passato, presente e futuro di yakamoto kotzuga

Abbiamo intervistato il producer veneziano per parlare di progetti, ricordi e definizioni che ormai gli stanno un po' strette.

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lug 26 2018, 2:51pm

Fotografia di Furio Ganz

24 anni, di Venezia e con già alle spalle una solida carriera nell'industria musicale. Se dovessi presentare Yakamoto Kotzuga, al secolo Giacomo Mazzucato, a qualcuno che ancora non lo conosce, mi concentrerei su questi tre elementi, perché sono quelli che lo caratterizzano e distinguono dai suoi colleghi. La sua unicità l'ha spiegata bene qualche tempo fa Sonia Garcia, sempre qui su i-D.

Yakamoto vanta una carriera come producer più che avviata: i campi in cui ha lavorato sono molto diversi tra loro, ma il suo approccio trasversale a musica e arte visiva, insieme a un immaginario contemplativo che caratterizza gran parte delle sue produzioni, sono un po’ il filo conduttore del suo percorso artistico.

Invece, che questo producer sia una figura difficile da collocare nel panorama discografico italiano, a chi già lo conosce è cosa arcinota. Incuriosita dal suo approccio così particolare (e complice il fatto che di sue interviste recenti in giro non si trovano) ho deciso di contattarlo e fargli qualche domanda su passato, presente e futuro. Ovviamente senza prenderci troppo sul serio.

Ti sei avvicinato all’elettronica poco prima dei vent’anni. C’è stato un momento in particolare in cui hai capito che il producer era esattamente quello che volevi fare nella tua vita?
Ci sono stati vari momenti che mi hanno portato a capirlo. Ricordo un periodo in cui ero rimasto deluso dalle persone che avevo vicino e mi sentivo un po’ fuori luogo, perso. Avevo l'impressione che l’unica cosa giusta che potessi fare in quel momento era la musica. Così, ogni momento libero al liceo l'ho passato suonando e guardando tutorial su YouTube. Il mio primo EP, Rooms Of Emptiness, l’ho registrato in tre giorni mentre ero a casa da scuola con l’influenza. L’ho mandato subito a Bad Panda Records e poco dopo me l’hanno pubblicato. Da lì sono arrivate le prime recensioni e ho iniziato a fare le prime serate. Ecco, forse è lì che ho seriamente iniziato a pensare che era proprio questo che volevo fare.

Da dove arriva il tuo nome d’arte? Leggevamo su Noisey che era una gag con i tuoi amici...
Sì, confermo. O meglio, all’inizio inizio avevo fatto un po’ di pezzi campionando musica tipica Giapponese e Cinese ed ero abbastanza determinato a mantenere questa linea, rimanendo anonimo. Poi una sera, dopo qualche birra con il mio amico e ormai storico collaboratore Furio Ganz—è lui infatti che si occupa di tutta la parte visiva di Yakamoto—ha iniziato a fare anagrammi con il mio nome. Poi abbiamo modificato alcune lettere per renderlo più nipponico, e ci siamo accorti che suonava davvero bene. E così oggi tutti pensano che io sia giapponese.

Il tuo ultimo disco, Slowly Fading, è molto più cupo e introspettivo rispetto ai tuoi precedenti lavori. Sei “diventato grande” o dietro questo cambiamento c’è una scelta artistica precisa?
Già nel mio primo disco, Usually Nowhere, avevo iniziato a spostare l’orizzonte emotivo della mia musica. È che certe sonorità scure, un po' cupe, le sento mie, fanno parte del mio carattere. Prima facevo musica per scappare da certi pensieri, mentre ora li metto in musica ed è un modo per esorcizzarli. Ecco, per me Slowly Fading è un po' a metà tra questi due approcci, alla fine contiene entrambe le attitudini.

Il tuo nome gira molto tra chi si interessa di un certo tipo di musica, ma come definiresti quello che fai e il tuo stile a qualcuno che non ha mai ascoltato un tuo pezzo?
Domanda difficile questa! Non lo so, credo che con il passare del tempo il mio stile sia cambiato molto. Mi piace questa idea di potermi evolvere. Comunque per comodità direi che faccio musica elettronica, spesso con influenze hip-hop.

