Fotografia di Michael Fazakerley

fanzine d'epoca: la scena queer newyorkese catturata da 'pansy beat'

Era la fine degli anni '80 e l'East Village era il rifugio di gay e outsider. 'Patsy Beat' ne ha raccontato vite, idoli e folli party.

di André-Naquian Wheeler
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28 dicembre 2017, 3:42pm

Fotografia di Michael Fazakerley

Sfogliare le pagine della fanzine di quartiere Pansy Beat (che ebbe vita brevissima, dal 1989 al 1990) è come vivere in prima persona gioie e preoccupazioni degli artisti queer che vivevano nell'East Village newyorkese durante gli anni dell'epidemia di AIDS. Certo la fine degli anni '80 è stato un periodo drammatico per la comunità gay, ma questa rivista indipendente dimostra che non si può relegare un'intera esistenza a malattia e morte: c'era felicità anche in quegli anni. C'erano ragazzi che nei club portavano spesse righe d'eyeliner, c'erano party underground, c'erano librerie locali dalla forte impronta queer. Pansy Beat raccontava di questa cultura in forte espansione attraverso contenuti, pubblicità di brand "metrosessuali" e spettacoli di cabaret, ospitando al suo interno profili di personaggi celebri nel downtown newyorkese (come l'iconica drag queen Lady Bunny), articoli molto approfonditi su temi di nicchia (come la storia delle ciglia finte o rubriche sul sesso sicuro). Insomma, Pansy Beat è la traslazione cartacea di un'epoca in cui essere queer significava essere sovversivi, emarginati e in costante evoluzione.

"Era un contenitore in cui mettere tutto ciò che ci piaceva," ricorda il fondatore ed editor di Pansy Beat Michael Economy. "Succedevano così tante cose nell'East Village in quel periodo—Lady Bunny, il movimento ACT UP, la scena delle drag queen e delle performance di cabaret." La zine che ha fondato era il risultato di un lavoro di gruppo, sostiene Michael: collaborando con i suoi amici, l'allora 29enne metteva in piedi elaborati set fotografici all'interno del suo appartamento. "Sceglievo i personaggi che più mi intrigavano," ci spiega riferendosi all'atmosfera senza tempo degli editoriali che portano la sua firma. "Ad esempio, ho scelto Billy Erb, uno dei primissimi club kid, per la nostra copertina dopo averlo visto in stivali alti e guanti di seta, essere andato da lui e avergli chiesto 'chi diavolo sei tu?'"

Michael è stato costretto a chiudere i battenti di Pansy Beat quando nel 1990 fu costretto a cercarsi un "vero lavoro" perché ormai senza più sostegno finanziario. Eppure, il breve lasso di tempo in cui la zine fu pubblicata bastò a ispirare tutta una serie di nuove pubblicazioni queer. Un anno dopo la chiusura di Pansy Beat nacque HX, dov'erano presenti liste dei gay club della città, interviste a diversi gigolo e storie di drag queen. Un amico ha anche raccontato a Michael che nei primi tempi di OUT (altra rivista queer di NYC) gli editor spesso sfogliavano Pansy per trovare ispirazione.

Di recente, Michael ha collaborato con l'artista Jan Wandrag a una ristampa in edizione speciale di Pansy Beat. Noi di i-D l'abbiamo incontrato per parlare di come si mette insieme una fanzine queer senza nessun budget e di come l'epidemia di AIDS abbia influenzato la sua vita e il suo lavoro.

Fotografia di Michael Fazakerley

Com'è nata Pansy Beat?
In parte ci siamo ispirati alla fanzine di Linda Simpson My Comrade. Ne avevo sentito parlare al mio ritorno nell'East Village, dopo aver vissuto un anno a Tokyo. Ero in giro con qualche amico che mi stava mettendo al corrente sulle ultime novità del quartiere quando uno di loro mi ha chiesto cos'avrei fatto, dato che non avevo né un lavoro né un progetto. Un altro aveva tra le mani una copia di My Comrade e ha detto "so cosa farai, pubblicherai una zine e mi metterai in copertina!" È così che è iniziato tutto.

Fotografia di Michael Fazakerley

La tua rivista è stracolma di informazioni sull'East Village e tratta argomenti di nicchia. C'è un saggio critico su Judy Garland e una storia delle ciglia finte. Qual era l'approccio che seguivate nella scelta dei contenuti?
All'inizio eravamo io e i miei amici. Erano loro i miei collaboratori, continuavo a ripetere loro che avrebbero dovuto vendere almeno uno spazio pubblicitario a testa. All'epoca i costi di pubblicazione erano bassi, ma non avevamo comunque abbastanza soldi per stampare tutte le copie che volevamo. Fondamentalmente, io ero publisher, caporedattore e direttore creativo di Pansy Beat. Prima di fondare la mia zine avevo lavorato per due anni da Paper, quindi avevo una certa dimestichezza con le leggi base dell'editoria. Ero amico dello stilista André Walker, è stato lui a presentarmi Kim Hastreiter [cofondatore co-caporedattore di Paper]. Insieme, passeggiavamo per l'East Village e distribuivamo a mano i primi numeri di Paper.

Fotografia di Michael Fazakerley

In ogni copia di Pansy Beat incollavate uno o due preservativi per promuovere il sesso sicuro. In che modo l'epidemia di AIDS ha influenzato i contenuti della tua rivista?
È vero, lo facevamo! Il New York Board of Health ci aveva contattato per avviare insieme una campagna di sensibilizzazione e lasciai che a occuparsene direttamente fu il mio amico e collaboratore Terry Coleslaw. Quando ci arrivarono tutte quelle scatole di preservativi pensai subito 'perché non li appicchiamo con lo scotch bi-adesivo in ogni copia?'

Per quanto riguarda l'AIDS, i contenuti di matrice politica che ospitavamo sulla zine erano scritti nella maggior parte dei casi da Glenn Belverio. A parte questo, la nostra intenzione era—scusate le parole, ma non saprei come dirlo altrimenti—essere semplicemente "troiette senza vergogna." Non volevamo schierarci politicamente, volevamo semplicemente sostenere la gente del nostro quartiere.

Ma l'AIDS ha influenzato la tua vita privata, esatto?
Sì. Se devo essere sincero, ci ho messo 27 anni per riuscire a pensare a tutti gli amici che ho perso e a tutti gli amici che i miei amici hanno perso senza impazzire. Il centro di Manhattan è stato l'epicentro dell'epidemia di AIDS e credo che la gente non se ne renda davvero conto. Solo oggi mi rendo conto di quanto quegli anni e quell'epidemia abbiano influenzato la mia personalità e il mio modo di vedere le cose.

Fotografia di Michael Fazakerley

Avresti mai detto che ancora oggi la tua zine avrebbe avuto una certa rilevanza storica, quasi trent'anni dopo la sua fine?
La nostalgia che provo è legata principalmente alle cose che facevo allora con i miei amici, tra cui rientra anche Pansy Beat. Eravamo uniti, collaboravamo e dal nostro lavoro congiunto è nato un progetto che mi ha assorbito al 100 percento per quasi due anni. Poi è finito tutto: sono stato sfrattato dal mio appartamento e ho dovuto trovarmi un vero lavoro. Ripensandoci, è come se Pansy Beat si meritasse di essere sfogliato anche dalle nuove generazioni.

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