se non conoscete wu tsang, non sapete cosa può essere l'arte oggi

Film, video e performance si ibridano insieme a sculture, proiezioni e testi nell'opera di Tsang, creando nuove forme d'arte ora in mostra a Berlino.

di Ginevra Bria
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10 settembre 2019, 3:32pm

Sotto quali forme la vita si estende al di là della nostra immaginazione? Negli ultimi dieci anni, attraverso film, video e performance Wu Tsang (1982, Worcester, Massachusetts, US) lavora alla ridefinizione di uno stato di molteplicità dell’essere nel mondo, concentrando la sua ricerca creativa su un livello in cui persone e idee non sono più descritte in termini binari, ma assumono la consapevolezza della simultaneità, o vicendevolezza che dir si voglia. Anzi, di in-betweenness, volendo rimanere fedeli al termine scelto da Tsang. Anche i linguaggi adottati dai suoi film seguono l’andamento di costanti metamorfosi narrative e documentaristiche, non aderendo a nessun canone specificatamente dimensionale.

Nel suo immaginario si dispiega così un universo esistenziale incentrato sulla cultura queer, che però forza i termini di ogni identità delle minoranze e ricerca la potenza dell’invisibilità. Per Tsang, infatti, conquistare la ribalta in termini di categorie dei generi nella nostra società non trasmette più correttamente, ai sistemi sottostanti, i valori di ogni singola resistenza. E questo crea risacche di vulnerabilità.

Per dare nuova voce e nuova immagine a queste ipotesi, dal 4 settembre al Gropius Bau di Berlino Wu Tsang inaugura la sua più evoluta (in termini visionari) e fenomenica (in termini percettivi) mostra monografica, dal titolo There is no Nonviolent Way to Look at Somebody. Per la prima volta in assoluto, dopo un lungo anno di residenza d’artista, Tsang porta a toccarsi pratica scultorea e filmica, lavorando sull’interazione tra superfici vetrate, fonti luminose e un’intensa quantità di contributi testuali.

Lo snodo centrale del percorso espositivo è One Emerging From a Point of View (2019), l’ultimo film dell’artista di origini cinesi, girato sull’isola di Lesbo, dove l’emergenza umanitaria si affronta quotidianamente fra sfollamenti repentini e incapacità di ospitare. Il realismo sognante della pellicola svia dalle tradizioni del cinema documentaristico avvalendosi di due proiezioni sovrapposte in cui le immagini si incastrano e si confondono l'una con l'altra, come in We Hold Where Study (2017). Entrambi i lavori usano una rigorosa coreografia della macchina fotografica per intrecciare mondi disparati e ritratti psicologici, che insinuano spazi interstiziali attraverso visioni sovrapposte.

Nei giorni che precedono l'apertura della monografica abbiamo incontrato Tsang proprio a Berlino, curiosi di scoprire l'artista dietro l'arte e la realtà dietro la finzione filmica, dietro l'intuizione testuale e quella rappresentativa.

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Wu Tsang, One emerging from a point of view, 2019. 43 min with Eirini Vourloumis, Yassmine Flowers, boychild, Asma Maroof & Antonio Cisneros. Courtesy of the artist, Galerie Isabella Bortolozzi, Cabinet & Antenna Space © Photo: Luca Girardini

Quale contesto politico e sociale ha alimentato (e maggiormente influito su) There is no Nonviolent Way to Look at Somebody?
Data la mia formazione come attivista e documentarista, negli ultimi 15 anni ho visto evolvere la mia pratica, lavorando sulla la performance e introducendo nuove tecniche sperimentali. Al suo interno, le questioni di genere sono state affrontate in termini di possibilità, ma anche di negazione espressiva.

Le identità di genere non devono essere problematizzate per diventare un prodotto narrativo. La mia indagine su quel che rende un’immagine in movimento tanto potente da poter raccontare una storia implica la conoscenza di comunità vicine e lontane da me, ma anche politiche e rappresentanze che stanno implicando il dislocamento forzato di esseri umani.

Nel titolo, There is No Nonviolent Way to Look at Somebody, c'è un evidente uso pleonastico della lingua inglese. Quanto è dovuto all’evidenza di un difetto di stile e quanto a un’enfasi? Quali forze narrative e rappresentative sono state messe, fin dall’inizio, in gioco?
Spesso facciamo uso di parole che vanno al di là di qualsiasi stato di bisogno comunicativo. Il linguaggio è essenziale nel mio lavoro, ma deve rimanere condensato all’interno dell’immagine poetica. E sono perfettamente consapevole del fatto che ci troviamo in un’epoca di scelta degli eccessi della parola. Utilizziamo l’inglese, ad esempio, ma ci troviamo nel mezzo di più lingue tradotte, creando talvolta overcommunication oppure, all’opposto, significati criptici, che ci fanno perdere intere porzioni del pensiero.

