le migliori sfilate di sempre con set a tema arte

Tra sculture surrealiste, busti dell'Antica Grecia e affreschi rinascimentali, abbiamo selezionato le passerelle più incredibili per raccontare l'unione tra moda e arte.

di Federico Rocco; illustrazioni di Giorgia Imbrenda
|
nov 8 2018, 9:58am

Le regole spesso vanno rispettate anche in ambito artistico. Se si è artisti, anche se non se ne sente il bisogno, bisogna imporsi delle regole. La difficoltà ad attenercisi è quello che definisce il carattere di chi crea. La regola aurea per la moda è di sicuro che per rendere un prodotto interessante bisogna raccontare una storia. Bisogna portare dei semplici vestiti al di là della materia e, in un certo senso e a fin di bene, ingannare gli affezionati. Questo non è un semplice vestito, sembra voler dire il designer. Tutto è così per un motivo. Le ragioni posso essere le più varie ma quella più frequente è cercare di dare una linea, un fil rouge o solo un accenno di ispirazione alla collezione. Quindi che sia ispirata al settecento francese, alle donne futuriste italiane o agli anni quaranta, qualcosa deve vibrare attraverso tutti i look per ricordarci un periodo storico, un personaggio chiave, una corrente artistica. E parlo di corrente artistica non a caso perché proprio l’arte stessa, quella figurativa, quella materica e pratica che risiede nelle accademie, è la fonte di ispirazione primaria per i designer, molto più di quanto si pensi. Può essere un pretesto creativo, fare da set o svolgere entrambi i ruoli. Quello che è certo è che l’arte parla spesso la stessa lingua della moda, cosicché le due volentieri vanno a braccetto.

Si sa infatti che, per esempio, Nicolas Ghesquière in primis è un amatore d’arte. Direttore creativo della maison Vuitton, per la collezione cruise 2019 aveva scelto di sfilare alla Fondation Maeght, a Saint-Paul de Vence. Crocevia di artisti come Mirò e Calder, come Anthony Caro e Barbara Hepworth, la presenza dell’arte si respirava fortissima. Gli archi e gli equilibri curvilinei di Calder spiccavano nelle spalle degli abiti, comunque misurate, e nelle curve estreme delle suole delle sneaker a cuissard. Nei tagli apparentemente sbagliati e nei volumi falsamente casuali. Bilanciata, sottile e scientificamente proporzionata, come le sculture esposte non troppo lontano, la collezione di Ghesquière aveva ancora una volta detto la sua.

1541622147926-BVgdiG6CEAArsr5jpg-large
Chanel primavera/estate 14

Karl Lagerfeld certo non ha bisogno di spingersi troppo lontano da casa. Sotto le volte metalliche del Grand Palais, luogo d’elezione per la maison Chanel, la sfilata per la primavera del 2014 si era svolta in una galleria d’arte. Per lo meno in apparenza. Si perchè tutte le sculture esposte erano state create appositamente per lo show e tutte con un unico tema: la maison Chanel e i suoi simboli. La camelia, il leone, il flacone del N°5, le perle. Riproduzioni spropositate e iper semplificate, chiarissime persino ai più ottusi. Quasi cliché e luoghi comuni al limite della banalità, ma il messaggio suonava forte e chiaro. Rendersi riconoscibili. In passerella stampe a pennellate (come sulle tavolozze), zaini dipinti a spray e cartelle da pittore. Dritto al punto.

1541622616459-ChristianDiorFall2007XOz0_m1prFPx
Dior Couture autunno 2007

La moderazione non è mai stata una dote di John Galliano. E per fortuna. Perchè la couture della maison Dior per l’autunno 2007 si era svolta nell’ orangerie della reggia di Versailles, e le arti figurative erano ovviamente le padrone di casa. Gruppi scultorei riprodotti in gesso come il Laocoonte dei Musei Vaticani, putti e amorini, festoni e capitelli corinzi, Veneri bianchissime. La pulizia della classicità greco-romana si sporcava con la pittura francese del novecento. Sugli abiti arlecchini alla Picasso, profili ispirati a Cocteau, Gruau e Berard. Pennellate brutali e rimandi al flamenco di Goya, ai preraffaelliti, ai maestri fiamminghi e agli impressionisti. Gisele Bündchen apriva la sfilata in uno attillatissimo completo Bar, in posa come le modelle anni '40 negli scatti di Irving Penn. Quello che si chiama andare a colpo sicuro.

