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'a star is born' è l’ennesima commedia romantica di cui non avevamo bisogno

Perfetto da guardare la domenica pomeriggio in hangover, ma non trasformiamolo nel film dell’anno per favore.

di Benedetta Pini
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16 ottobre 2018, 10:10am

Immagine promozionale di A Star Is Born

Quando un attore passa dall’altra parte della macchina da presa e assegna a se stesso il ruolo da protagonista, è difficile non temere il peggio. Ma Bradley Cooper se la gioca bene e sceglie la via meno rischiosa, quella del remake di una pietra miliare nella storia del cinema. Parliamo di È nata una stella (A Star Is Born) di William A. Wellman, pellicola del 1937 che a sua volta attingeva da A che prezzo Hollywood di George Cukor (1932). Prima che ci pensasse Cooper, altre due rielaborazioni del film sono arrivate nel cinema di tutto il mondo: nel 1954 si trattò di quella firmata da Cukor con Judy Garland, e nel 1976 di quella più conosciuta, diretta da Frank Pierson e con protagonista Barbara Streisand. Ecco perché il trailer probabilmente non vi sembrava raccontare una storia nuova di zecca: si tratta del quarto remake della stessa storia d'amore.

Bradley Cooper è Jackson Maine, rocker bello e dannato alla deriva, tormentato dai suoi fantasmi interiori e devastato dall’abuso di droghe e alcol. L’incontro casuale con Ally (Lady Gaga), ragazza della porta accanto timida e insicura con un talento sconfinato per la musica, sembra essere il gommone di salvataggio che Jackson aspettava da tempo. Finalmente ha uno scopo: fare in modo che la cameriera conosciuta poche ore prima realizzi il suo sogno di diventare una star, perché con una voce così non può essere altrimenti.

Prende così forma la classica storiella della ragazza ingenuotta che non è, e non sarà mai, consapevole del proprio talento, e lo spreca invece accontentandosi di ciò che ha. Deve necessariamente arrivare il principe azzurro—anche se mascherato sotto la barba incolta e la puzza di whisky, ancora meglio se già famoso e affermato—a tirarla fuori dalla sua cameretta e trasformarla in una stella. Nel film succede esattamente questo: Jackson va a prelevare Ally a casa sua perché sa che lei vuole essere una cantante famosa e le manca solo il coraggio per farlo, ma a quello ci pensa lui; semplice, no? E se lei non volesse? Chi se ne frega, lui ha già deciso. Forse, nel 1937 una dinamica del genere poteva anche essere accettata come normale, e la Ally di turno avrebbe pure dovuto ringraziare per quanto è stata fortunata, ma nel 2018 è decisamente riduttiva.

Da promessa della musica a crocerossina di Jackson che ne tiene a bada le dipendenze però il passo è breve. Del resto, come spiegavano bene i nostri amici di Noisey, "A Star Is Born non è solo un film che parla di successo, è un film che parla del prezzo altissimo che ha il successo." Un prezzo che assume la forma dell’abuso di sostanze stupefacenti, che subdolamente si insinuano nella vita dei nostri idoli e la corrodono dall’interno. Si inizia per praticità, per reggere il ritmo, per riprendersi più velocemente dall'hangover. Poi si continua per non perdere lo slancio creativo. Finché ogni scusa è buona per farne uso. E chi dovrebbe aiutarli non fa assolutamente nulla: si limita ad assecondare questi comportamenti depressi e autodistruttivi senza fornire alcun aiuto concreto. L'unica cosa che conta è che Jackson si esibisca e, prima o poi, torni a casa.

"Tanta gente ha talento, la differenza la fai solo se hai qualcosa da dire." Questo è il concetto su cui insiste il film, criticando aspramente il meccanismo che ha portato Ally a venire rifiutata perché "ha una bella voce, ma una brutta faccia." E non a caso parliamo di Lady Gaga, inscindibile da Ally, che sfida ogni convenzione estetica per liberarsi dalla definizione tradizionale di bello. L’operazione del Cooper regista è quella di spogliare Gaga di tutti quegli orpelli che la rendono così cool e andare alle origini del suo percorso, ossessionato dalla sincerità come condizione necessaria e sufficiente per fare arte. Se nasce da un’urgenza espressiva, come manifestazione di una sensibilità, il talento non ha bisogno di nient’altro: Gaga non perde un grammo del suo carisma nei panni di Ally, spogliata di tutte le sovrastrutture che solitamente indossa.

Per non deludere proprio nessuno, la storia d’amore tra i due è struggente e intensa proprio come ci aspetteremmo, rendendo questo film perfetto per le domeniche di hangover, e poco più. Ma, si sa, lavorare insieme è deleterio per qualsiasi coppia, soprattutto se uno dei due ha continui sbalzi di umore e soprattutto se lavori in un contesto così competitivo come l'industria dell'intrattenimento. Pian piano il labile confine tra partner stimolante e partner pigmalionico si assottiglia, e Ally non è più disposta ad assecondarlo: la trasformazione da brutto anatroccolo a cigno è completa. Contemporaneamente, la parabola di Jackson precipita sempre di più, sfociando in capricci e gelosie infantili. Il momento in cui si potevano completare a vicenda è ormai lontano, e quando Ally inizierà a sporcarsi le mani di compromessi pop emergerà tutto il lato autodistruttivo di Jackson.

