Fotografia di Aytekin Yalçın

nate lowman dipinge fucili per protestare contro le leggi americane

Nate crea quadri per non dimenticare il passato, ma anche per riflettere sulle stragi connesse alla vendita di armi da fuoco negli Stati Uniti.

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13 aprile 2018, 2:05pm

Fotografia di Aytekin Yalçın

Abbiamo incontrato Nate Lowman in occasione delle sua personale Elliptical Machine Gun da Massimo De Carlo, nella suggestiva sede di Palazzo Belgioioso a Milano. Una mostra che riflette sugli orrori delle sparatorie di massa americane attraverso l’iconografia della mitragliatrice, un'arma militare automatica che può sparare anche 90 colpi in dieci secondi. Come sappiamo, negli Stati Uniti è facile procurarsi armi da fuoco e, nonostante i numerosi massacri, la regolamentazione dell'acquisto di armi non ha subito alcun tipo di inasprimento nei tempi recenti, perchè il diritto di legittima difesa è uno dei principi fondanti nella Costituzione Americana.

In Elliptical Machine Gun Nate unisce le immagini di armi da fuoco a macchine ellittiche—sì, proprio quelle che possiamo trovare in qualunque palestra—e crea così un collegamento virtuale tra dispendio di forza letale e resistenza muscolare. Ci ritroviamo in una sorta di ruota del criceto, paradossale valvola di sfogo e condizione alienante insieme dell'American Dream.

In questa distopia reale sembra comunque possibile uscire dalla gabbia del presente attraverso la memoria di attimi intimi. Cosi Nate dipinge per non dimenticare. È successo che la banalità del quotidiano, come il fiore di una tovaglia trovata per caso a Bangkok, sia diventata una luce in fondo al tunnel.

Gloria: I tuoi lavori sembrano immagini di ricordi, come quando chiudi gli occhi e rimangono dei frammenti di realtà impressi sulla retina.
Nate: Mi piace quest’idea, sono d'accordo.

Come in questo quadro con i fucili. Si vedono le armi appoggiate sul letto, poi c’è una data digitale e si legge 2004, ma lo hai dipinto ora.
Sono partito da un un’immagine che ho trovato per caso e mi ha colpito molto. Inaspettatamente, ci ho visto un lato intimo, così ho iniziato a dipingere scomponendo l’immagine di partenza e ricostruendola su layer diversi. Il risultato è un'opera che si decompone nel momento in cui la guardi. Ci sono stratificazioni di visualizzazione, percepisci anche le assi di legno sotto la tela di lino, come quando sotto una t-shirt vedi le ossa delle clavicole di chi la indossa; le vedi perchè sai che ci sono. Mi piace lavorare con immagini ed elementi quasi diafani. Anche se l’immagine è bidimensionale esiste sempre uno spazio, che è quello della mente, come hai detto prima tu. Quando chiudi gli occhi rimangono dei frammenti di ricordi, funziona esattamente così. Il modo in cui un’immagine prende forma è spesso legato a delle suggestioni. Così puoi disegnare un fiore solo con due gesti. La bellissima economia dell’immagine è che puoi dire molto con pochissimo ed effettuare una riduzione o una sintesi.

Hai spesso parlato dell’importanza del linguaggio. Cosa vuoi comunicare con il tuo lavoro, e quale messaggio vuoi trasmettere con questa mostra?
A questo proposito ti posso raccontare come mi è venuta l’idea di questa mostra. Sono stato a Milano a ottobre per vedere lo spazio di Palazzo Belgioioso, che è molto particolare. Prima di questa tappa italiana ero stato a Londra per la mostra di Dan Colen, un mio caro amico di lunga data. Era la prima volta che viaggiavo dopo essere diventato padre, mio figlio al tempo aveva solo 2 mesi. Ero contento di vedere la mostra di Dan, lo volevo sostenere; dopo dieci anni passati immaginandoci la sua personale finalmente potevo vedere questa mostra, ma al tempo stesso sentivo di essere nel posto sbagliato, perché volevo essere vicino a mio figlio. Una sera ero in hotel, improvvisamente trovo il cellulare pieno di messaggi sulla strage di Las Vegas, città in cui sono nato. Lì ho avuto questo sentimento fortissimo di essere davvero nel posto sbagliato. Pochi giorni dopo sono atterrato a Milano, e al quel punto ero veramente preoccupato, non volevo viaggiare né essere così lontano da casa. Ma questo lo spazio in Belgioioso mi è subito apparso come un luogo sicuro e di contemplazione, mi ha ispirato.

