Tutte le immagini di Giovanna Del Sarto.

le polaroid di questa fotografa italiana raccontano la quotidianità dei rifugiati

Giovanna Del Sarto fotografa per raccontare le storie dei dimenticati, rendendoli protagonisti e dando loro la dignità che meritano.

di Amanda Margiaria
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06 marzo 2018, 5:04pm

Tutte le immagini di Giovanna Del Sarto.

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare la settimana dell'8 marzo alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Giovanna Del Sarto è una fotoreporter che lavora in zone di conflitto e campi per rifugiati. Basterebbe questo a spiegare perché le abbiamo chiesto di parlarci del suo lavoro, ma c'è molto di più: le fotografie di Giovanna ritraggono l'essere umano oltre lo stereotipo del migrante, mettendo in primo piano l'umanità e la dignità di chi si trova costretto a ricostruirsi una vita in luoghi che di dignitoso hanno ben poco. Il suo progetto A Polaroid for Refugee immortala i rifugiati durante il loro viaggio, tra sorrisi e sguardi imbarazzati. Incuriositi, abbiamo contattato Giovanna per farci raccontare da lei com'è nato e come continuerà questo suo percorso.

Partiamo dall'inizio della tua avventura di fotoreporter. Come ti sei avvicinata alla fotografia? E come questa inclinazione si è successivamente trasformata in un lavoro?
L'amore per la fotografia è arrivato tardi nella mia vita. Sin da piccola, ho sempre considerato speciali le arti visive: per me sono un modo unico di esprimere sentimenti, dubbi, paure e verità. Ma non direi mai di essere stata un'artista prima di diventare fotografa. Tutt'altro. Ero assistente di volo per una compagnia inglese.
Poi, a 32 anni mi sono iscritta alla East London University di Londra per studiare Fine Art e ho conseguito un Master in Photojournalism and Documentary Photography alla LCC (London College of Communication). Fotografavo tutto, spesso, ma solo nel 2003, dopo un viaggio-vacanza nei Balcani, mi sono avvicinata alla fotografia sociale. Visitando i luoghi di cui avevo sentito parlare durante la guerra ho capito che le conseguenze di un conflitto non fanno notizia. L’opinione pubblica si sposta sempre verso un'altra guerra. Di quei luoghi di barbarie tanto nominati per anni non si sentiva più parlare. Perché la rinascita di un paese, di una comunità, di un individuo non avvengono dall’oggi al domani, a differenza della distruzione bellica.
Questo mio modo di ragionare mi ha portato verso quello che faccio ora. La mia fotografia non è da prima pagina, non fa notizia. Io racconto le storie di individui e situazioni che è importante ricordare, per questo, non lo chiamerei un lavoro, ma una passione che viene dal desiderio di capire i retroscena, le motivazioni, le cause di eventi e situazioni.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Le tue immagini documentano le vite delle donne vittime di conflitti che hai incontrato lungo il tuo percorso. In che modo ti rapporti a loro?
È difficile rapportarti con donne vittime di conflitti, perché quello che hanno vissuto va oltre la mia comprensione. Posso solamente provare a capirle, paragonando le loro esperienze a qualcosa di altrettanto intenso accaduto nella mia vita. Mi rapporto con loro in termini di tenacia, passione, gioia e dolore che sono tipici di noi esseri umani. Le donne che ho conosciuto e intervistato sono sopravvissute a una grande tragedia collettiva, ma sono anche quelle che sorridono ai loro bambini per non farli preoccupare. Sono quelle che si scoprono attiviste: ci fanno capire che la libertà non c’entra col portare il velo o no, ma è una condizione mentale. Alcune di loro mi hanno chiesto di far conoscere il loro messaggio a donne più giovani di loro, così che potessero evitare di commettere i loro stessi errori.
Nel 2017 ho intervistato Abir, una donna siriana di 27 anni, sposata da 11 e con quattro figli. L’ho conosciuta in Serbia, nel campo di Bujanovac, che è un'ex fabbrica di batterie. Ci siamo sedute sul ciglio del letto nella sua "casa" (che era poi un ufficio con letti a castello, armadi e un piccolo fornello). Abir scrive racconti in arabo, poi farsi i volontari la aiutano a tradurli in inglese. Sono racconti di una donna per altre donne. Vuole che scriva di lei perché, come mi ha detto, "This is good. I want this for all the women of the world." I suoi testi parlano di matrimoni troppo precoci, di ragazze la cui libertà è negata, della parità tra sorelle e fratelli, dell’importanza dell’istruzione nella vita di una donna e del suo diritto al lavoro. Quando le chiedo del suo matrimonio, mi dice di essersi sposata a 16 anni scegliendo liberamente il suo futuro marito. Ciononostante, riconosce che era troppo presto: a 16 anni non si ha la consapevolezza del poi. Le domando se da quando ha lasciato il suo paese si sente cambiata. Mi dice che questo viaggio le ha fatto prendere coscienza della sua identità di donna e del suo diritto a decidere. Per lei la libertà non è quella di poter uscire o divertirsi. La libertà che Abir cerca ha tutto un altro sapore: è la libertà mentale, la possibilità di lavorare. Abir ha imparato l’inglese e il tedesco in sei mesi, durante le lezioni che si tengono nel campo in cui vive.
Ora si trova in Germania con suo marito e i loro bambini. Non è stato facile raggiungere la Germania, perché come mi racconta:

