"se tutto si somiglia, tutto perde di significato" –thomas heatherwick

Com'è stato realizzato il primo grande museo d'arte contemporanea in Africa? Ce lo spiega in esclusiva per i-D Italy l'architetto dello Zeitz MOCAA di Cape Town.

di Mattia Ruffolo
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27 settembre 2017, 10:27am

Quando si arriva a Cape Town, la natura è la prima cosa ad accogliere: l'enorme presenza della Table Mountain da un lato, l'Oceano Atlantico dall'altro. Il cuore pulsante della città è il quartiere del V&A Waterfront, il porto commerciale e turistico più importante del Sud Africa da cui ogni anno transitano circa 25 milioni di visitatori. Noi una volta lì siamo andati subito al dunque, abbiamo saltato i mall e tutte le attrazioni per scoprire il progetto più importante che sta riguardando l'area negli ultimi anni. Da pochi giorni infatti ha inaugurato lo Zeitz MOCAA Museum, una nuova istituzione senza fini di lucro finanziata dall'imprenditore Jochen Zeitz, che conserva una delle collezioni più rappresentative d'arte contemporanea africana e che mira a rappresentare culturalmente non solo il Sud Africa, ma l'intero continente. Una responsabilità non da poco!

Il progetto è stato affidato all'architetto inglese Thomas Heatherwick, che con il suo team di collaboraori, oggi più di 200, ha dato vita alla prima grande istituzione museale africana. Thomas ci ha spiegato che in questo caso non si trattava di "costruire", ma di "riqualificare" un ex silo di grano edificato nel 1921, ormai in disuso da quasi trent'anni.

Noi di i-D eravamo a Cape Town per l'opening con Gucci—presenting sponsor dell'evento—e rapiti da questa storia abbiamo colto l'occasione per fare a lui stesso qualche domanda sulla sua ultima creazione.

Come descriveresti il primo impatto con la città e, più precisamente, con l'edificio che oggi ospita lo Zeitz Museum? Sono stato in questa città per la prima volta 12 anni fa, e a quel tempo l'edificio non veniva usato come silos da quasi due decenni. Dare un nuovo volto a un luogo che per molto tempo ha avuto una vita diversa non è stato proprio facile. La prima volta in cui ho visitato il silos, alcune parti in metallo erano state rubate per essere poi rivendute sul mercato nero. Durante la visita successiva, sei anni dopo, i ladri avevano portato via tutto il resto. La straordinarietà di questa struttura è percepibile non appena entra nel nostro campo visivo, è impossibile sottovalutare il suo potenziale. Era qualcosa di speciale. In quel momento, ho capito che il nostro lavoro sarebbe stato proprio individuare quel qualcosa di speciale e non lasciarlo inutilizzato ancora per decenni. Di solito, tutte le costruzioni si assomigliano tra loro, ma non questa.

Qual è il punto d'osservazione migliore, ora che la ristrutturazione dell'edificio si può ufficialmente dire conclusa? Dall'interno o dall'esterno? I punti d'osservazione migliori entrambi, secondo me. Dall'esterno, si percepisce un alone di mistero, l'esatta dose necessaria per spingere il visitatore a proseguire e addentrarsi nella parte interna. Dal porto, si vedono ancora le persone lavorare e darsi da fare: quello che più apprezzo di questo luogo è che i proprietari del Waterfront abbiano voluto farla rimanere una zona portuale attiva, mentre nel contempo si è evoluta anche in uno spazio pubblico. Si può osservare il lavoro industriale e, contemporaneamente, un luogo immaginato per la comunità, curato in ogni minimo dettaglio. Questa dualità rispecchia Cape Town, e spero che la città manterrà in vita entrambe queste dimensioni. All'interno dell'edificio invece, credo ci siano alcuni punti precisi che riassumono il nostro progetto, fornendo reciprocamente indizi ai visitatori sul resto della struttura. È importante che lo Zeitz Museum venga percepito come un luogo in cui dover e poter tornare più e più volte, sempre accolti con calore. Specialmente per gli artisti africani, o per chi si interessa di arte africana, questo deve essere uno spazio in cui passare del tempo con una certa frequenza. Entrando, si arriva subito al cuore della struttura: un immenso atrio, vero e proprio elemento riassuntivo delle nostre ambizioni. Qui si percepiscono alcuni indizi sul resto della struttura, ma è necessario proseguire per soddisfare la propria curiosità. Così, si arriva a esplorare l'intero spazio lasciandosi guidare dagli indizi che vi abbiamo disseminato. È la curiosità a portare in avanti il visitatore. Dal mio punto di vista, si tratta più di un'esperienza tridimensionale nel tempo che di un singolo punto d'osservazione che presenta tutti gli elementi in contemporanea.