Leggendo le notizie sui quotidiani rimane sempre un profondo senso di confusione e disorientamento. È anche difficile capire quali informazioni sia reali e quali no.
In America la situazione è fuori controllo, per questo la mostra mette in contrapposizione stati d’animo così diversi. Ricevere quelle orribili notizie mi ha spinto a creare una mostra che lavora su emozioni contrastanti.

Dopo la strage nel liceo di Parkland, Florida, ci sono stati episodi importanti di protesta. Emma Gonzalez si è fatta portavoce di un movimento studentesco contro le armi. Ma i suoi discorsi si concentrano sul fatto che nel 2018 queste stragi di innocenti non possono accadere in America. Non bisogna però mai dimenticare che i massacri civili avvengono anche in altri paesi. Di questo non si parla negli Stati Uniti.
Purtroppo è così, hai ragione. Siamo molto concentrati su quello che accade nel nostro paese.

Questa mostra dà comunque un senso di speranza. Ad esempio, oltre alle armi hai dipinto anche fiori colorati.
Durante un viaggio in Asia ho scattato un sacco di fotografie. Ero con la mia compagna Rachel, che era incinta di nostro figlio, a Bangkok. Stavamo mangiando in un piccolo posto per strada e la tovaglia mi ha affascinato, mi è rimasta in mente. A volte dipingo per non dimenticare cose che ho visto, e lavoro quindi solo per me; come ho fatto dopo aver visto una mostra di Matisse, ho dipinto per non dimenticare le immagini del suo studio. L'ho fatto per me stesso, ma poi in qualche modo quel quadro è diventato il corpo centrale di una mostra successiva.

Con questo dipinto della tovaglia è successa la stessa cosa: un lavoro molto personale è diventato un quadro che aveva senso in relazione ad altre tele. Le immagini con i fucili sono un’indagine sullo stato d’animo di chi possiede queste armi. Volevo capire perchè ci sono persone che collezionano armi, gente che spesso vive in povertà ed è isolata, non ha neanche un tavolo, ma mette comunuqe i fucili sul letto per guardarli e pulirli ossessivamente. Esiste un rapporto intimo e morboso con queste armi, è spaventoso. Diventano quasi feticci per chi ne è appassionato.

C’è anche una grande peonia che sembra esplodere.
Inizialmente l’ho dipinta di bianco, ma non era artisticamente risolta, così poi ho pensato al verde.

Sembra un’esplosione o un arcipelago.
Infatti ad un certo punto ho pensato di dipingerla di blu, ma mi sembrava una mappa della Grecia.

Cosa ci puoi dire invece di Elliptical Machine Gun, l’opera che dà il titolo alla mostra?
Odio le palestre, non mi piacciono, non faccio sport, ma a New York tutti vanno in palestra. Vivo nella Lower Manhattan, dove gli affitti sono altissimi. Sembra che solo le palestre abbiano abbastanza soldi per affittare questi spazi. Le grandi vetrine che si affacciano sulla strada ti fanno vedere la gente dentro che si sta allenando. È molto deprimente, esiste una cultura di fitness voyeuristico, non capisco perchè sia così necessario vedere la gente mentre fa ginnastica, che poi magari va casa e fa dating dal cellulare. Così nel dipinto ho inserito un’immagine delle armi nelle scatole di legno in cui vengono imballate. È una metafora, quasi uno scherzo.

Il giullare di corte dice la verità attraverso scherzi e battute. Un senso di ironia mette in prospettiva le situazioni, forse le fa vedere con più chiarezza.
I lati oscuri della realtà sono troppo pesanti da sopportare, il mio voler scherzare è per rendere un pò meno pesante questo quadro. Come succede con i fucked up jokes [quelli che in italiano chiameremmo "scherzi del cazzo", NdA] in cui la gente non vorrebbe ridere, ma lo fa e vive un sentimento misto di orribile verità.

Ora che sei padre è cambiato qualcosa nel tuo modo di lavorare o di approcciare la realtà?
Mio figlio è ancora molto piccolo, sicuramente c’è un senso di responsabilità nei suoi confronti, ma vivo sopra lo studio e riesco a passare molto tempo con lui, lo metto a dormire la sera e poi posso continuare a lavorare anche di notte. Mi ritengo molto fortunato.

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Crediti


Testo di Gloria Maria Cappelletti
Fotografia di Aytekin Yalçın