All’interno di questa dimensione, il mio lavoro cerca di essere comunicabile oltre il linguaggio, e la definizione del pleonasmo "no nonviolent", nel titolo di questa mostra, fa riferimento alla storia sociale, alle scritte di protesta ed evoca, prefigura differenti intenzioni. La doppia negazione, in questo caso, non equivale alla forma affermativa, ma sottolinea le stratificazioni di senso che rimangono nascoste. Dunque il titolo significa che si può guardare a qualcuno in maniera violenta, ma significa anche che esistono intenzioni di dare voce a una lotta invisibile. Il titolo proviene da un lungo testo scritto da un mio collaboratore e ad oggi è una frase che porto sempre con me; ripetendola nella mia mente, non appena stia per intraprendere qualsiasi azione, qualsiasi gesto o progetto.

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Wu Tsang, One emerging from a point of view, 2019. 2-Channel Overlapping Projections, 5.1 Surround Sound, 43 min. Courtesy: the artist; Galerie Isabella Bortolozzi; Cabinet & Antenna Space

Potresti presentare brevemente il tuo nuovo film One Emerging From a Point of View (2019)? Com’è allestito negli spazi della mostra, e perché?
Si tratta di una proiezione a due canali: una stazione video, un documentario che ibrida diversi piani e posture narrative, non solo traendo spunto da linguaggi della finzione, ma anche da esperienze vissute nella realtà. L’ho girato a Lesbo, isola greca che ancora oggi sta vivendo il più esteso dramma umanitario d’Europa, tra profughi e immigrati che solamente nel 2015 hanno raggiunto quasi il milione di persone. Nella nostra storia recente l’ingresso in Europa attraverso il Mediterraneo di un crescente numero di persone che scappa da povertà e conflitti, viene qui visto attraverso diverse prospettive.

I protagonisti di questo lavoro sono molteplici. C’è lo sguardo del giornalista che ha lavorato sulla documentazione, quello di una giovane rifugiata che ora vive ad Atene. Il lavoro non racconta letteralmente tutti i passaggi delle storie coinvolte, né le condizioni in cui sono state vissute. Nulla è come ci si potrebbe tradizionalmente aspettare, ad esempio mettendo in luce gli eventi drammatici e traumatici dei personaggi. Si è preferito trovare punti in comune, intersezioni tra le vite di due esseri umani, ma senza farli diventare materia di analisi. Mi sono concentrata molto sull’immagine complessiva, che alle volte risultava così potente nel suo dramma umano da diventare indicibile per qualsiasi racconto. Quando, dopo due anni, sono riuscita a trovare una giovane donna marocchina disposta ad aprirsi, ho anche trovato il giusto medium per affrontare tutto quel che avevo visto e vissuto di persona. Porto ancora domande con me, storie che forse non si sono dischiuse, o magari sono realmente accadute.

One Emerging From a Point of View (2019) riporta il trauma dello sfollamento forzato e ci consente di percepire una sofferenza sospesa tra la terra e il mare, nonché tra isolani e rifugiati. Come è potuto accadere che la realtà sia penetrata nel piano della finzione?
Si tratta di un lavoro che io definirei fiction documentary. La storia di Jasmine, la profuga marocchina, è un racconto che abbiamo scritto a due mani, assieme a lei, e gran parte di quel che ha vissuto è stato adattato e poi modificato utilizzando anche ellissi, esagerazioni, iperboli del vissuto. Abbiamo fatto questa scelta anche per fornire un filtro di protezione dall’eccesso di realismo.

Questo elemento mi piace particolarmente, perché si creano congiunture e collegamenti rispetto a quel che è accaduto e quello che si ritiene essere vero. Spesso la sospensione dalla verità crea una sur-realtà necessaria ad avere il tempo per comprendere quanto tutto sia venuto a collidere in un solo punto. Il processo di resa e restituzione delle immagini è importante per creare dei passaggi, delle brecce che ci mostrino, volta per volta, quanto tutto sia possibile.

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Wu Tsang, One emerging from a point of view, 2019. 2-Channel Overlapping Projections, 5.1 Surround Sound, 43 min. Courtesy: the artist; Galerie Isabella Bortolozzi; Cabinet & Antenna Space

Potresti fornirci la tua definizione personale di violenza, riflettendo su come la sua rappresentazione ancestrale o addirittura naïve potrebbe trasformarsi in una catarsi iniziale?
Se consideriamo l’equilibrio come una forza potenzialmente pericolosa, instabile e distruttiva, il mio lavoro riserva la possibilità di indirizzare anche la violenza verso una scala dalle misure e proporzioni vastissime. A partire da livelli macroscopici, fino all’imponderabilità di avvenimenti cosmici, ritengo che persino la violenza individuale, emotiva e psicologica possa diventare sistemica, o addirittura storica, se legata a periodi umani.

