, è qualcosa di assolutamente libero e puro sia nell'estetica dei look, sia nella performance stessa.

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Esatto, questo è quello che ho pensato. Il team di Culture Device è composto da performer incredibili. Puri di fronte alla videocamera, non entrano nel personaggio come fanno gli attori. Sono esattamente il sentimento che esprimono.
A: Sono esattamente così. Sono dentro all’emozione. È stata un’esperienza potentissima anche per noi, si respirava un’atmosfera così libera sul set. È stupendo lavorare con persone che non sentono assolutamente alcuna pressione dagli altri.

C’è un libro di Sartre chiamato No Exit, incentrato interamente sull’idea di come i personaggi si guardano l'un l'altro. A un certo punto afferma: “Hell is other people, other people is hell.”, in riferimento a quella sensazione costante di disagio che proviamo, come se tutte le altre persone ci giudicassero. La vostra performance è esattamente il contrario e l'impressione è che i membri di Culture Device si sentano veri e liberi...
A: Assolutamente. E da loro possiamo imparare l’innocenza e la verità, di cui c’è un assoluto bisogno adesso. Serve più inclusività nel teatro, nelle gallerie d'arte, nell’Opera, in ogni contesto culturale.

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La mia speranza per il futuro è che ci si distacchi sempre più dall’ego, che i punti di vista cambino.
E: Proprio per questo è stato così bello lavorare con persone che non sono per niente concentrate su di sé. Erano totalmente in sintonia l’uno con l’altro e completamente legati uno all’altro. Tutti si supportano e si incoraggiano, instaurando rapporti che raramente si creano quando lavori con altre persone. Tutti noi dovremmo imparare da questo tipo di atteggiamento. Era una gioia autentica e reale. Siamo emozionati all'idea che questo progetto possa crescere sempre più.

Vi piacerebbe che questo progetto venisse mostrato nelle scuole e svolga una funzione educativa, creando una sorta di connessione tra le persone?

A: Dal mio punto di vista, credo di aver fatto la mia parte realizzando questo film, il prossimo passo sarà quello di portarlo alle persone. Sarebbe stupendo se ci fosse una piattaforma che potesse far viaggiare il gruppo per performare live in giro. Il fatto di portarsi a casa qualcosa da un’esperienza reale è essenziale, e ci reputiamo fortunati di averla vissuta in prima persona.

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Crediti

Un film di Adam Csoka Keller
Fotografia di Evelyn Bencicova
Art Direction & Costumi Masha Reva
Direttore della Fotografia Igor Smitka
Musica di Joao Poppe Toulson
Coreografia di Daniel Vais
Editing Nicola Powell
Prodotto da Stink Films

Associazione Culture Device
Intervista di Gloria Maria Cappelletti

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