Il tuo primo EP è uscito per l’etichetta Bad Panda, ma l’ultimo lavoro che porta la tua firma ha come label Tempesta Dischi. A questo si aggiunge Sugar, altra etichetta di cui oggi sei editor. Come è stato passare da una realtà circoscritta e poco nota come Bad Panda a due nomi piuttosto blasonati, soprattutto tra gli addetti ai lavori?
Bad Panda è stata la prima realtà a riconoscere un valore al mio lavoro e ha giocato un ruolo chiave nel mio percorso. Quando Soundcloud era la piattaforma musicale più diffusa, Bad Panda aveva davvero un bel seguito internazionale.

Arrivare a Tempesta è stato un bel passo in avanti, ma soprattutto un sogno che si è realizzato! Sono cresciuto guardandoli con ammirazione, quindi ritrovarmi a lavorare con le stesse persone che mi ascoltavo qualche anno prima è stato tanto strano quanto bello. Quando poi sulla mappa è comparsa anche Sugarmusic, che cura le mie edizioni, è stato ancora più assurdo, ma mi è servito per capire che lì si iniziava davvero a fare sul serio!

Ti riconosci ancora nella definizione di "bedroom producer" con cui la stampa musicale ti ha spesso e volentieri definito?
Ora ho il mio studio e non lavoro più da casa, salvo rare eccezioni. Però mi capita spesso di dormire, o meglio svenire qualche ora, in studio... quindi alla fine non è molto diverso :)

Se Mecna—di cui hai prodotto 31/08—è il Drake italiano, tu chi sei?
Dici Drake? Non so, forse lui è più il Frank Ocean italiano. Ad ogni modo, se lui è il Drake italiano io sono qualche amico sfigato di Drake. Ah, comunque, nel suo nuovo disco di Corrado ci sono anche un paio di mie produzioni, vai ad ascoltartele!

Parliamo di Venezia. Io non la conosco bene, ma tu ci vivi da sempre. Vorrei capire come ti ha influenzato nel fare musica: spesso abbiamo l’impressione che se non stai a Milano non puoi fare robe interessanti, perché tutti i producer e le etichette sono qui, perché è qui che ci sono le serate a cui bisogna suonare per farsi conoscere, perché ormai fa comodo dire che Milano è underground e un po’ ce ne siamo convinti tutti. Però tu e il tuo lavoro siete la dimostrazione che Milano forse non è un elemento imprescindibile nella carriera di un musicista, sei d’accordo?
Venezia è una città unica, ma ha anche molti difetti. Non è una città che offre molto ai giovani, ma questa cosa credo mi abbia reso molto più determinato a concentrarmi sulla musica. Essendoci nato e avendo vissuto quasi esclusivamente qui la sento un po’ come la mia vera dimensione: questo contatto costante con l’acqua, il fatto di girare a piedi, il contrasto tra grandissimi flussi turistici di giorno e l’assoluto deserto la notte… Non so! Anche Milano mi piace molto, e a livello di offerta culturale e sociale è insuperabile al momento. Sicuramente vivere lì aiuta chi vuole lavorare nel mio campo, perché alla fine, nonostante il web ci renda tutti più connessi, conoscere le persone dal vivo e guardarsi in faccia fa ancora la differenza. Credo passerò anche io un po’ di tempo a Milano, ma nella mia mente c'è sempre l'idea di tornare a Venezia, a un certo punto. Alla fine la musica la puoi fare ovunque.

La mia domanda preferita—perché nessuno vuole mai parlare del futuro e le risposte che ricevo sono spesso un po’ paracule: cosa ci possiamo aspettare da Yakamoto nei prossimi mesi/anni?
Ahahah, anche io sono un po’ paraculo. Sto attraversando un periodo molto pieno, ma che spero darà i suoi frutti. A Settembre sarò a Berlino per la Red Bull Music Academy e sto lavorando a delle colonne sonore per il piccolo e il grande schermo, un ambito che mi interessa molto. Ho un sacco di musica da finire e spero di fare un altra uscita per l’autunno. Ho un altro sogno nel cassetto che è quello di fare una label tutta mia, ma con un approccio molto particolare... Vedremo!

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In realtà, Yakamoto lo avevamo già incontrato qualche tempo fa, in occasione dell'uscita del video di Until We Fade, primo singolo estratto da Slowly Fading. Qui trovi gli scatti backstage:

Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Furio Ganz