Voglio che la gente sappia della mia sofferenza, quella di mio marito e dei miei figli. Siamo stati in balia della mafia che ci ha derubato dei nostri averi, poi arrestati per un mese in Grecia, rimasti per più di 10 mesi in un campo in Serbia e infine abbiamo passato il confine ungarico per poi essere di nuovo trattenuti per 15 giorni, il tempo necessario per i controlli.

Ora è felice. Le ho detto che avrei avuto modo di far conoscere il suo messaggio attraverso questa intervista e che avrei condiviso con voi un piccolo pensiero scritto da Abir per tutte noi:

Per alcuni uomini un matrimonio precoce è l'unico modo di proteggere una ragazza.
Prima che sia maggiorenne, il padre la vuole sposa di un uomo di sua scelta.
Il padre pensa di saper scegliere meglio della ragazza.
Eppure, non sa se il promesso sposo sarà buono o cattivo.
La ragazza rimane incita quasi subito il che è un rischio sia per lei che per la creatura.
Inizia a pensare che il matrimonio è stato un errore e che altri errori seguiranno.
Arriva il divorzio. La ragazza vive le sue giornate e cresce i figli.
Non c’è scusa per gli errori delle ragazze.
Le famiglie ne sono responsabili.
Non capiscono che le ragazze appartengo alla stessa societa' dei ragazzi e degli uomini.
Hanno tutto il diritto di scegliere marito, lavoro e studio.
© Abir Hassan, 2017

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Il tuo progetto A Polaroid for a Refugee chiede all'osservatore di dimenticare la retorica dominante ed evitare di categorizzare immediatamente il rifugiato come "vittima o eroe", trasmettendo invece l'immagine di un essere umano. Perché?
C’è sempre più bisogno di concepire il rifugiato come essere umano. Perché è l’essere umano, come lo conosciamo, che prevale davanti alla domanda: "Lo vuoi un ritratto? È tuo, lo puoi dare ai tuoi figli quando saranno grandi." Un essere umano inizia a ricostruire il proprio destino nel momento in cui decide di andarsene dalla propria terra per riuscire a respirare di nuovo e per concedere ai propri figli un futuro che è stato tolto loro, o che non avrebbero mai avuto.
Ma ho fatto questa scelta perché la vita continua anche in un campo profughi come quello di Idomeni, Grecia. Ed è proprio in quella distesa infinita di tende che la gente ha ricominciato a vivere. Come Nareman, 35 anni, che ha affrontato il lungo viaggio dalla Siria alla Germania da sola con i suoi sei figli, tutti tra i quattro e i 15 anni. Una donna forte e sempre sorridente, nonostante la dura realtà.
Tutti questi elementi accomunano ogni essere umano, indipendentemente dalla sua condizione. Ed è per questo che ho voluto utilizzare delle istantanee per immortalare un essere umano, uguale a me e a te e a tutti gli altri.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

