la religione islamica è queer per natura

In un passaggio dal libro "Unicorn", l'autore Amrou Al-Kadhi (aka Glamrou) spiega il legame tra queerness e Islam.

di Amrou Al-Kadhi
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24 ottobre 2019, 10:14am

Il concetto di queerness e quello di religione non vanno sempre d'accordo, anzi. Spesso la retorica religiosa è la base stessa di omofobia, bifobia e transfobia, nonché la ragione per cui molte persone LGBTQ+ nel mondo vengono perseguitate. E se tutte le religioni sono colpevoli di questa stigmatizzazione della queerness, nei media è l'Islam la fede più criticata, perché sarebbe anti-LGBTQ per natura. E così il dibattito viene spesso ridotto a un generico: "L'Islam odia i gay." La retorica anti-musulmana è così pervasiva che anche alcune icone del movimento di liberazione gay sono accusate di islamofobia.

Ovviamente, come in tutte le religioni ci sono fazioni estreme anche nell'Islam, ma questi individui non rappresentano il totale della comunità. Certo, crescere queer in un ambiente conservatore e religioso è sempre difficile. E nel caso di un musulmano, per cui la pressione esterna è un'inevitabile costante, può sembrare addirittura impossibile. Eppure, non deve essere per forza così. Anzi, esiste un modo per allineare l'essere queer con la religione, basta sapere dove guardare. Amrou Al-Kadhi (aka Glamrou), scrittor*, performer e drag artist, l'hanno imparato leggendo il Corano in prima persona.

Vi proponiamo qui un estratto del libro Unicorn: The Memoir of a Muslim Drag Queen, in cui Amrou esplorano i modi in cui l'Islam è, in realtà, intrinsecamente queer.

NB: ci rivolgiamo ad Amrou con il pronome "loro" per rispettarne l'identità di genere. Sul loro profilo Twitter, infatti, richiedono esplicitamente l'uso di "them", traducibile in italiano con "loro".

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Il profeta Maometto una volta disse che l'Islam è iniziato come qualcosa di strano e tornerà a essere qualcosa di strano, per cui bisogna offrire la benedizione a coloro che sono strani. Amen, Muhammed! Se sostituisci la parola Islam con "persone," la frase potrebbe essere tranquillamente lo slogan di una discoteca sex-positive e queer di Berlino. Come ho imparato sulla mia stessa pelle, l'Occidente ha un'idea molto limitata di cos'è e come appare una persona musulmana—siamo terrificanti terroristi, oppure siamo terrificati. In questo meccanismo, molto è dovuto alla rappresentazione culturale: praticamente qualsiasi attore arabo, ad esempio, ti dirà che dopo l'11 settembre 2001 ha ottenuto più ingaggi, ma per le ragioni sbagliate. Le reti televisive americane, in particolare, sono ancora attanagliate a narrazioni in cui soldati bianchi sterminano persone arabe come se fossimo vermi. Non sorprende, quindi, che per la maggior parte delle persone l'idea che nel Corano possa esserci spazio per un racconto queer sia completamente ridicola (i media conservatori hanno dato un contributo fondamentale, trasformando l'Islam in una minaccia assoluta per i diritti della società Occidentale), ma le idee sull'Islam sono limitate e mascherano le complessità subatomiche nascoste nel profondo della fede.

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Durante le mie letture del Corano, mi sono imbattut* in questo passaggio su Dio. Dice che Allah è "È Lui che vi plasma come vuole negli uteri" (Corano, 3:6) e che "E fan parte dei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno" (Corano, 30:22). Quando ho letto questo passaggio, per la prima volta mi sono sentit* conness* al Corano e non ho avuto un senso di repulsione verso questo Libro Sacro. Lo tenevo stretto a me come se fosse destinato a essere tra le mie mani, quasi fosse un docile gattino. Eccola, proprio lì, nell'antico "malvagio" testo, l'idea che la varietà di corpi umani faccia parte del disegno di Allah. Forse Allah vede gli esseri umani come io da piccol* guardavo alla vita nel mare—una collezione di corpi diversi e in continuo mutamento che coesistono come una massa senza forma, uniti dalla luce e dall'amore. Avevo sempre immaginato Allah come un fascista che ha costruito un mondo su linee rigide—ma più scoprivo l'Islam, meno il paragone mi sembrava funzionare.

