smettiamola di scambiare gli stronzi per molestatori

In molti hanno interpretato "Cat Person" come l'ultimo tassello della retorica #metoo, ma le cose non stanno proprio così.

di Amanda Margiaria
|
19 dicembre 2017, 2:44pm

"Whore."

"Puttana."

Si chiude così "Cat Person", il racconto scritto dalla fino all'altro ieri sconosciuta Kristen Roupenian pubblicato la scorsa settimana sul New Yorker e diventato un caso editoriale da manuale. Si tratta certo di una conclusione brillante per un pezzo altrettanto brillante. Ma ha un difetto gigantesco: difficile non bollare come molestatore uno che ti dà della puttana, no? Eppure Robert, protagonista maschile della storia, non è un molestatore, ma solo un gran stronzo.

Il racconto non si concentra su nulla di particolarmente nuovo: c'è Margot, c'è Robert, s'incontrano nel cinema dove lei lavora, si piacciono vagamente, si scrivono una miriade di messaggi, escono insieme, fanno sesso e non va per niente bene, lei avrebbe voluto dire di no ma non trova il coraggio per farlo, così decide di tagliare i ponti (o meglio, a decidere per lei è la compagna di dormitorio) solo giorni dopo la loro prima e unica notte insieme. Lui sembra accettare la cosa di buon grado, salvo poi ubriacarsi e insultarla di brutto.

Come sottolineato dall'opinionista del New Yorker stesso Emily Nussbaum, i motivi per cui "Cat Person" è diventato virale nel giro di un weekend sono principalmente tre: è un racconto scritto con sagacia e intelligenza, arriva al momento giusto (è l'era post-Weinstein, cari) ed è facile da donna rispecchiarsi nell'episodio vissuto da Margot.

In molti hanno interpretato "Cat Person" come l'ultimo tassello in ordine cronologico della retorica #metoo, perché quando una donna si rispecchia in qualcosa, subito spunta un uomo (o, come in questo caso, un account Twitter) a spiegarle cosa c'è di sbagliato e per reazione, trasformare un prodotto di fiction letteraria in manifesto femminista postmoderno sembrerebbe un passaggio automatico. Flavia Guidi scrive a questo proposito su VICE: "Migliaia di persone [...] hanno attribuito a essa un valore più ampio, inserendola nel contesto del movimento #metoo—quello con cui le donne denunciavano le molestie in seguito alle prime rivelazioni del caso Weinstein. In altre parole, Margot è stata interpretata non come la protagonista una situazione di sesso di cui si farebbe volentieri a meno, ma di una situazione in cui, in quanto donna, si trova è trovata dover far cose che non avrebbe voluto fare."

Peccato che la lettura in chiave #metoo perda di vista il punto centrale di "Cat Person", perché porta con sé l'obbligo morale di schierarsi, di scegliere di stare dalla parte delle donne o da quella degli uomini, di dover per forza posizionarsi in modo risoluto e definitivo su questa scacchiera virtuale. Esattamente il contrario di quanto trasmette in realtà il racconto, la cui vera forza emerge dalle mille sfaccettature di cui è fatta la relazione tra Margot e Robert, dal modo in cui sfugge alle facili definizioni e ai rigidi schemi a cui siamo abituati.

Dobbiamo prendere le parti di Margot e sputtanare Robert, quindi? Da donna, istintivamente verrebbe da dire sì, ma certo, difendiamo Margot e le sue pippe mentali a spada tratta. Ma se i protagonisti sono due e sono in conflitto tra loro, prendere le difese di uno non significa automaticamente puntare il dito contro l'altro? È quindi colpa di Robert? Sto semplificando, ma la tendenza sembra essere esattamente questa: o bianco, o nero. O Margot è una puttana, o è una vittima. O Robert è un molestatore, o è un poveraccio che non sa relazionarsi con le donne e quindi da compatire.