A Polaroid for a Refugee si divide in due parti distinte. Vuoi illustrarci meglio come si strutturano e in che modo si collegano l'una all'altra?
Tutto il progetto nasce come risposta alla crisi umanitaria del 2015, argomento trattato da tutti i media internazionali. Io volevo constatare con i miei occhi cosa stesse succedendo e contemporaneamente sentivo l'esigenza dare un aiuto concreto sul campo. Così ho deciso di fare sia volontariato che fotografia e ho contattato Julianna, collega fotografa e attivista sul territorio ungherese che mi ha suggerito di andare a Preševo, a sud della Serbia. Sono partita il giorno stesso, senza neanche un piano preciso. A quel viaggio del 2015 ne sono seguiti altri: le isole di Lesbo e Chios, Atene, il porto di Piraeus, Idomeni e Belgrado.
Il presupposto era che la mia attività come fotoreporter avrebbe dovuto essere un dono, non qualcosa di cui appropriarmi. L'idea della Polaroid da regalare è nata così, come oggetto che i rifugiati avrebbero potuto tenere con loro durante il lungo viaggio verso una vita più stabile. Nel tempo ho sviluppato un metodo preciso: scatto sempre due Polaroid, una la regalo loro dicendo "quando pensi di essere arrivato a destinazione, fatti sentire," l'altra la tengo invece per me, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ho scelto la Polaroid perché è ludica, semplice, non implica troppi tasti da schiacciare o programmi da scegliere. La Polaroid ti fa divertire. Non stressa. Dal punto di vista fotografico, rilassa. Non invade lo spazio se non per sorprenderti. Per farti gioire.
Come fotografa, ho fatto una scelta ben precisa prima di partire. Sapendo che la presenza di fotografi sarebbe stata massiccia, ho cercato un approccio differente. Come si vede dalle immagini, la gente ritratta è tranquilla, rilassata, in posa… è lì per farsi fare un ritratto di famiglia e nei ritratti di famiglia si sorride e tutto il resto sembra svanire.

