L'intervista tra Virgil Abloh e Arthur Jafa

Per il nostro numero “The Post Truth Truth Issue” dell'autunno 2019, i due artisti hanno parlato di community, accesso all'industria della moda e della comunità Black in America.

di i-D Staff
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29 novembre 2021, 10:56am

Questo articolo è apparso originariamente in versione cartacea sul numero di i-D The Post Truth Truth Issue 357, Autunno 2019

Quando Arthur Jafa ha vinto il Leone d’Oro, il premio più prestigioso della Biennale di Venezia, è stato in parte grazie a The White Album, un lavoro video viscerale che parla di whiteness, razzismo e violenza. The White Album seguiva altri lavori acclamati, Love is the Message, The Message is Death, che usano found footage per esplorare l’esperienza Black in America, dalla creatività alla brutalità della polizia.

Love Is The Message presentava anche il leggendario pezzo di Kanye West Ultralight Beam nella sua soundtrack. Nel momento in cui Love Is The Message prendeva forma, Virgil Abloh stava lavorando come direttore creativo di Kanye West.

Ieri la famiglia dell’acclamato designer ha annunciato la sua morte, causata da una rara forma di cancro al cuore. Per ricordare la curiosità e la visione espansa che il designer aveva sulle pratiche artistiche, ripercorriamo l’intervista che ha fatto ad Arthur nel momento in cui aveva ricevuto il premio. Una conversazione importante, in cui i due artisti visionari hanno discusso di community, dell'esperienza Black in America e dell’accesso all’industria dell’arte.

Virgil Abloh: Ei, sono Virgil, come va?
Arthur Jafa: Come sta andando? Dove sei? A Chicago?

Sì, sono appena tornato da una settimana in Europa. È quasi agosto, e in Europa tutto inizia a rallentare.
Questo non significa che tu rallenterai. Fa ridere, stavo raccontando a qualcuno che, dopo che ho vinto il Leone d’oro a Venezia, non ho sentito un legame emotivo verso questo premio. Sicuramente è qualcosa che sognavo fin da bambino, ma essere su i-D mi ha fatto pensare “Wow, forse sono sulla strada giusta.”

Vedersi su i-D è assurdo. Passi una vita a idealizzare tutto ciò che c’è in quelle pagine e poi un giorno qualcuno decide che anche tu fai parte di tutto quello. È assurdo.
Sicuramente il Leone d’oro ha più importanza a livello strutturale, ma lo sento molto più vicino a livello mentale che fisico.

Non hai mai lavorato solamente per ottenere quel premio, però. In un mondo nato da tutti questi costrutti, è molto più autentico vedere la propria opera mostrata in uno spazio a cui realmente appartiene.
Love Is The Message non era stata creata per una galleria o museo. L’ho fatta per me stesso. Volevo metterla su YouTube ma poi i miei amici non me l’hanno permesso. Sei mesi dopo ha debuttato al Gavin Brown’s Enterprise di New York, e mi ha cambiato la vita. Non mi sarei mai aspettato di presentare il mio lavoro nel contesto di una galleria d’arte. Un anno dopo, e stavo già organizzando una mostra per una galleria changed my life. E pensavo “merda, non so se funzionerà in questo contesto.”

I pezzi presentato alla Biennale erano stati creati per quella seconda mostra a Gavin Brown’s. Ralph Rugoff, il curatore della Biennale, ha chiesto queste opere e anche il lavoro in video—voleva che tuttз з artistз mostrassero due aspetti diversi della propria pratica. Così ho presentato Big Wheels, sculture e il video The White Album. All’inizio volevano presentare dei lavori video più vecchi, ma a me interessava dare una nuova forma a questo lavoro inedito. In realtà, The White Album era stato lanciato due anni fa, ma era solo l’inizio dell’idea e poi è stato presentato in maniera più completa al Berkeley Museum. Da allora, ha continuato ad evolversi. Anche il titolo, è un ironico.

