Valentino sfilerà alla fashion week di Milano, e non a Parigi

A sorpresa, la collezione prêt-à-porter SS21 del brand diretto da Pierpaolo Piccioli sarà presentata durante la MFW, e non nel calendario parigino come d'abitudine.

di i-D Staff
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01 settembre 2020, 1:50pm

Immagine courtesy di Valentino

Dopo un periodo di stasi e incertezze varie, nel 2020 l’industria della moda è stata rivoltata come un calzino, e ha visto cambiare in tempo zero i ritmi, i rituali e le tradizioni che la regolavano da decenni. Quelle che fino a qualche mese fa sarebbero state considerate vere e proprie eresie (una! sfilata! senza! pubblico! e! online!) sono diventate prassi comuni, e sempre più designer stanno implementando processi inediti all’interno dei loro sistemi di produzione, distribuzione e presentazione delle collezioni.

Tra i cambiamenti più inaspettati di quest’anno, c’è quello attuato dalla Maison Valentino, che proprio oggi ha annunciato la decisione di presentare la propria collezione co-ed SS21 non a Parigi, come da tradizione, ma in Italia, in chiusura della Fashion Week di Milano. Inutile dire che la scelta di tornare al calendario italiano ci abbia sconvolto, ma, a ben pensarci, si tratta di una risposta etica e ragionata alla situazione in cui si trova il settore moda, nonché un emblema della solida collaborazione tra la Camera Nazionale della Moda Italiana e il suo equivalente francese, la Fédération de la Haute Couture et de la Mode di Parigi.

“È stimolante poter pensare a nuove idee, e questo è il tempo in cui le idee possono crescere e diffondersi.”

Pierpaolo Piccioli

“Nello scenario attuale, ci troviamo costretti ad anticipare decisioni, che tutelino le nostre risorse più importanti, le persone, e che esplorando opportunità alternative mantengano il nostro brand rilevante,” afferma Jacopo Venturini, Chief Executive Officer di Valentino. Una decisione tanto coraggiosa quanto oculata, esito naturale degli stravolgimenti causati dalla pandemia, che a loro volta potrebbero segnare l’inizio di una progressiva decostruzione dei calendari della moda per come li conosciamo, stabilendo ritmi, eventi e modalità che siano sempre più plasmabili dai designer sulla base delle loro esigenze, e non, viceversa, dettati dalla frenesia imposta dall’industria.

Come conclude Pierpaolo Piccioli nel comunicato ufficiale, la priorità rimane il brand, le sue necessità e bisogni, al fine di alimentarne la vitalità e la portata culturale: “Milano è una nuova opportunità, un grande progetto che sto sviluppando con i miei team, sul concetto di identity.” Il focus, dunque, sembra stia tornando a posizionarsi sul concetto di identità e meno sui rigidi schemi tradizionali di un’industria che, in quanto specchio della società, necessita di cambiamenti costanti per poter realmente crescere.

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La campagna pubblicitaria Valentino Empathy, realizzata dai diversi testimonial in casa propria, durante il lockdown

La decisione di Valentino, dunque, non dovrebbe stupire troppo, perché arriva in un momento di grandi rimestamenti da parte dei big name dell’industria. Le rivoluzioni, infatti, sono avvenute in diverse maison, e spesso seguendo azioni coordinate, come testimonia la decisione adottata da sempre più brand di creare collezioni co-ed. Unendo menswear e womenswear, i brand hanno facilitato non solo la produzione di una collezione singola (generando di conseguenza meno sprechi), ma anche l’assimilazione da parte del pubblico di una visione dei capi non più basata su un sistema binario di genere, ormai decisamente superato.

Abbiamo poi visto la nascita e crescita di side project interamente sostenibili da parte di brand affermati, e anche la riconversione di stabilimenti di produzione in sistemi funzionali e meno inquinanti, dando una nuova e rinnovata importanza all’interno del dibattito della moda alle tanto ignorate (seppur vitali) fabbriche, agli uffici stile e alle aziende manifatturiere.

Un altro fenomeno che ha segnato quest’anno, infine, è la tendenza da parte dei brand ad avvicinarsi alle manifatture locali. In anni in cui è ormai diventato normale parlare di “chilometro zero” per settori come il cibo, dovrebbe esserlo anche per la moda, perché anche la vicinanza o meno dalle materie prime (le aziende tessili, i maglifici) potrebbe fare la differenza. E così potrebbe farla anche lo sfilare in luoghi più vicini a dove le collezioni vengono effettivamente prodotte.

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