Questo designer customizza il denim nei modi più impensabili

"Usura, scolorimento, strappi e riparazioni sono testimonianze visibili e codificate di un gesto ripetuto, un abitudine o un vezzo."

di Carolina Davalli
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09 giugno 2020, 9:26am

Design di Gregorio Vatrella, collage di Maria Laura Buoninfante

Classe '94, Gregorio Vatrella nasce a Soverato, un piccolo paese sulla costa jonica calabrese. La sua formazione non ha niente a che fare con il design della moda, ma con il passare del tempo si avvicina sempre più a questo mondo, capendo che è proprio quello che fa per lui. La voglia, quella di progettare, gli cresce addosso, quasi fosse un bisogno impellente di cui non può fare a meno.

Inizialmente questo bisogno si concretizza nella ricerca incessante dell'espressione di sé attraverso tentativi, sperimentazioni e prove di mille pratiche diverse. Quasi come a dire: per capire cosa mi piace fare, devo prima provare tutto. E così Gregorio inizia a disegnare pattern sui fianchi delle sue scarpe nelle ore di lezione, taggare gli zaini degli amici o i diari di scuola, strappare i jeans immacolati o le t-shirt nuove di zecca, c'è sempre una fase in cui ci si dà alla customizzazione e alla personalizzazione degli oggetti che ci stanno a cuore, per renderli ancora più personali, unici, nostri. E così anche Gregorio.

Gregorio ha poi trasformato questa pratica spontanea e un po' naïf in un approccio sistematico, e se prima era solo espressione di una necessità di differenziarsi dagli altri, ora è alla base di un vero e proprio processo creativo in cui il fulcro non è più la sua persona, ma l'oggetto in questione--filtrato, certamente, attraverso una visione personale. Per Gregorio, tutto parte dal capo che si trova davanti, che costituisce il protagonista del design: bisogna studiarne la texture, la storia, con quali stress si è interfacciato il tessuto, se la forma è cambiata. Tutte queste informazioni danno inizio a quello che poi sarà il momento di trasformazione, una sorta di rituale di passaggio in cui Gregorio guida il tessuto sulla via verso una nuova vita.

Così, abbiamo incontrato il designer per fargli qualche domanda sul suo metodo, sulle sue tecniche e sui i principi su cui si fonda la sua pratica.

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Ciao Gregorio! Parlaci di te, come sei entrato in contatto con la progettazione di moda?
Non ho mai programmato il mio percorso, ho deciso di rischiare e affidarmi al mio istinto, provando a capire passo dopo passo cosa potesse rendermi in qualche modo soddisfatto. Sono sempre stato molto curioso e con una certa propensione creativa. Ciò che mi ha sempre attratto è la “semplicità apparente” di quelle cose che celano un pensiero ben studiato, ben progettato. Allo stesso modo, mi hanno sempre affascinato i significati impliciti: richiami, citazioni, simboli conferiti volontariamente o meno che incrementano il bagaglio “di esperienze” accumulate nel tempo da questi oggetti o concetti.

Cosa ti ha spinto a decidere di fare qualcosa di tuo?
Sono cresciuto in un contesto in cui trend e mode sono sempre arrivati in ritardo e deformati, quindi mi capitava spesso di non riuscire a trovare capi adatti alla mia estetica e che mi facessero sentire a mio agio. Così ho iniziato a fare piccole modifiche a praticamente tutto quello che indossavo. Col tempo, ho capito che questa pratica poteva essere l'inizio di un percorso più strutturato di design e progettazione. Mi sono iscritto al corso di Product Design, facendo le prime esperienze in diversi ambiti, perché penso che precludersi a priori dei canali limiti le potenzialità di crescita e l'approccio “sperimentale”.

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Tutte le tue creazioni sono realizzate a mano, senza alcun aiuto esterno, né strutture di supporto per giovani creativi. Com’è essere un designer indipendente oggi?
Ci sono ovviamente lati positivi, e altri che lo sono meno. Devo gestire molte cose contemporaneamente, e questo richiede un investimento notevole di energie e la capacità di avere diverse idee connesse nella propria mente. Insomma, bisogna sviluppare un metodo. L’indipendenza vuol dire, secondo me, essere liberi di sognare, sbagliare e sperimentare liberamente, e magari anche inconsciamente, soprattutto se, come nel mio caso, coincide con gli esordi. Penso che sia necessario mettersi in gioco, rischiare in prima persona, fare sacrifici, avere pazienza, perseveranza e capacità di interpretare il contesto in cui si opera.