Ho contattato un gruppo di musulmani queer di cui avevo sentito parlare, una comunità organizzata per chi vuole trovare un punto di incontro tra la propria fede e la propria identità queer, e che trova giustificazioni nel Corano. Mi hanno invitat* a uno dei loro eventi, ho raccolto il coraggio e sono andat*. Era una pigra domenica d'autunno e mentre prendevo l'autobus verso il locale prestabilito per l'incontro, sorridevo all'idea di starmi dirigendo volontariamente a un evento islamico, mentre per così tanto tempo nella mia vita ero cors* nella direzione opposta. Stavo andando in cerca dell'Islam, non più tentando di eradicarlo dal mio sistema. L'evento si è dimostrato una delle situazioni più accoglienti in cui sia mai stat*—libero da giudizi e paura, incentrato sui concetti di amore e fratellanza che si trovano nella religione islamica. Ci siamo seduti a tre tavolini assemblati per farne uno grande e un po' sbilenco, mi sono guardat* intorno, assorbendo la diversità che mi circondava. C'erano uomini musulmani in vesti islamiche femminili, e una donna trans che indossava l'hijab, e ho pensato al* piccol* Amrou in classe e come avrei voluto raccontare che un giorno si sarebbe sedut* in una stanza piena di altri musulmani queer, e che non erano le fiamme eterne ad aspettarlo, ma l'amore.

L'incontro è durato tre ore e ha riguardato il concetto islamico di Wilayah. Wilayah si traduce come "guida spirituale," e le letture più conservatrici del Corano lo interpretano come una pratica in cui gli uomini musulmani si assicurano che le donne vadano in sposa a musulmani per bene. Ma i vari passaggi del Corano, a una lettura più profonda, rivelano diversi significati rispetto a quello dato dall'Islam patriarcale. Eccone uno che trovo particolarmente confortante:

"[E le persone di fede mascoline e le persone di fede femminee] sono alleati gli uni degli altri. Ordinano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole" (Corano, 9:71).

Ci siamo divisi in gruppi per discutere come questo passaggio possa essere applicato a noi persone queer. Più leggevo e più discutevo, più comprendevo che praticavo Wilayah con la mia famiglia di drag queer, Denim. Per me, parte dell'identificarsi come queer riguarda il formare una comunità con altre persone queer, una in cui ci prendiamo cura della sicurezza un* dell'altr*, e ci assicuriamo che nessun* soccomba alle pressioni dell'eteronormatività. La mia famiglia queer mi celebra tanto quanto mi sfida: il mio atteggiamento è costantemente spinto a migliorare, affinché io pratichi la più pura e inclusiva forma di religione queer. Wilayah è la stessa cosa per i musulmani—non è una questione di controllo, ma di protezione: far sì che le nostre sorelle e fratelli non siano calunniati da forze maligne e corrotte.

Durante la sessione, ho imparato un antico concetto dell'Islam, chiamato ijtihad. Questo fa essenzialmente riferimento ai circoli di pensiero critico e discussione indipendente che per centinaia di anni hanno dibattuto le domande fondamentali dell'Islam. Fino al decimo secolo, i musulmani erano incoraggiati a esercitare una relazione autonoma con i testi sacri, così le letture collettive dell'Islam si sono generate da diverse prospettive. Il Corano, infatti, è molto più una raccolta di poemi che una serie di comandamenti in sé e per sé; la sua ambiguità è funzionale a incoraggiare diverse interpretazioni. Ma, come per tutto nel mondo, gli uomini eterosessuali e cisgender hanno in fretta dominato la pratica e l'ijtihad è stato proibito nel decimo secolo—e l'Islam è diventato più autocratico e restrittivo in come le persone dovevano intenderlo. E i passaggi come La storia di Lot, che se presa testualmente sembra un avvertimento contro lo stupro e l'inospitalità, è diventata per mano dei praticanti conservatori una condanna inequivocabile dell'omosessualità, portando a quel tipo di omofobia religiosa istituzionalizzata che ha segnato la mia vita. Non è Allah che ha proibito la mia identità queer, ma le persone che hanno scelto di ignorare le potenzialità alternative del Corano.