Come hai scelto il titolo?
Avevo questa nuova opera che era piena di persone bianche. Così un mio amico mi ha detto, “Merda, il mondo dell’arte lo amerà. Una nuova opera di Arthur Jafa che parla di noi.”

Volevo parlare con te di community e di quanto è importante questo concetto per la tua pratica artistica.
Ci sono diversi aspetti del concetto di community. Tipo, puoi fare parte della mia community anche se ci vediamo due volte all’anno. Creo opere per persone che vedo e conosco da sempre, ma anche per persone che semplicemente immagino. Questa community immaginaria credo che conosca già Killer of Sheep, Storyboard P e Dr J. Which, il che mi permette di creare opere senza doverle necessariamente spiegare. Cerco di essere sempre super specifico, questo mi porta a creare opere il più Black possibile. Senza mai pensare che essere Black o universali si escludano a vicenda.

Sono sicuro che in tutte le interviste vieni chiamato l’artista Black tra virgolette. È un contesto che viene imposto sulla tua persona e il tuo ruolo da artista, anche se non necessariamente con intenzioni negative. Pensi che oggi il ruolo dell’”artista Black” sia diverso o definito diversamente rispetto a 10, 20 anni fa?
La prima volta che l’ho incontrato, il mio amico e brillante artista John Akomfrah ha detto che non avrebbe mai voluto essere chiamato un artista Black, eppure allo stesso tempo era una delle figure che ha fondato il Black Audio Film Collective quindi… è complicato. Credo che alla fine non importi veramente che titolo ti dai, a patto che la tua arte sia grande. Per me era molto importante che John alzasse l’asticella di cosa significa essere un artista Black, così che avessimo l’opportunità di cambiare le connotazioni che questo titolo ha assunto nel tempo.

L’estetica Black non ha gerarchie fisse o valore materiale, parla di come tratti quel materiale. Parla di ciò che ci fai, come lo manipoli, come gli dai forma o lo deformi. Quello che giustapponi a quel materiale. Tipo quando prendi un materiale “prezioso” come l’oro e lo trasformi in una catena da rapper. Stai parlando di valore e di materia. E a me piace quella roba lì.

arthur jafa

Una cosa che amo del tuo lavoro è che permette la comunità Black di relazionarsi con l’arte. Quando guardi Love Is The Message, c’è un’iconografia che le persone comprendono e conoscono. Spesso uso l’espressione “Turista e Purista” per descrivere il mio approccio al lavoro. Il purista da tutto della storia dell’arte, dei musei e di ciò che accade nel mondo. Il turista, in questo contesto, beh, è chi conosce il valore di quella catena di cui parlavi prima.
Un’audience diversa generalmente significa avere una risposta diversa. Mio fratello stava guardando The White Album a Los Angeles con un’amica, bianca, e lei lo guardava tutto il tempo per vedere se rideva anche lui e evitare di ridere a qualcosa che fosse inappropriato.

Credo che questo capiti in molte sottoculture. C’è uno spazio. Le persone Black inventano qualcosa (come facciamo sempre) e quello cambia il mondo circostante. Se la quantità di persone che partecipano alla cultura e quella di chi guarda la cultura si sballa, allora questo spazio è compromesso e dev’essere evacuato. Capita sempre. Non l’abbiamo mai visto nel mondo dell’arte perché questa ratio è sempre stata sballata. La difficoltà sta nel creare qualcosa che possa scuotere le persone, che sia capace di fare sentire loro qualcosa anche quando non la capiscono. Con Love Is Message ho anticipato quello che potesse scioccare le persone Black, ma non avrei mai potuto immaginare che avrebbe colpito così tante altre persone.

