Screenshot dal trailer di Euphoria

“euphoria” è la serie dell’anno tra sesso, traumi e ansie oscure

"Euphoria" è davvero è la miglior serie tv sull'adolescenza dopo "Skins"? Ci sono troppa droga e troppo sesso? E quella scena in cui si vedono una trentina di peni? Parliamone.

di Vincenzo Ligresti
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12 settembre 2019, 1:37pm

Screenshot dal trailer di Euphoria

Di solito le conversazioni che partono con: “Ma a te è piaciuta la serie x [inserire qui nome di serie tv di cui si sta parlando tantissimo]?” si concludono con un superlativo decisamente abusato: “bellissima.” È un aggettivo che nella mia bolla mi è capitato di ascoltare in molte occasioni, soprattutto recentemente nel caso di Euphoria. Con le dovute precisazioni che seguiranno qui di seguito, concordo moltissimo.

Euphoria è una serie HBO, alla sua prima stagione da otto episodi, scritta e diretta da Sam Levinson [ Assassination Nation, 2018]. È prima di tutto il riadattamento, contestualizzato nel presente, dell’originale israeliano ambientato negli anni Novanta; ma anche la serie con protagonisti adolescenti inseriti nella fotografia più patinata e perfetta di sempre. “L’idea dietro [ alla fotografia] era quella di creare un mondo che sembrasse fragile,” ha dichiarato Lenvison a Film School Rejects. Ma al contempo “che riflettesse come i protagonisti sperano che il mondo sia. I vestiti, i capelli, il trucco.”

Riporto queste parole per dire che nella maggior parte delle recensioni positive uscite attualmente in Italia (nei paesi anglofoni l’accoglienza è stata un po’ più tiepida), si ritrova un giudizio frettoloso e molto fuori fuoco che suona più o meno così: Euphoria è “la serie per capire gli adolescenti di oggi.” L’ho letto così spesso, che per esprimere il mio dissenso qualche settimana fa ho pubblicato una storia su Instagram tanto piccata quanto degna degli attacchi d’ira di Nate Jacobs—il belloccio della serie, interpretato da Jacob Elordi, che avrete visto probabilmente in qualche film brutto targato Netflix.

Per quanto sia indubbio che sia una serie per intercettare un ampio target e soprattutto per un pubblico adulto, Euphoria non è da leggersi come un manuale sugli adolescenti, non ha la pretesa di essere la fedele rappresentazione della Generazione Z, o meglio, di renderne i suoi protagonisti un campione rappresentativo. Basta leggere le informazioni essenziali sui suoi personaggi—cui a ciascuno viene dedicata la parte iniziale di ogni episodio, escamotage narrativo che ricorda in una certa misura Skins: Rue (Zendaya) è una ragazza, nata tre giorni dopo l’11 settembre, con alle spalle problemi ossessivi-compulsivi, e con problemi di tossicodipendenza, che la rendono bugiarda e manipolatrice; Jules (Hunter Schafer) è una ragazza transgender bellissima, sempre curata esteticamente, che soffre per il passato e il divorzio dei suoi; Kat (Barbie Ferreira) è una ragazza ‘grassa,’ un genio delle fan-fiction (anche se non lo sa nessuno), che si ritrova a diventare una dominatrice finanziaria; Fezco è uno spacciatore che con il fratellino vende di tutto, ma non il Fentalyn. Sembrano vite molto diverse da quella di un adolescente ordinario, no?

Insomma, Euphoria non è lontanamente accostabile a serie dal cipiglio documentaristico con protagonisti dalla vita piuttosto comune alla Skam ; sicuramente è più vicina a Skins, soprattutto per l’impostazione narrativa, ma ne perde comunque la crudezza, sostituita da atmosfere surreali e musical nei meandri di una cittadina qualsiasi.

È piuttosto una serie che sviscera e attualizza—e non è poco—l’intensità delle sensazioni adolescenziali nel senso più totalizzante ed estremo. “Penso che parte dell’esperienza di crescere, superare il liceo, sia capire che qualunque persona attraverserà dei periodi di merda. Che si è come si è a causa dei traumi che si sono superati. Oppure no", ha detto sempre Levinson.

Per capire quindi in che misura Euphoria è davvero realistica, VICE—come è solito fare—ha chiesto ai diretti interessati: gli adolescenti. C’è un commento di una certa Devyn Carson, 16 anni, che mi ha piuttosto colpito. Pensa che Euphoria non sia “necessariamente una esatta rappresentazione della vita adolescenziale nel 2019,” per esempio non conosce nessuno “totalmente dipendente dalla droga” e non ha avuto “esperienze dirette con il revenge porn,” ma “l’atmosfera che lo show ricrea [ tipo le feste]” le trova “assolutamente familiari”. Del resto, gli studi dicono che la Generazione Z beve meno, fa meno sesso e uso di droghe delle precedenti generazioni.