Dal giorno di quell'incontro, ho passato ore e ore a sondare tutte le informazioni discusse nel gruppo, e il loro lavoro è stato fondamentale per riappacificarmi con l'Islam. Il Sufismo è un settore dell'Islam ricco e spirituale, che ha molte affinità con il concetto di identità queer. In quanto persona queer, credo in modo quasi dogmatico nella differenza, nell'idea che ogni persona sia unica, con il proprio innato senso del sé, e che sia questa differenza che ci porta a legarci in una cosa sola. Il Sufismo, in molti modi, si basa sulla stessa convinzione. È una branca dell'Islam che cerca un dialogo personale metafisico e profondo con Allah. Nel Sufismo, ogni singolo musulmano ha la propria relazione individuale con Allah; Allah non è una forza egemone singola che ci controlla tutti, ma qualcosa che possiamo trovare ognun* a modo suo. Sono cresciut* percependo l'Islam come ascetico e austero, ignorando completamente un intera branca della fede che risuonava direttamente con me. Ho deificato i grandi della letteratura occidentale come Oscar Wilde per la loro magia queer, e saltato a piedi pari gli scritti dei Sufisti, come il poeta persiano del tredicesimo secolo Julaluddin Rumi, i cui poemi spirituali traboccano di desiderio omoerotico. Era tutto lì, da sempre. Mi stava aspettando.

I metodi di preghiera del Sufismo possono essere meravigliosamente poetici, e anche intrinsecamente queer. C'è una passaggio Sufi glorioso in cui degli uomini indossano gonne e fanno giravolte e danzano come modo per fondere la propria anima con Allah (i famosi dervisci rotanti). SÌ, ESATTO. UOMINI MUSULMANI CON ADDOSSO DELLE GONNE. Per cui mentre io credevo che Allah e ogni parente che ho fossero pronti a farmi sparare per la mia identità di genere, in realtà esistevano uomini musulmani che indossavano gonne per ballare con Allah—ed erano anche premiati per essere pii! Voglio dire, io faccio la stessa cosa in una performance drag—magari non è poi così trasgressiva come cosa! Ho passato l'adolescenza in cerca di personaggi che mi rappresentassero in TV e nei film, e, per quanto abbia trovato personaggi queer a cui sentirmi conness*, l'unico caso in cui la mia esperienza di persona queer e musulmana in qualche modo risuonava era Sognando Beckham.

Ho capito che ogni volta che faccio drag, anch'io sono in cerca di una connessione trascendentale con un potere più alto, incanalato nell'energia collettiva queer che arriva dal pubblico. Ogni volta che faccio drag—il rituale del trucco e della costruzione di un altro sé—mi sento come mi sentivo quando pregavo da bambin*. La preghiera islamica è una pratica molto potente, in cui permetti al tuo corpo di trovare Allah attraverso i movimenti e i mantra. Ogni volta che blocco le mie sopracciglia e mi dico nello specchio "Sei inarrestabile," sento un'affinità con queste pratiche islamiche.

Di recente, per calmarmi prima di uno spettacolo, ho iniziato a usare alcune pose di preghiera musulmane mentre faccio stretching, e mi aiuta a sentirmi conness* e in controllo prima di andare sul palco. Quando indosso un completo arabo davanti al pubblico, mi piace talvolta cantare in arabo, incanalando le energie femminee queer dell'Islam, sentendo il potere di cosa significa essere queer e avere una stanza piena di persone che celebrano proprio questo. È una sorta di esperienza religiosa, una stanza unita nella celebrazione della differenza; quando uno spettacolo va molto bene, mi dà fede. Una fede per cui il piano di Allah era che volteggiassi su un palco indossando una gonna così da trovare non solo me stess*, ma anche Allah, come molti musulmani Sufisti hanno fatto prima di me, per centinaia di anni.

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Questo articolo è comparso originariamente su i-D UK.

Crediti

Fotografia di Holly Falconer

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