e se non ce ne fregasse più niente degli angeli di victoria's secret?

Body positivity e campagne contro la rappresentazione stereotipata della donna nei media sembrano finalmente avere un effetto concreto sull'industria della moda. Ma come è successo?

di Amanda Margiaria
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30 novembre 2017, 3:02pm

La settimana scorsa c'è stata la sfilata annuale di Victoria's Secret. Faccio questa premessa perché nella mia filter bubble l'evento è stato pressoché ignorato, se si escludono un paio di video sulla graziosa caduta di Ming Xi (alla quale mi sento di fare i miei più sinceri complimenti, perché sorridere mentre ruzzoli sulla passerella di Victoria's Secret non è proprio da tutti, ecco). Niente commenti estatici, zero condivisioni della gallery dell'evento. Calma piatta.

Ma la mia filter bubble è per definizione basata sui miei interessi, tra i quali non rientra sentirmi uno schifo paragonandomi ai fisici pazzeschi delle modelle di Victoria's Secrets. Così ho deciso di passare dal virtuale al reale e chiedere ad amiche e colleghe se seguono o s'informano su quella che ancora oggi Vanity Fair definisce come "la sfilata più attesa dell'anno." Le risposte che ho ricevuto sono state univoche: no, a nessuna di loro interessa più vedere quei corpi statuari sgambettare tra paillettes e piume.

Al contrario, ricordo bene l'ossessività con cui compagne di università—e no, non ho frequentato un'Accademia di Moda—amiche ed ex coinquiline aspettavano trepidanti questa sfilata fino a qualche anno fa. Certo mi si potrebbe obiettare che siamo cresciute, e crescendo abbiamo acquisito maggior consapevolezza in noi stesse e vediamo quindi farsi sempre meno pressante il bisogno di trovare role model a cui fare riferimento. Ma non credo proprio sia questo il caso: a 19 anni come a 25, sento il bisogno di popolare il mio Instagram di donne in cui posso rispecchiarmi, e il concetto è probabilmente applicabile a ogni altro essere umano con una connessione a internet.

Al di là di quello che avviene nella mia cerchia sociale, un'altra conferma —seppur parziale— del declino della popolarità di V.S. arriva da Google Trends, che dal 2006 ha registrato un drastico calo nelle ricerche relative gli Angeli e compagnia bella. Altro indicatore è inoltre la progressiva messa in discussione dell'impero Victoria's Secret da parte di media e stampa tradizionale: dalle critiche di appropriazione culturale a quelle di essere portatore di modelli irreali, attirare l'attenzione sugli aspetti negativi di questo brand è un modo per sdoganarne il mito e trasformarlo in una più terrena entità con pregi e difetti. Insomma, e se davvero le modelle di Victoria's Secret non andassero più di moda? Se non fosse più l'angelo che si allena due volte al giorno e sta a dieta 365 giorni all'anno il modello che vogliamo seguire? Cos'è cambiato in questi pochi anni?

Come siamo passati da questo:

A questo:

Il commento più puntuale sulla questione l'ha probabilmente scritto Leandra Medine per ManRepeller, e lei si è che è un role model al quale tutte (e tutti) possiamo ispirarci:

"Nel contesto di una sfilata di moda, [le modelle] non sembrano neanche essere umane. Quindi non voglio paragonarmi a loro. Non mi interessa. Non voglio immaginare come ci si senta a essere una di loro. Sono felice del mio corpo, vestito. Grazie-mille-e-a-presto. Preferisco applaudirle per il senso di autostima che emanano e riconoscere quanto queste donne, questi "angeli", siano state astute nell'affinare le loro capacità di performer, di protagoniste in un'esibizione interattiva."

Proporre la donna perfetta come modello a cui tutte noi dovremmo ispirarci sembra non essere più una strategia di mercato funzionante: le guardiamo, le osserviamo, ne studiamo le forme perfette. E poi? Di certo non sentiamo più di dover fare di tutto per assomigliare loro, non è ai loro addominali che facciamo riferimento quando ci ammazziamo in palestra—ammesso e non concesso che in palestra ci andiamo, comunque. "Brava, fallo tu che io non c'ho voglia," così ha riassunto la mia collega Anna. "Non sento di dover assomigliare a Candice [Swanepoel] o Adriana [Lima], le guardo e penso 'ma chi te lo fa fare?'" Dopo decenni d'immediata identificazione in chi vediamo sulle passerelle, oggi finalmente riusciamo a percepire chi sfila per quello che davvero è: una performer che lavora strenuamente per mesi con l'obiettivo di mettere in scena la miglior esibizione possibile.

Di questo dobbiamo ringraziare chi da anni si batte per la body positivity, movimento che vuole scardinare gli stereotipi legati all'immagine tradizionale che media, industria della moda e società presentano. Ho paura a scriverlo, ma la sensazione è che le cose stiano davvero cambiando, e in meglio. Con ciò non sto dicendo che non guarderò mai più la gallery della sfilata di Victoria's Secret, e neanche che non apprezzerò le divine proporzioni corporee dei suoi Angeli, ma di certo sui cartelloni pubblicitari della mia città preferisco vedere Paloma Elsesser, Liza Golden-Bhojwani, Arvida Byström, Morgan Mikenas e Adwoa Aboah. E non perché il mio corpo è più simile al loro che a quello di Alessandra Ambrosio o Bella Hadid, ma perché sono loro a rispecchiare il mondo in cui tutti viviamo oggi, le sue contraddizioni e la sua voglia di allontanarsi dalla perfezione a tutti i costi.