Pigmalione contemporaneo e misogino, nonché unico responsabile del successo di lei, Jackson impazzisce alla sola idea che la sua donna, colei che senza di lui non sarebbe nulla, abbia persino più talento di lui. Vanno bene le comparsate ai suoi concerti, ma non che lei gli rubi la scena. Si instaura così una dinamica ricattatoria di vittimismo e gelosia che sfocerà nella scena patetica degli Emmy e costringerà Ally a scegliere tra la carriera e l’amore. Un bivio davanti al quale nessuno oggi dovrebbe ritrovarsi, specialmente al cinema, fucina creativa di paradigmi sociali del futuro.

In definitiva, i personaggi della versione 2018 sono identici a quelli degli anni '30: il protagonista maschile è il prototipo dell’uomo potente e di successo, quello femminile rappresenta la donna mansueta che sa stare al suo posto. Anche il discorso su quanto sia difficile gestire il successo rimane fermo a quel periodo: a parte un paio di riferimenti, le nuove tecnologie e in particolare i social network non vengono mai menzionati, come se non fosse l’aspetto oggi più importante, difficile e complesso dell’essere una celebrità.

Infine l’industria discografica, che viene in effetti attualizzata, ma solo in parte. Ally viene infatti trasformata in una sorta di Miley Cyrus truccatissima e piena di brillantini, più una star dei primi '00 che una Rihanna o Beyoncé, pronta con la sua immagine ad assecondare le necessità dell’avida industria cinematografica. Ma manca tutto dell’attuale music business: tutta la struttura dell’ufficio stampa, le dichiarazioni pubbliche, i gossip, l’insistenza dei fan, le comparsate in televisione o radio e, ancora, le problematiche legate alla crisi della vendita dei dischi e l’utilizzo delle piattaforme streaming.

Dunque un canovaccio già collaudato, un regista alle prime armi ma con la forza di una grande produzione e l’iconica Lady Gaga, che condivide con Cooper il brivido della prima volta per il suo debutto sul grande schermo. Ma, oltre a questo, c’è poco di più. Se nel 1937 una favola d’amore tra due rock star poteva risultare interessante, nel 2018 siamo fuori tempo massimo, specie perché manca completamente un lavoro di riattualizzazione del tema. Una storia che ha il respiro del grande romanzo, certo, ma che necessita aggiornamenti legati alla contemporaneità. Proprio quello che Cooper non riesce a fare.

Anche perché, a ben vedere, non mancano esempi di film dello stesso genere ben più riusciti. Così su due piedi viene in mente Sierra Burges è una sfigatache vi consigliavamo di vedere su Netflix a settembre – che parte da un attualissimo episodio di catfish per raccontare l'amore ai tempi di Instagram. Ma anche L’amore secondo Isabelle, un film che parla a tutti noi che nelle relazioni sentimentali oscilliamo tra cinismo e disillusione. Insomma, è possibile fare film d’amore leggeri, che riescano però a leggere la contemporaneità in modo fresco e pertinente, senza cadere in cliché validi forse 30 anni fa.

Certo, a ben vedere qualcosa di buono c’è: i sognatori andranno in fissa con colonna sonora cantata live dai protagonisti, e gli inguaribili romantici si lasceranno persino scappare qualche lacrimuccia. I più cinici forse si annoieranno, ma potranno comunque sfidarsi a chi intuisce prima il finale. E non perché la storia è sempre la stessa del 1937, ma perché quella storia nel 2018 risulta terribilmente noiosa. In un panorama saturo di uscite mediocri e, in particolare, di commedie romantiche spesso molto simili tra loro, un’operazione sterile come quella di Cooper non aiuta sicuramente ad arricchire l’offerta.

Come dimostra Guadagnino in Suspiria, è possibile prendere il canovaccio di un film, rielaborarlo e farlo proprio per sfruttarne gli elementi ancora fertili e lasciare invece da parte tutto ciò che nel frattempo è diventato stantio. Ed è in questo che Cooper sbaglia: si adagia sulla storia di Wellman pensando che valori del 1937 possano essere riproposti tali e quali anche oggi. Va bene la fedeltà reverenziale al modello di riferimento, ma quando di anni ne sono passati più di 80, che senso ha farci vedere un film che non ci parla di niente se non di una storia vecchia e già vista? Perché se è vero che le favole sono eterne, la storiella di una ragazza che emerge solo grazie al suo uomo e rinuncia alla carriera per lui è qualcosa che al cinema non ha più senso di esistere e che, sinceramente, neanche vogliamo vedere.

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagine promozionale di A Star Is Born

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