1541622849303-BEV4i1TCAAAjcA6
Dior autunno/inverno 2013 Ready-To-Wear

Altre volte invece è la location a comandare. Il Louvre è il punto d’incontro non solo di parigini e turisti di tutto il mondo, ma soprattutto di stili e correnti artistiche differenti, addirittura ostili l’un l’altra. La diversità e la differenziazione sono sempre alla base del lavoro di Nicolas Ghesquière, come l’avventura e lo spirito del viaggio lo sono per la maison Vuitton. Quindi nella Cour Marly dell’ala Richelieu, in un dedalo di marmi del diciassettesimo e diciottesimo secolo, aveva sfilato per l'autunno 2017 una donna forte, rigida e severa come quei marmi, ma soprattutto aperta al confronto. Al Louvre chiunque è il benvenuto, aveva sottolineato Ghesquière, senza restrizioni di cultura o nazionalità. E anche la donna Vuitton non si pone questi limiti. Passo deciso, forme risolute e volumi guizzanti, sembra pronta per alzarsi e scattare in qualunque momento. Beh, mai così attuale.

L’approccio di Raf Simons da Dior ha sempre guardato all’onirico. A volte guardando il passato, altre volte inventando. La collezione autunno 2013 aveva fatto entrambe le cose. In una gigantesca stanza degli specchi apparentemente ideata da Magritte dove il pavimento era cielo, riflesso in sfere riflettenti esagerate, e il soffitto un pavimento capovolto, gli abiti erano chiave di lettura del processo creativo. Christian Dior aveva avuto un passato da gallerista e Raf Simons era intenzionato a portare avanti il collezionismo di Monsieur. Leggeri schizzi di un primo Andy Warhol su borse e plastron, ricami floreali e volti stilizzati. Come in una galleria dove l’arte è assemblata volutamente senza criterio, anche qui il caso aveva comandato. A volte è la sola estetica a vincere.

1541625292469-gucci-cruise-18-florence-alessandro-michele-1496134920
Gucci resort 2018

Radicalmente differente è lo spirito creativo di Alessandro Michele. Il caos manieristico del suo Gucci, accozzaglia decadente e simbolista, carica eppure vuota al tempo stesso perchè viva per sola estetica, è quanto di più filo-italiano si possa escogitare. La resort 2018 si era svolta all’interno della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, a Firenze. Un vero e proprio ritorno a casa: per Gucci che a Firenze ha le sue radici storiche, per la moda italiana che è nata lungo i corridoi e all’interno dei saloni di Palazzo Pitti. L’arte come luogo del ricordo, come bisogno evocativo o forse più come un ricordo necessario. E dato che Alessandro Michele di ricordi vive, sbiaditi forse ma vividi nella sua mente, la processione attraverso sale rinascimentali e sotto soffitti affrescati aveva funzionato.

1541623569544-DpHFAIDWwAAUULg
The Row autunno/inverno 2018 (tra le sculture di Noguchi)

The Row è un marchio che vive di contrasti. Prima di tutto con la storia delle proprie fondatrici e direttrici creative. Mary Kate e Ashley Olsen sono state dagli anni novanta fino a anni duemila inoltrati, il simbolo del cinema da Blockbuster. Un prodotto democratico, adatto a chiunque e fruibile dalle masse. Esattamente quello che The Row non è. Elitario e cerebrale, iper sofisticato e qualitativamente eccellente, il prêt à porter The Row è delicato, morbido e sinuoso, ma soprattutto carissimo. Ecco perchè ancora una volta in casa Olsen si è giocato con i contrasti, e l’arte è venuta incontro alle esigenze delle due sorelle. Gli abiti asettici, quasi monacali e al tempo stesso drammaticamente femminili sfilavano tra sculture di Noguchi, scure e cupe, per un effetto stridente. Il caldo dei tessuti e il freddo del metallo, lo scuro con il chiaro, la curva con la retta.

1541623775876-DDDD
Dior primavera/estate 2018 couture

Ma se il contrasto è la chiave per molti, Maria Grazia Chiuri da Dior preferisce evitarlo. Le sue collezioni sono, c’è da dirlo, dirette e schiette. In questo, profondamente romane. Persino la couture, che dovrebbe regalare il sogno prima di tutto, tende a scendere con i piedi per terra. Anche quando parla di surrealismo. La collezione per la primavera 2018 riesce a essere razionale pur fantasticando di Elsa Schiaparelli, Salvador Dalì, Leonor Fini e Peggy Guggenheim. Il trucco c’è e sta nei dettagli: optical bianco e nero, trasparenze, mascherine sfumate da ballo in maschera di Stephen Jones. La Chiuri è letterale ed è il suo pregio. L’arte è nella tecnica, non nella mente. All’interno della sala con pareti drappeggiate, pavimento a scacchi e gabbie per uccelli sopra le teste degli invitati, spiccavano chiari rimandi a Dalì e al suo circolo: orecchie, nasi e bocche sospese a mezz’aria. La componente ludica la fa da padrone e i gioco ha funzionato.

Crediti


Testo di Federico Rocco
Immagini via Twitter e Instagram
Grafica in Copertina di Giorgia Imbrenda