non dobbiamo mai smettere di marciare: cosa rappresenta oggi l’8 marzo?

Tutto questo ci ricorda che in un momento storico come quello di oggi in realtà c'è più che mai urgenza di coesione, al di là dell'anatomia. Ed è quindi di questo che vogliamo parlarvi nel fare a tutti un augurio di attivismo consapevole.

di Matilde Cerruti Quara
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08 marzo 2017, 3:50pm

Agnese De Donato, Manifestazione femminista, Roma, 8 marzo 1975

Le donne se vogliono sanno benissimo celebrarsi da sole in qualsiasi giorno, non solo in una data specifica: forti come sono sempre state e oggi con la potenzialità di esserlo più che mai. Essere femminista implica certo complessità e contraddizioni, ma rimane fondamentale continuare a sostenere una posizione di supporto, laddove la misoginia rimane radicata nella nostra società; talvolta palesemente - come alla Casa Bianca di oggi o in un certo politico italiano di ieri - talaltra scaturendo dalle donne stesse, altre ancora annidandosi, forse meno sfacciata, forse più timorosa, anche nelle industrie più insospettabili, come quella dell'arte. Tutto questo ci ricorda che in un momento storico come quello di oggi in realtà c'è più che mai urgenza di coesione, al di là dell'anatomia. Ed è quindi di questo che vogliamo parlarvi nel fare a tutti un augurio di attivismo consapevole. Sorge spontanea la domanda. Cosa celebriamo, esattamente?

Doveroso il ripasso.
Le origini dell'International Women's Day risalgono ai movimenti di suffragio femminile statunitensi, che nel febbraio 1909 ufficializzarono la prima Giornata della Donna. Tra le declinazioni che seguirono in ciascun paese, la data prescelta per Women's Day rimase infine l'8 marzo, a memoria delle donne di San Pietroburgo che esattamente cento anni fa oggi marciavano per rivendicare la fine della guerra. Nel 2017, la Giornata Internazionale della Donna dovrebbe essere letta come un invito, anche solo metaforico, a scendere in strada e mettersi in gioco a livello sia macro che microscopico. Un memorandum, un augurio di attivismo, di presa di coscienza collettiva, di iniziative collaborative. I tempi sono infatti più che maturi affinché la nostra generazione, e qui è doveroso sottolineare come l'Italia arranchi, compia un passo oltre verso un'idea più ampia di fluidità dell'essere e di supporto reciproco. Questo lo dico perché essere donna non ha nulla a che fare con le differenze anatomiche, quanto con le interdizioni sociali che le accompagnano e dalle quali derivano le problematiche dell'essere femmina - spesso radicate anche in termini di accettazione all'interno della stessa scena LGBT.

Attivismo. Il prendere atto.
Nel corso degli ultimi mesi il mondo occidentale, shoccato dall'avvento del nuovo presidente statunitense - e qui in Inghilterra anche dalla Brexit, è esploso in protesta. I critici obbiettano che marciare non serva a niente e quasi sicuramente a volte hanno ragione. Ma il quasi aleggia nell'aria, dubbio e potenzialità. Perché invece marciare serve eccome a qualcosa: e quando non serve a sovvertire le complesse dinamiche delle politiche internazionali, serve a togliere la legge contro l'aborto in Polonia ma soprattutto, a ricordarci che siamo dei grandissimi privilegiati.

Se io sto qui a scriverlo, e voi a leggere, la mia tesi è confermata.

La generazione di creativi e di intellettuali è privilegiata in quanto dotata di tutti i mezzi per rimboccarsi le maniche e guardare avanti attraverso una viscerale interiorizzazione del presente, come da sempre l'arte, la moda, la musica sanno fare. Privilegiati perché la guerra già c'è, ma quella che fa saltare in aria le persone abbiamo ancora la fortuna di guardarla attraverso uno schermo. Privilegiati nel lusso di poter essere tristi, arrabbiati, furibondamente consapevoli, disillusi come in quello di essere idealisti, meravigliati, proattivi, potenzialmente distaccati da molti vincoli. Privilegiati nel poter scegliere di marciare contro le ingiustizie assolute o di non farlo come di lottare, o meno, per cambiare le iniquità soggettive al nostro quotidiano. Privilegiati perché abbiamo ricevuto gli strumenti per decidere cosa è ingiusto e perché la libera espressione rimane in fin dei conti una scelta solo nostra, anche quando è più comodo non rendercene conto. Privilegiati perché le idee di censura, prigione e lapidazione ci suonano remote e distanti, quasi romanzesche. Privilegiati a dimenticarci che in alcuni paesi esprimere uno stato d'animo, anche solo a voce, può costare la vita. Privilegiati perché abbiamo scelto il nostro lavoro e nessuno ce lo ha imposto e possiamo almeno renderci conto se guadagniamo poco - la consapevolezza è tutto. E ancora tanto privilegiati da avere il tempo di lamentarci del tempo che non abbiamo. E infine privilegiati quando reinterpretiamo con leggerezza espressioni come 'girls squad', che deriva dalla cultura hip-hop a denotare un approccio di strada combattivo; o 'girlpower', di recente tornato in auge spesso su Instagram e che (per un uso consapevole più che compulsivo) ai suoi albori è stato un fenomeno culturale punk.

Il privilegio non è una scelta, ma il prenderne atto nel cercare di dare il nostro contributo per migliorare le cose, quello sì. Buon 8 marzo a tutti noi, che sapremo fare la differenza.

Crediti


Testo Matilde Cerruti Quara
Foto su gentile concessione di Postmedia Books - "Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta" di Raffaella Perna

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