Se vogliamo dibattere sull'eticità dei protagonisti di un racconto di narrativa—che, come ha dichiarato l'autrice al New Yorker, non è autobiografico ma trae spunto da esperienze diverse vissute dalla Roupenian nell'arco di più decenni—evitiamo allora di scambiare uno stronzo per un molestatore. Robert non manipola Margot con arguti giochi psicologici per convincerla ad andare a letto con lui, si limita piuttosto a fare battutine poco felici e a mettersi sulla difensiva quando crede erroneamente che lei lo stia criticando e/o deridendo. Nonostante la differenza d'età sia significativa (lei ha 20 anni, lui 34), l'impressione è che sia sempre Margot quella più matura tra i due, quella che non prende decisioni avventate: anche andare a letto con lui, per quanto sia una scelta di cui si pente immediatamente, rimane un qualcosa da valutare attentamente e su cui riflettere a lungo. È Robert quello che si affida all'alcool per alleggerire la tensione, che perde l'erezione più volte e si chiude in se stesso quando si sente in una posizione di svantaggio.

Appurato insomma che Robert non è un molestatore—e quindi che non ci troviamo davanti a un episodio di violenza a cui Margot non sa o non può reagire—vale ora la pena sottolineare quanto sia stronzo. Schernire una ragazza al primo appuntamento perché va ancora all'università è da stronzi. Non curarsi del piacere del proprio partner mentre si fa sesso è da stronzi. Criticare sottilmente qualcuno per l'abbigliamento che ha scelto per il primo appuntamento insieme è da stronzi. La lista potrebbe andare avanti ancora per molto, perché "Cat Person" è un susseguirsi di micro episodi in cui lui fa lo stronzo, mentre lei prova empaticamente a capire perché si sia comportato da stronzo e decide così di dargli l'ennesima ultima possibilità.

Vogliamo metterla sul personale? Mi è capitato di litigare con il mio ex perché io avevo voglia di fare sesso e lui no. Io mi sentivo rifiutata, lui semplicemente era stanco e voleva passare la sera su Netflix e non tra le mie gambe. La mia insistenza a volte lo spingeva a cedere e a scopare senza averne particolarmente voglia. Portarlo all'esaurimento nervoso per ottenere quello che volevo è stato un comportamento da stronza che se ne sbatte altamente dei bisogni del proprio partner, ma questo fa di me una molestatrice?

Né tantomeno mi sono sentita vittima di molestie quando un rapporto sessuale si è trasformato in quello che oggi viene definito come bad sex, ovvero "il sesso che non vogliamo fare, ma che decidiamo comunque di fare." Si è trattato di una scelta sbagliata, fatta per i motivi sbagliati e probabilmente anche presa perché condizionata dalle dinamiche patriarcali del mondo in cui viviamo.

È vero, la società ci insegna fin da bambine a stare zitte, a subire e a farci andare sempre tutto bene. Proprio per questo, dire di no quando le mutande sono già sul pavimento è difficile, ma accusare a posteriori l'altra persona di essersi comportata in modo scorretto non è certo la soluzione. Come non ha senso minimizzare un'accusa di molestie sessuali, neanche trasformare una scopata fatta tappandosi il naso in una violenza ci rende giustizia. "La visione della donna come soggetto monco, privo di iniziativa sessuale e relazionale, si traspone con facilità nelle aspettative di comportamento delle donne nel consorzio sociale," scrive Giulia Blasi, e allora perché fare di "una mentalità che rifiuta l’idea che le donne possano essere soggetti – politici, economici, culturali, sessuali – e trova rifugio in un’idea di donna come ancella, oggetto e non soggetto del sesso e delle relazioni" un esempio di femminismo postmoderno?

Oggi tutti ci domandiamo quale sia il confine tra mostrare interesse e molestare, tra un gesto malizioso e uno che mette a disagio il nostro potenziale partner. Questa difficoltà nel tracciare confini netti rende più necessario che mai smettere di spacciare situazioni emotivamente incasinate in episodi di molestie. Offuscarne i contorni non aiuta in nessun modo le donne, né tantomeno stimola discussioni intelligenti sull'argomento. L'alternativa? L'idea che "chiunque indistintamente possa essere accusato di molestie anche solo per un occhiolino di troppo sulla scia di una moda o un trend moralista" prenda ancor più piede di quanto non abbia fatto fino ad oggi. E non riesco a pensare a niente di peggio, onestamente.

Tagged:
bad sex
femminismo
letteratura
cat person
racconti new yorker
post-weinstein
brutto sesso