Usi delle tecniche di manipolazione molto precise. Quali sono?
Sono in una fase continua di sperimentazione, almeno finché non mi riterrò soddisfatto dei risultati. Le mie difficoltà derivano principalmente dal fatto di essere autodidatta, quindi lavoro secondo regole che ho creato io in base alle necessità. Al momento sto sperimentando diverse tecniche di riparazioni e ricami, ma anche di distressing e ripping. Mi servo della tintura per modificare il lavaggio e la colorazione del denim. Ho intenzione di inserire altre tecniche appena sentirò di aver esaurito gli spunti derivati da quelle che ho appreso finora.

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Raccontaci il tuo processo creativo, quali sono gli step che segui quando progetti un nuovo design?
Tutto viene determinato dalla natura del progetto: bisogni differenti richiedono approcci e soluzioni differenti. Nel caso dei jeans, ognuno jeans racconta una storia: usura, scolorimento, strappi e riparazioni sono testimonianze visibili e codificate di un gesto ripetuto, un'abitudine o un vezzo. In primo luogo, provo a capire questa storia, instaurando un'interazione che considero come qualcosa di vivo, in cambiamento continuo. Successivamente, sviluppo un progetto mentale, che a sua volta determina i singoli step realizzativi, l'ordine secondo cui metterli in pratica, il modo in cui si interconnettono, al fine di raggiungere il risultato finale.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Sono sempre stato affascinato e attratto dalla cultura orientale e da quella statunitense, in particolare dalle rispettive scene musicali, oltre agli spunti che può offrire la natura. Fin da piccolo trovo magnetici due oggetti in particolare: le scarpe, più precisamente le sneaker, e gli occhiali. Recentemente, però, la mia attenzione è stata rapita da altri due oggetti, e concentrandomi su di questi mi sono reso conto di quante possibilità di sperimentazione creativa possano offrirmi: cappelli e jeans.

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L’uso di così tante tecniche su un capo solo richiede molto tempo. Credi ne valga la pena?
Riconosco di avere un certo attaccamento a un molte cose, oggetti e abiti per esempio, che potrebbero essere ritenuti superflui. Penso però che ci sia qualcosa che mi attrae a livello viscerale in un oggetto che porta incisi su di sé una serie di valori, concetti ed esperienze. Credo che tutti questi fattori contribuiscano a dotare l’oggetto in questione di un energia che, per me, giustifica il tempo che gli dedico.

Come definiresti la tua estetica?
Non saprei darti una definizione. Spero però che quello che viene percepito dalle mie realizzazioni sia in linea con l’agglomerato di concetti, sensazioni, informazioni ed emozioni che vorrei trasmettere. Questo progetto, per esempio, vorrei che fosse fruito a occhi chiusi sotto forma di percezione tattile, così da cogliere ciò che questi jeans trasmettono e non solo a livello visivo.

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Un concetto molto importante dei tuoi design è quello di “customizzazione”. Che cosa significa per te personalizzare qualcosa?
Per me si tratta di un bisogno, una necessità. Il fatto di intendere se stessi e il modo in cui ci si veste come una forma di espressione comporta una sensazione di disagio nel momento in cui si cade nell’omologazione. Non si tratta di distinguermi e basta, ma di farlo perché ho una visione e un messaggio da comunicare su diversi livelli.

Tra tutte le diverse pratiche e tecniche che utilizzi, quale preferisci e perché?
In questo momento, il ricamo e il patchwork mi molti spunti per sperimentare, perché sono le tecniche che ho iniziato a testare più recentemente rispetto alle altre. In generale, la tintura è una delle tecniche che mi piace di più e con cui ho sperimentato molto, ma comporta spreco d’acqua e inquinamento. Proprio per questo motivo, il mio prossimo obiettivo sarà quello di sostituire le tinture e servirmi solo di tecniche ecosostenibili e pigmenti naturali.

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Crediti


Testo di Carolina Davalli
Design di Gregorio Vatrella
Collage di Maria Laura Buoninfante

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