Come sei riuscito a portare luce e movimento in un silo di cemento nato per accumulare del grano? Non c'è un solo silo, ma due: all'interno della torre sopraelevata si trova il silo quadrato, e poi c'è un'altro silo circolare vicino. Abbiamo cercato di portare luce e movimento all'interno della struttura unendo questi due elementi architettonici in precedenza separati, incollandoli insieme grazie a pareti in vetro che alleggeriscono la pesantezza strutturale della parte interna. Pensando all'edificio in quanto museo, ogni piano è collegato agli altri grazie all'atrio, che li unisce e li taglia verticalmente. Attorno all'atrio si diramano poi le gallerie, una sorta di spirale che si allunga per tutto lo Zeitz Museum, e anche questi spazi hanno dimensioni diverse: alcune gallerie sono più alte e ampie, mentre altre più piccole. Questo permette al visitatore di non perdersi, perché riesce sempre a capire in quale punto si trova. Può sempre tornare indietro e prendersi un momento per osservare le finestre tra i due edifici, e poi rientrare. Tutto questo movimento ha due scopi: serve a non perdersi appunto, perché sempre coscienti di dove si trovi l'atrio, ed è anche una fonte d'aria fresca, letteralmente. A livello esperienziale, prendersi una pausa da qualunque emozione si stia provando all'interno dei silos, non importa quanto intensa sia, permette di avere un momento in cui riconnettersi con il mondo esterno e fare un respiro, prima di immergersi nuovamente nell'esperienza museale. Inotre, le opere d'arte devono essere protette da eventuali danni, quindi abbiamo ricevuto istruzioni molto chiare riguardo all'assenza di luce solare diretta su di esse. In un certo modo, l'assenza di finestre all'interno dell'edificio principale, nei suoi otto piani, si è rivelata una risorsa, perché ci ha permesso di posizionare l'area caffè e ristorante sulla cima della struttura. Ad esempio, quando ci si sposta tra i diversi piani, la luce solare arriva dall'atrio e permette a ogni sezione di rivelarsi in quanto unica e complementare a tutte le altre. Non volevamo distribuire la luce in modo equo, perché quando tutto diventa simile, tutto diventa noioso.

L'hotel si trova all'ultimo piano del museo, e al suo interno l'architettura diventa il punto di vista perfetto sulla città e sul paesaggio naturale che la circonda. Come co-esisteranno questi due spazi?
L'hotel è molto esclusivo. Ci sono solo 28 stanze, mentre l'istituzione culturale al di sotto avrà ogni anno milioni di visitatori. Siccome il nostro studio lavora principalmente a progetti pubblici, non abbiamo disegnato noi l'interno dell'hotel, ma la sua realizzazione fa comunque parte del modello che abbiamo messo a punto. Sai, in Africa non esiste una vera cultura sui progetti finanziati dallo stato, e anche i filantropi desiderosi di fare donazioni sostanziose per cause pubbliche sono una rarità più che la normalità. In questo specifico caso, l'intera ristrutturazione è stata finanziata dal Waterfront, non da uno sugar daddy che ci ha dato semplicemente i soldini di cui avevamo bisogno. Questo significa che il pragmatismo non è qualcosa su cui possiamo permetterci di sorvolare, ci deve essere un elemento che generi una rendita fissa. Le istituzioni pubbliche di rilievo internazionale dovrebbero essere disegnate in modo da essere indipendenti, ed è proprio questo che abbiamo cercato di fare posizionando un hotel all'ultimo piano dell'edificio: aiutare gli spazi culturali a rimanere in vita. Quindi i due elementi coesistono pacificamente, ma sono due mondi assolutamente separati.

Di recente, ho visitato la Boros Collection a Berlino. Lì ho scoperto che l'edificio era nato come deposito di frutta esotica, e per questo oggi viene soprannominato Banana Bunker. Tu che soprannome suggeriresti per lo Zeitz Museum? In studio, l'obiettivo a cui lavoro è dar vita a strutture funzionali e costruibili, che rispettino budget e tempistiche. Mi sento particolarmente attratto dai progetti che servono da piattaforma per artisti e creativi, luoghi in cui il lavoro creativo si svolge senza intoppi. Dopodiché, faccio un passo indietro e lascio che i progetti seguano la loro strada. Ieri abbiamo tenuto una conferenza stampa, durante la quale è successo qualcosa di stupendo: il curatore del museo ha fatto il suo discorso, poi ha lasciato il palco a dieci artisti che, dopo aver brevemente parlato dell'edificio, hanno spostato la discussione su temi molto diversi. Si sono impossessati di quel momento, l'hanno fatto loro e ne sono usciti vincenti. Era il loro momento, semplicemente. E vorrei che fosse durato per sempre, perché adoro vedere gli artisti in una posizione di rilievo. Ti racconto questo episodio per dire che non è il "mio" edificio, quindi non posso essere io a dargli un nickname. L'edificio appartiene agli artisti e ai visitatori, e saranno loro a scegliere il soprannome più adatto. Se fossi io a farlo, sarebbe un sopruso, una manipolazione. Però sono curiosissimo di sapere come verrà chiamato lo Zeitz Museum in modo informale, non vedo già l'ora di sentirlo per la prima volta!

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Photo courtesy MOCAA Museum / Heatherwick Studio / Gucci Press Office