Se parliamo della mia pratica artistica, però, sento che la violenza deve essere rappresentata anche fisicamente. Le proiezioni, unite agli effetti sonori, devono far entrare lo spettatore in una dimensione percettiva intensa. Il fotogiornalismo, ad esempio, presenta i fatti crudamente per quel che sono, mentre in altri casi è necessario incontrare alcuni gradi di brutalità attraverso una giusta dose di attenzione e di bellezza.

In We Hold Where Study (2017), in che modo il cinema potrebbe sottolineare, se non addirittura scoprire, un terzo spazio psicologico che si stacca da qualsiasi intreccio corporeo?
Io non distinguo mai tra l’universo fisico e quello psicologico dei miei soggetti. Io fornisco coinvolgimenti che sono parallelamente emotivi e percettivi, cercando di creare delle connessioni fisiche al mio lavoro. Ad esempio, all'interno dei miei film non vengono dette molte parole, che preferisco invece trasformare in gesti, rituali e movimenti.

Una proiezione sovrapposta all’altra crea necessariamente un modo di vedere e assimilare l’immagine in movimento che ne cambia i connotati, modificando i tratti di qualsiasi soggetto implicato. Quando due o più visioni filmiche vengono combinate si crea una sorta di panorama che fa scaturire nuove metafore e sfondi nei quali ambientare i contrasti.

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Wu Tsang, Untitled (Incommunicado), 2019. Courtesy the artist, Galerie Isabella Bortolozzi & Cabinet © Photo: Luca Girardini

All’interno di questo percorso, come hai comunicato il concetto di in-betweenness attraverso film e sculture? Potresti fornire alcuni esempi?
Quasi tutti i lavori coinvolti in questa mostra sferzano il linguaggio e la ricerca di transitorietà, simultaneità e reciprocità. Questi spazi di accesso alla parola ne oltrepassano i confini: ogni formula espressiva rende nominabile diversamente quel che abbiamo di fronte, creando ambiguità.

Ad esempio, in mostra c’è un’enorme bandiera che potrebbe essere anche considerata come un sipario, oppure una coltre. Il concetto di in-betweenness configura una sorta di passaggio fisico e del pensiero che mostra immediatamente tutti i significati di cui si fa portatore, in cui la storia e le strategie estetiche creano referenze che deviano da ogni forzatura del senso.

Da There is no Nonviolent Way to Look at Somebody scaturisce una sorta di punto di contatto tra la pratica cinematografica e i processi scultorei, in quale modo l’architettura e la storia del Gropius Bau hanno migliorato questo incontro così delicato?
Nell'ultimo anno ho avuto la fortuna di vivere a Berlino, dove ho aperto un mio studio, partecipato ad alcuni appuntamenti del public program del museo e in generale passato molto tempo nell’edificio del Gropius Bau. Quel che mi ha più colpito è l’ampiezza delle finestre, perché determina una qualità della luce davvero incredibile e lascia entrare anche la parte non visibile, ovvero la distruzione ricostruita dopo la Seconda Guerra Mondiale: questo edificio è stato minuziosamente restaurato alla fine degli anni '70, eppure sembra un edificio della fine del 19esimo Secolo.

Il suo statuto storico che interseca la sua presenza contemporanea, uniti infine a quella luce così densa, rendono perfettamente chiara la quantità di spazio presente, la portata dall’edificio, diventando materia perfetta, soprattutto per le sculture che al buio possono non risultare complete. In mostra, ad esempio, c’è una scultura di vetro realizzata appositamente per le finestre in cui la matericità della luce entra in dialogo con altre sculture, composte invece in cristallo. Ritengo che anche la materia prima del cinema sia stata la luce, che in questo caso attraversa anche la terza dimensione.

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Wu Tsang, Sustained Glass, 2019, with Fred Moten, boychild, Lorenzo Moten & Hypatia Vourloumis. Courtesy the artist, Galerie Isabella Bortolozzi & Cabinet © Photo: Luca Girardini

Quale tipo di significato, valori e messaggi assume il corpo umano in There is no Nonviolent Way to Look at Somebody?
Il corpo dell’Altro è sempre nell’occhio di chi guarda ed è sempre rimesso al suo giudizio. La coreografia della mostra, unita al modo in cui i visitatori si muoveranno nello spazio, sicuramente guiderà la ricerca di fisicità e di oggetti, anche se ritengo si possa interagire con essi solo fino ad un certo punto. Il corpo, penso, sarà smaterializzato e diffuso dalla luce.

Potresti formulare un pensiero che accompagni There is no Nonviolent Way to Look at Somebody?
Vorrei che i visitatori portassero sempre con sé il titolo, come una chiave di lettura, come un’idea, una possibilità, un, anche al di fuori della mostra.

La mostra There is no Nonviolent Way to Look at Somebody è visitabile presso il Gropius Bau di Berlino dal 4 settembre al 12 gennaio. Tutte le informazioni le trovi qui.

Crediti

Testo di Ginevra Bria
Immagini su gentile concessione dell'artista

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