Su gentile concessione di Netflix

joan didion su california, responsabilità sociale e diventare un'icona culturale

Abbiamo incontrato la leggendaria scrittrice e icona per capire come ci si sente ad avere un peso simile nella cultura contemporanea.

|
nov 3 2017, 11:46am

Su gentile concessione di Netflix

Una delle migliori scrittrici della contemporaneità ancora in vita, dopo oltre cinquant'anni di carriera Joan Didion è passata da giornalista adorata da pubblico e critica a commentatrici culturale, saggia, icona di stile e oltre. Con un nuovo documentario su Netflix appena uscito, abbiamo incontrato la donna la cui produzione creativa ha ispirato generazioni di autori, pensatori e attivisti.

"Perché scrivo? Per quanto sembri impossible, ancora oggi non lo so. Credo di scrivere perché è un piacere, ma oltre a questo non saprei dire di più." Joan Didion

Nella tua carriera, da scrittrice ti sei trasformata in icona culturale. Come ti fa sentire questo?
Non è né un motivo d'orgoglio, né una responsabilità, per me. È solo qualcosa che è successo. Certo, ne sono grata, perché significa che ho un pubblico affezionato.

Senti una responsabilità sociale in quanto scrittrice? O scrivi invece per soddisfare un bisogno interiore?
Scrivo per capire come affronto determinati avvenimenti. Per quanto riguarda le responsabilità sociali di una scrittrice, non so quale sia la risposta giusta. Quando ho scritto di politica, ad esempio, ne ho sempre scritto cercando di guardare alla verità, non alla responsabilità sociale. Forse sono la stessa cosa, ma non è così che mi apparivano.

La California ha un ruolo enorme nella persona che sei, sia come donna che come scrittrice. Cosa provi nei confronti di questo paese oggi?
Guardo e guarderò sempre alla California nello stesso modo. Ovviamente, il modo in cui ci rifletto su è cambiato, ma non saprei dire come. Alcune delle cose che amavo di questo paese oggi non esistono più. Amado Vazquez se n'è andato. La mia casa a Malibu se n'è andata. La magnolia di Brentwood se n'è andata. La mia piscina. E anche se questi dettagli della mia California non ci sono più, per me la California è ancora l'unico posto che posso chiamare casa.

In che modo la tua scrittura sarebbe stata diversa se avessi sempre vissuto a New York?
Sarebbe stata completamente diversa. Ma non ci voglio pensare.

A quale luogo senti di appartenere?
Credo alla California. Amo le Hawaii, ma non appartengo a quel luogo. È difficile appartenere a un luogo da cui non provieni.

Perché scrivi?
Perché scrivo? Per quanto sembri impossible, ancora oggi non lo so. Credo di scrivere perché è un piacere, ma oltre a questo non saprei dire di più.

Il processo di scrittura ti dona energie o ti stanca?
Mi stanca meno di altre cose. Le cene di gala sono molto più faticose!

Come pensi che il mondo digitale stia modificando il modo in cui ci approcciamo alla parola scritta?
Non credo ci sia questa grande differenza. Però io sono una di quelle che legge ancora i giornali cartacei, quindi forse non sono la persona giusta a cui chiedere.

Credi che le nuove generazioni leggano abbastanza?
Forse no… Leggono con i loro bambini, ad esempio?

Quanto è importante per te l'onestà intellettuale, in quanto scrittrice?
L'onestà per me è tutto, sia come scrittrice che come essere umano.

"Il più grande luogo comune su di me è che io sia debole. Sono tutto tranne che debole."

Hai detto: "Scrivo per scoprire ciò che penso, ciò che guardo, ciò che vedo e cosa significa tutto questo…" Hai sempre percepito la scrittura come una finestra sul mondo e sulla tua interiorità?
Sin dall'infanzia, questo è il mio approccio alla scrittura. E non è mai cambiato, perché mi aiuta a vedere davvero cosa c'è nel mondo.

Ti senti mai soddisfatta?
Di qualcosa che ho scritto? Sì, a volte mi ha soddisfatto davvero quello che ho scritto. Questi momenti sono rarissimi, ma li custodisco con gelosia.

Quando un tuo lavoro viene pubblicato, ti senti mai come se avessi ceduto una parte di te? Se sì, provi mai una sensazione di rimorso in concomitanza con ciò?
Non sento rimorsi, a meno che io non abbia ceduto abbastanza di me ai mei lettori. E se la sensazione è questa, allora ricomincio da capo.

In Verso Betlemme hai scritto: "Gli scrittori vendono sempre sé stessi." Credi ancora in questa frase? Cos'hai venduto di te e come sei scesa a patti con questo meccanismo?
Sì, lo penso ancora. Ma non credo di aver venduto altri, nel mio lavoro.

Hai mai messo in discussione la tua voce per poter raccontare una storia?
No.

Come ha cambiato la tua vita la scrittura?
La domanda corretta sarebbe: c'è una parte della tua vita che la scrittura non ha cambiato?

Paesaggi e luoghi sono parte integrante del tuo lavoro. Qual è il tuo posto della felicità?
Il mio posto della felicità sono le Hawaii, anche se non ci sono più tornata dalla morte di John. Al secondo posto c'è Los Angeles, dove vado con una certa frequenza.

C'è un posto nel mondo che vorresti ancora visitare?
Sì, un sacco: lo Sri Lanka. E sento sempre la mancanza del The Bristol a Parigi.

Qual è la lezione migliore che tu abbia imparato nella tua vita?
Muoversi, andare avanti. Sempre.

Qual è il luogo comune più diffuso su di te?
Il più grande luogo comune su di me è che io sia debole. Sono tutto tranne che debole.

Quali libri hanno avuto la maggior influenza sulla tua vita? Sia a livello personale che professionale.
Moby Dick, Vittoria: Un Racconto delle Isole, Addio alle Armi e Il Buon Soldato.

Quali sono gli scrittori contemporanei che più ammiri oggi
Amo W.S. Merwin. Scrive poesie perfette.

Credi nel detto "Ognuno ha un libro in sé"?
No. Non ci credo.

Se fossi su un'isola diversa, quale oggetto vorresti assolutamente avere con te?
Potrei vivere senza un libro, ma non potrei vivere senza carta e penna