Quindi, per ribadire una volta per tutte il concetto, se i personaggi (comunque verosimili) non sono un campione rappresentativo degli adolescenti di oggi, il loro modus operandi è iperbolico, di che parla davvero Euphoria? Mi affido al commento illuminato del regista Xavier Dolan [ Les amours imaginaires, Mommy e molti altri], che ricalca a sua volta il pensiero di Levinson: “All'inizio [con Euphoria] non ero sicuro di poterci empatizzare—sono un po 'più vecchio dei personaggi e, sebbene condividiamo alcune abitudini, non condividiamo le stesse vite. Ma passata la seconda metà del secondo episodio, ho capito di cosa parlasse Euphoria [...]: del trauma. Di come lo affrontiamo. Lo superiamo. Lo trasformiamo in altro. Il più delle volte: il disgusto per se stessi, la cattiveria, la solitudine e la dipendenza. Conosco tutti e quattro.”

I pregi di Euphoria però non si limitano alla sua capacità di parlare delle difficoltà con cui ci si scontra nell’adolescenza e che in qualche modo continui a portarti dietro—uno dei motivi per cui ti ci puoi rivedere a qualsiasi età—ma di spiegarle al contempo trattando tematiche di cui si dovrebbe parlare di più e su cui spesso i giovani sono più aperti rispetto a chi rappresenta le generazioni precedenti: il cambio di genere vissuto; la mascolinità tossica; la body positivity intesa come l’accettazione del proprio aspetto fisico; la necessità di esplicitare il proprio consenso o diniego nei momenti di intimità.

Il tutto avvalendosi, poi, di un cast che pur non interpretando degli adolescenti comuni, risulta perfetto nel rappresentare tutte le minoranze che attualmente hanno il più possibile bisogno di spazi e visibilità nella società: Zendaya, attrice nera uscita fuori dal cappello di Disney Channel, rappresenta al meglio il concencetto di inclusività; Hunter Schafer, modella amata dai più grandi marchi di moda, è realmente transgender; Barbie Ferreira è tra le prime della sua generazione a essersi battuta, mostrando il suo corpo su Instagram, per abbattere canoni di bellezza imposti. Levinson, infatti, ha scritto Euphoria non solo basandosi sulle sue esperienze dirette e regresse con la tossicodipendenza e la depressione, ma ha attinto anche dal vissuto del cast.

In pratica, Euphoria è da leggersi come la sommatoria dei suoi significati e significanti—personaggi, attori e le loro storie—a cui aggiungere altri due elementi che la rendono una bomba: lo sceneggiato appena citato, scritto egregiamente e che ricalca perfettamente il linguaggio adolescenziale fatto di “mai” e di “sempre”; e poi la trattazione quasi sociologica e pedagogica—grazie per l’appunto al linguaggio utilizzato—di tutto ciò ruota attorno al sesso: mi vengono in mente per esempio la lezione di Rue sulle dick pic, in cui spiega che ne esistono di due tipi, “richieste e non richieste,” e che quelle “richieste costituiscono circa l’1% delle dick pic inviate e ricevute”; il momento in cui si spiega che i nudes sono una sorta di prassi tra gli adolescenti (e non solo); o ancora la scena in cui Jacob nello spogliatoio cerca di “mantenere il contatto visivo” per non osservare i corpi nudi e in particolare i peni (The Hollywood Reporter ne ha contati “una 30ina”) dei suoi compagni di squadra.

Con tutto questo non voglio dire che Euphoria sia una serie perfetta: per alcuni può risultare fighetta ed eccessivamente patinata, un calderone con troppi temi ed esagerazioni, o dal ritmo a volte troppo lento—riconosco anch’io che in certi passaggi appaia così. Però è una di quelle serie che vuoi finire al più presto, e per cui c’è bisogno di una seconda, ma anche di una terza stagione—a differenza di molte altre serie con adolescenti protagonisti, come per esempio Tredici—perché l’evoluzione dei suoi personaggi è ancora tutto un punto di domanda.

E la storia d’amore tra Rue e Jules è davvero una storia d’amore? Nate accetterà chi è davvero? Kat si darà una calmata? A prima stagione conclusa, del resto, mi è sembrato ancora di non saperne proprio nulla dei personaggi—un po’ come succede agli adolescenti quando pensano al futuro.

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Serie tv + Adolescenza vi sembra la miglior accoppiata di sempre quando si tratta di come passare queste prime serate d'autunno anticipato? Qui trovate quelle che hanno segnato i nostri anni al liceo. Ma occhio: il coefficiente nostalgico è 10000000.

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