Credo che sia proprio questo ciò che rende unico Love Is The Message. Ricordo di aver sentito il pezzo quando stavo lavorando come direttore creativo da Kanye. Ultralight Beam finisce come la soundtrack di Love Is The Message ma non è immersa nel contesto di un video musicale. Tocchiamo questi momenti seminali dove si innesca un cambiamento radicale nel momento in cui capiamo le manifestazioni dell’immaginario Black, e la potenza con cui può essere rappresentato.
Kanye ha costruito una macchina. È la macchina dell’estetica Black. La alimenta, la cura. Con Love Is The Message, sento di aver esteso quello che ha iniziato nel reame del visual. Ma sempre in accordo con la metodologia la Jes Grew-ness di ciò a cui avevano già dato forma. C’è questo aspetto meta-autoriale in tutto. È questo che amo di YouTube, la maggior parte dei contenuti fighi non hanno un autore. Molto del mio lavoro video prende diverse cose e cerca di renderle plausibili, insieme. Prendere qualcosa con una capacità espressiva e giustapporla a qualcosa con una capacità espressiva diversa. Nelle parole di John Akomfrah, “mettendole in una sorta di prossimità affettiva.” È quello che fanno i dj. Creano giustappoisizioni che intensificano l’esperienza.

Credo che uno dei più grandi contributi della cultura Black sia stata l’invenzione di due giradischi e un mixer.
È la più importante! Perché tutto sta nel processo, non solo nei materiali. Quando “siamo” stati portati qui in america, “noi” eravamo africani. Conintenti diversi, etnie diverse, famiglie diverse, ma la nave degli schiavi è stata (nelle parole di Fred Moten) una macchina generatrice che ci ha “trasformati” in “persone Black”. Sei incatentato di fianco a un gruppo di persone senza scelta. Quello è un mix. E noi proveniamo da quello. Una deformazione porta una formazione. C’è una magia sia nella mancanza di autodeterminazione sia nella fatica dell’autodeterminazione. Solamente essere in questo mondo, immerso nell’indeterminatezza dell’universo, essere un prodotto di questo. È un aspetto centrale dell’esperienza Black, e lo vedi continuamente nei nostri lavori.

Sei ottimista o pessimista?
Sono scettico, prima di tutto. Credo che solamente gli ottimisti possano essere scettici. E sono un ottimista, ma non quel tipo che pensa che tutto sarà perfetto e divertente, ma quel tipo che pensa che potrà anche essere doloroso, crudele e orribile, ma porterà a qualcosa di buono. Se pensi all’esperienza Black, lo scarto tra magia e miseria non esiste, convivono perfettamente. Nelle nostre circostanze, il contesto che ci ha prodotto, attraversare il mare, bagnanodoci e affogando. La domanda è: cosa ne farai di tutta quell’acqua che ti ha bagnato? Forse imparerai persino a respirare sott’acqua. Quello che ci rende così potenti, che spiazza tutti, è quanto abbiamo dimostrato, ancora e ancora, la nostra capacità non solo di sopravvivere ma di crescere, anche nelle circostanze peggiori; capitalismo, crisi dei migranti, disastri ecologici, supremazia bianca. È questo il motivo per cui l’esperienza Black importa a tutti. Perché siamo ciò che ci aspetta nel futuro, è inconfutabile.

Una delle mie citazioni preferite è quando parli delle barriere che un artista Black deve affrontare nel mondo dell’arte. Hai parlato del pattinaggio sul ghiaccio. Un pattinatore nero potrebbe fare un salto triplo e gli daranno un 8.45. Ma è pur sempre un salto per me e la mia community.
La prima cosa è entare nel gioco. Una volta entrati, vogliamo farlo al meglio. Una volta diventati dei maestri, vogliamo trasformarlo. Portiamo questo surplus di espressività in qualsiasi cosa facciamo, ecco che cos’è la cultura Black. Ecco perché tutti ne sono affascinati. E non c’entra l’anti capitalismo o il capitalismo, esiste al di fuori di queste logiche.