E questa era la prima parte del progetto A Polaroid for a Refugee. La seconda parte è una sorta di reazione, nata quando alcune famiglie mi hanno contattata dopo essere arrivate in Germania, Austria e Svizzera. Allora sono partita per documentare anche l'arrivo a destinazione. Ho rincontrato Muhab, Rohina, Miriam e le sue sorelle; Nareman e i suoi figli; Donya e suo fratello. Ognuno con la sua storia, anche se il viaggio territoriale era simile. Purtroppo, solo in una occasione sono riuscita a riunire le due Polaroid, il prima al dopo: molto spesso gli oggetti personali, tra cui le Polaroid, vengono confiscati al confine serbo-ungarico.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Il tuo approccio al medium si caratterizza per spontaneità e immediatezza delle immagini. Nelle tue Polaroid ci sono sorrisi, smorfie, attimi di vita quotidiana. Ti capita a volte di fotografare attimi troppo privati e intimi per essere poi condivisi con il pubblico?
Sì, sono soprattutto le donne che mi chiedono di non pubblicare il loro ritratto. Hanno paura che finisca sui social media e che altri uomini le vedano e magari scarichino le loro foto. Bisogna ricordare che FaceBook, in particolare, ha avuto un ruolo importantissimo nel divulgare notizie dalle zone di guerra, facendo circolare suggerimenti su come raggiungere l’Europa e rendendo possibili i contatti tra famiglie che altrimenti si sarebbero disperse.
Nel 2017 sono andata in Austria a trovare una ragazza afghana conosciuta in Grecia e mi ha presentato il suo fidanzato. Li ho fotografati insieme, e alla fine mi ha detto che era meglio non pubblicarle perché la sua famiglia non sarebbe stata d’accordo. Quindi ci siamo promesse che, una volta sposata, le potrò pubblicare. Un altro esempio è quello di Nareman, che mi ha chiesto di fotografarla di schiena o col volto coperto perché non vuol far sapere a suo marito dove si trova per la sua sicurezza e quella dei suoi figli.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Sei una donna, sei una professionista e sei una persona che non ha paura di impegnarsi in prima persona: hai scelto di recarti in zone di conflitto per documentare le esperienze vissute dai migranti. Qual è il consiglio che daresti alle altre donne che vogliono dare il loro contributo concreto e fare attivismo? Insomma, come può una fotoreporter alle prime armi muoversi in questo ambiente così complesso?
La passione e l’amore per la fotografia sono gli ingredienti giusti per iniziare. Con il tempo, questi due fattori si amalgamano e crescono attraverso il continuo fotografare. Quindi, come qualcuno mi ha detto agli inizi, la cosa migliore è fotografare ogni giorno, qualsiasi cosa. Non bisogna andare lontano per trovare cose stimolanti da fotografare. Io ho cominciato con le manifestazioni contro la guerra in Afganistan e Iraq. Lì ho iniziato a osservare i volti delle persone, i loro movimenti, i loro vestiti, i piccoli gesti.
Un altro ingrediente è il tempo e le proprie tempistiche personali: c’è chi sembra nato con la macchina fotografica in mano e c’è chi, come me, ha bisogno di tempo per trovare la propria voce. Ed è in quel preciso momento che la passione e la voglia di comunicare entrano in gioco. Ognuno di noi ha una maniera personale di vedere il mondo e la fotografia è uno degli strumenti che ce lo fa catturare. Un altro importante consiglio che mi hanno dato per la fotografia documentaristica è questo: datti il tempo di conoscere il tuo soggetto e dai tempo al tuo soggetto di conoscerti. Non avere fretta. Osserva prima e scatta dopo. Può essere frustrante, perché vedrai degli scatti passarti davanti, ma non preoccuparti, ne arriveranno altri.
Poi a un certo punto arriva la domanda: "Cosa ci faccio con tutti questi scatti? Li appendo in camera e me li guardo?" Chi ha un messaggio da divulgare non dovrebbe tenerle per sé. Quindi, è importante fare una selezione—facendosi aiutare da altri fotografi: si dice che il peggior editor è il fotografo stesso, perché non escluderebbe mai nulla—e iniziare a farla girare, mandarla ai giornali, anche a quelli locali, pubblicarne una parte sui social media con hashtag rilevanti, partecipare ai concorsi.
Infine, se si decide di andare in zone di conflitto, bisogna avere buon senso. Che non vuol dire limitarsi nella fotografia, ma trovare una soluzione per non mettere a rischio la propria vita o quella dei collaboratori.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Quali sono i tuoi programmi futuri? Continuerai a documentare le vite dei rifugiati e sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso le tue Polaroid? Hai in mente altri progetti?
Ho intenzione di continuare con APfaR, non mi sono data un tempo preciso per concluderlo. Anche se, a dire il vero non dipende da me, ma dalla Fujifilm Company, perché ha smesso di produrre il modello di istantanee che uso, Fujifilm FP 100C. Se ne trovano ancora in commercio, ma il loro prezzo supera quello dell’oro.
Quest’anno voglio dedicarmi alla pubblicazione del libro, andare a trovare le persone che sono arrivate a destinazione e continuare a creare le mie Limited Edition Postcards, ricamate a mano e in vendita alla The Photographers’ Gallery Shop, i cui proventi sostengono i progetti delle associazioni con cui ho fatto volontariato. Al momento il ricavato va a sostegno della Mobile Dental Clinic della Border Free Association che lavora su tutto il territorio serbo per portare assistenza dentistica nei vari campi di rifugiati.
Il prossimo lavoro a cui mi dedicherò è invece Still Figuring Out , un progetto in collaborazione con l’esperta in Conflict Resolution Antonia Porter, che si basa su una serie di ritratti a medio formato ed interviste a giovani uomini sudafricani di diverse razze. Il progetto indaga il significato dell'essere uomo in un paese ancora segnato dal passato e con un presente che esige sempre di più. A inizio aprile verrà allestita una mostra a Città del Capo, oltre che alle foto e a dei campioni audio ci sarà una parte interattiva, dove il pubblico maschile sarà invitato a rispondere anonimamente ad alcune domande incentrate su cosa significa essere un uomo in Sudafrica oggi.

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Fotografia di Giovanna Del Sarto

Stereotipi e pregiudizi possono essere distrutti in molti modi diversi; questa artista, ad esempio, lo fa attraverso fumetti e vignette. Qui trovate la sua intervista:

Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Tutte le immagini su gentile concessione di Giovanna Del Sarto

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