come la guerra civile ha cambiato il modo di fare arte in siria

Il fotografo Amer Mohamad ci parla del potere dell'arte e di che cosa si prova a crescere in una zona di guerra.

di Alexandra Manatakis
|
08 agosto 2016, 1:40pm

Amer Mohamad è un fotografo di moda e studente di architettura siriano che attualmente vive e lavora a Mosca. Studia ad Ivanovo, la capitale tessile russa. Da quando era un adolescente a Damasco, Amer è sempre stato affascinato dal mondo della moda e dalla libertà espressiva che offre. Le pareti di camera sua erano coperte da collage fotografici ed editoriali patinati. Con lo scoppio della guerra civile nel 2011, però, il giovane artista si è trovato ad assistere al graduale dissolvimento della comunità artistica alla quale apparteneva.

Dopo aver lasciato la Siria per frequentare l'università in Russia ha avuto modo di occuparsi nuovamente di arte. Il suo spirito creativo e il suo entusiasmo, però, non erano più gli stessi: in lui era forte la consapevolezza di ciò che aveva lasciato alle sue spalle, di ciò che era ormai perduto. In Russia ha iniziato a realizzare dei lavori dalla profonda natura sperimentale che esplorano la sessualità, avendo disposizione soggetti che non avrebbe mai potuto scattare nella sua terra d'origine. Inoltre, la preoccupazione per l'esito del mondo della creatività nel suo Paese d'origine avrebbero finito per permeare gran parte della sua vita e del suo lavoro.

Noi di i-D l'abbiamo incontrato per farci raccontare della sua infanzia a Damasco e perché, secondo lui, l'arte può cambiare il mondo.

Quando si parla di Siria è automatico pensare alla guerra civile, ma parlaci com'è stato crescerci da un punto di vista creativo.
Era un mix: teatro, danza, mostre di pittori, scultori, arte moderna, calligrafia e arte islamica, che non include forme umane, ma solo natura e soggetti decorativi. La creatività era un'abilità che veniva tramandata di generazione in generazione, come una sorta di attività artigianale. A molti giovani viene insegnato come realizzare tappeti, borse e i nostri tradizionali sandali in cuoio.

Quindi ci si poteva esprimere liberamente attraverso l'arte.
Sì, l'arte è molto apprezzata in Siria. L'unico problema era ottenere riconoscimento in quanto Paese del Terzo mondo. Se un artista espone a Parigi, Amsterdam e così via, sicuramente avrà più possibilità rispetto ad un artista che lavora principalmente in Siria, Iraq o in Palestina. Però abbiamo gallerie che aiutano gli artisti a vendere o mostrare i propri lavori.

Vivevi ancora in Siria dopo lo scoppio della guerra, come sono cambiate le cose per te?
Nell'aria c'erano caos, energie negative, sofferenza: ci sono così tante parole per descriverlo. Credo che prima stessimo bene. Non abbiamo mai voluto la guerra. Nei sei, sette, otto anni che precedevano la guerra la Siria si trovava in uno stato di profondo cambiamento e le opportunità in termini creativi erano molte. Dopo lo scoppio della guerra è sembrato che la mentalità delle persone stesse retrocedendo. La gente ha iniziato ad aver paura di uscire di casa, l'ispirazione mancava e si respirava molta tristezza...la morte era ovunque.

Per questo hai scelto di lasciare la Siria per la Russia?
Sono stato costretto a venire in Russia a studiare perché la mia università ha chiuso a causa dei ribelli. Ho scelto la Russia perché i miei genitori si sono conosciuti e si sono sposati qui e sono tornati in Siria solamente dopo aver completato i loro studi. Ho iniziato a fotografare proprio qui, quindi si può dire che la Russia abbia avuto una grande influenza sulla mia carriera e sui miei talenti.

Che tematiche affronti nelle tue fotografie?
I miei lavori sono incentrati sulla sperimentazione: mi piace esplorare la sessualità e i colori. Cerco di guardare alle cose di ogni giorno da prospettive diverse. Dopotutto vivo in Russia, e ciò che interessa a me non interessa ai russi perché lo vedono quotidianamente. Per loro si tratta di cose noiose.

Ti interessa molto l'impatto che l'arte può avere nella lotta contro la violenza e l'oppressione. Potresti dirci di più a riguardo?
Beh, per esempio c'è questo artista siriano rivoluzionario di nome Akram Sowaidan. Dipingeva su vetro, ma ha perso la sua attività. Ora trasforma i frammenti di missili e proiettili che hanno portato alla morte di migliaia di civili in dei pezzi decorativi che parlano della sua città e della guerra.

Ha detto: "Non voglio che lo spettro della paura si impossessi dei miei figli ogni volta che sentono parlare di guerra, missile o cose di questo genere. Voglio dire che non siamo terroristi. Dentro ognuno di noi c'è un bambino, un artista, un amante e un lavoratore." Lo ritengo un esempio lampante di come la creatività possa battere la guerra. Basta guardare le cose da un'altra prospettiva e cercare di tramutare la violenza in pace, o in arte.

La creatività che viene dall'estero può influire positivamente sulla situazione?
La creatività è comunicazione. Per esempio, un'opera di Ehsan Alar al padiglione siriano della Biennale di Venezia ritrae dei piedi scolpiti nella sabbia che rappresentano la migrazione. Quando l'arte diventa una rappresentazione di ciò che stiamo affrontando, del nostro dramma, fa leva sull'umanità dello spettatore e apre gli occhi a chi guarda. Come la statua di sabbia che l'artista indiano Sudarsan Pattnaik ha realizzato sulle coste turche, quella che ritraeva Aylan Kurdi, il bambino siriano la cui foto ha fatto il giro del mondo. Oppure la scultura subacquea di Jason deCaires Taylor sulle coste spagnole, che racconta la tragedia dei migranti

Quindi può incalanare le emozioni in una narrativa. Portare un elemento personale nelle immagini che trasmettono i media.
Sì, ne sono certo. L'artista iraniana Shirin Neshat è riuscita a cambiare il modo in cui il mondo vede le donne iraniane e la loro cultura e io spero che un giorno riuscirò a fare lo stesso con la Siria. Lei ha avuto un'enorme influenza sulla mia arte.

Cosa ti motiva a far tutto questo?
Mio padre. Mi spinge ad essere una persona migliore. Anche se mi occupa di moda oltre ai miei studi d'architettura, mi incoraggia costantemente e mi consiglia di fare ciò che amo perché in Siria non lo capirebbero. Voglio provargli che ce la posso fare. 

@shootmeamer

Crediti


Testo Alexandra Manatakis
Foto Amer Mohamad

Tagged:
arte
Siria
guerra civile
amer mohamad