L’influenza Black ha creato un nuovo ecosistema, che può fare crescere e supportare diverse tipologie di vita a cui prima non avevano accesso, tipo l’industria della moda.
Fa paura! È una trasformazione radicale dell’ecosistema culturale, come hai detto. Ed è totalmente opposto al sistema capitalista. Fare un 360 prima di un tiro a canestro non è una bella idea, ma è quello che facciamo noi. Dalla diaspora in poi, abbiamo sempre resistito le logiche di come funziona il mondo Occidentale.

Abbiamo una storia simile, proveniamo da un posto ma ne abbiamo occupato un altro. Tu il Leone d’oro, io lavoro per Louis Vuitton. Che effetto fanno queste posizione sul modo in cui creiamo? ?
Ci ho pensato un po'. In questi ultimi sei mesi, e persone con cui non ho mai parlato per 18 mesi ora mi dicono: "Sarebbe fantastico lavorare con te!" Stanno cercando di dare un senso a quello che sto facendo. Tutto ciò è effimero per me. Non cambia il mio rapporto con il mondo, ma cambia il rapporto del mondo con me. Quello che voglio è continuare a cercare di fare un lavoro che sia radicalmente slegato dal contesto attuale. Dopo il Leone d'Oro, ho sicuramente più risorse, più accesso, inoltre sono molto meno accomodante. Sto cercando di emergere, di attualizzare, di manifestare qualcosa di nuovo, qualcosa che rivelerà che Love Is The Message è il demo che è sempre stato.

È la traiettoria: tutta questa energia che hai già messo in circolo ti proietterà in orbita.
Il motivo per cui mi sento così sicuro di dove sono? Non si tratta di me, sono un'emanazione. Quando l'Occidente ha scoperto i manufatti africani, è stato come far esplodere una bomba atomica. Si tratta di 100 anni di lavoro di arte africana e di estetica Black che si fanno strada nel cuore della pratica artistica occidentale. Ecco perché sono entusiasta di quello che sto facendo, perché lo vedo in un contesto più ampio. Vedo che in questo momento, gli artisti Black stanno scuotendo questa merda. Tutti si stanno svegliando e stanno cercando di capirne le implicazioni, ma è innegabile che stia succedendo qualcosa.

Gli artisti e le artiste Black stanno definendo il presente, mostrando questa nuova forma di espressione in un vecchio spazio che non ha mai visto niente di simile prima.
Mi piace molto questa citazione di Barry Gordy di Motown. Quando gli è stato chiesto se faceva musica per le persone nere, ha risposto che faceva musica per i consumatori di musica Black. Quello a cui sta arrivando, per citare ancora Fred Moten, è che "le persone nere hanno un rapporto privilegiato con l'essere neri, ma noi non ne siamo padroni. Non è un rapporto di proprietà.” Non è una proprietà. La Blackness è in sé e per sé è una formazione che viene continuamente in essere, che offre nuove possibilità per il futuro. Mi chiedo sempre: perché qualcuno, a parte le persone Black, dovrebbe interessarsi all'estetica nera? È perché la Blackness non è rilevante solo per le persone nere. È una formazione ontologica che cerca di capire il mondo. Riguarda la possibilità di un modo diverso di occupare la terra, di esistere in essa.

Speriamo che questa conversazione su i-D potrà essere di ispirazione di molte altre su questo tema.


Crediti

Fotografie: Mario Sorrenti.
Styling: Alastair McKimm.
Capelli: Bob Recine per Rodin.
Make-up: Kanako Takase per Streeters.
Nail artist: Honey per Exposure NY con prodotti Dior.
Assistenti fotografie: Lars Beaulieu, Kotaro Kawashima, Javier Villegas e Chad Meyer.
Assistenti styling: Madison Matusich, Milton Dixon III e Yasmin Regisford.
Assistenti capelli: Kabuto Okuzawa e Kazuhide Katahira.
Assistente make-up: Kuma.
Produzione: Katie Fash.
Assistenti produzione: Layla Néméjanksi e Adam Gowan.
Consulente creativo e casting: Ruba Abu-Nimah.
Direttore casting: Samuel Ellis Scheinman per DMCASTING

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