Le Macabre, storia di uno dei luoghi simbolo della ribellione post-punk in Italia

"Qui potevi essere com’eri, non come la provincia ti voleva.” Testimonianze di quando, a cavallo tra gli anni '80 e '90, a Cuneo, la controcultura combatteva l'immobilismo e l'indolenza provinciale.

di Lorenzo Ottone
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29 giugno 2021, 1:35pm

i-Dentità Ribelli è la nuova rubrica di i-D Italy in cui scaviamo nei meandri dell’archivio Ragazzi di Strada per indagare le sottoculture e gli stili giovanili che hanno preso forma in Italia tra gli anni Cinquanta e i primi Duemila.

Attraverso materiale visivo, footage, interviste e aneddoti, l’obiettivo è quello di raccontare come diverse generazioni di giovani italiani hanno saputo cogliere, interpretare e fare proprie le sottoculture e le scene musicali e stilistiche provenienti dall’estero.

In questo secondo episodio della rubrica andiamo a indagare la scena post-punk e new wave italiana, nello specifico nella provincia di Cuneo, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.


A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, la scena post-punk e new wave che stava prendendo forma in Italia trova in un club a Bra, in provincia di Cuneo, un avamposto di ritrovo e aggregazione. Questo luogo era Le Macabre, col suo setting oscuro e la sua attitudine underground nel senso letterale del termine, animato da live leggendari che hanno fatto la storia di questa sottocultura, tra cui Nico e gli allora esordienti CCCP.

Inaugurato nel 1972 dalla famiglia Busso, Le Macabre è stato uno dei locali più folli e visionari dell’Italia di provincia. Incastonata in un seminterrato del centro storico di Bra, la discoteca dava asilo a tutti quei giovani alternativi del Piemonte in cerca di un luogo in cui la loro identità venisse riconosciuta e legittimata, isolati tanto dal fermento dell'underground torinese, quanto dall’attitudine irriverente dei playboy della costa francese d’oltralpe—oggi meta di villeggiatura per anziani medio borghesi.

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Ecco che l’assonnata e dimenticata provincia italiana supera i limiti dovuti all’isolamento geografico e alla conseguente arretratezza rispetto alle tendenze europee d’avanguardia, generando scintille artistiche autentiche che si fanno manifesto culturale di ribellione. Una ribellione che si nutre delle rivendicazioni internazionali dell’epoca ma che agisce all’interno di un contesto locale dichiaratamente circoscritto, combattendo l'asfissiante conformismo locale, quello che i piemontesi chiamano "bogianen"—un termine che, con una certa dose di ironia, vuole indicare proprio la tendenza a un certo immobilismo tipico della zona, eppure estendibile a qualsiasi provincia italiana.

All’inizio degli anni '80, infatti, questa terra di mezzo cuneense, costellata di paesi in cui la spiritualità della tradizione celtica si amalgama col pragmatismo del passato Sabaudo, è dominata dal conformismo, ben consolidato dalla presenza della Democrazia Cristiana, come ci racconta Luca Busso, regista e figlio dei gestori del Macabre, di cui è stato art director e resident Dj. "Mi sembra assurdo oggi pensare che a Bra, negli anni ’70, erano venuti diversi cantautori a suonare,” prosegue, "ma noi ci ribellavamo a loro, a Guccini, al rock progressivo, ai Pink Floyd e a quelle cose lì. Il Punk aveva raso tutto al suolo."

white zombie in concerto al Macabre foto di Alessandro Astegiano
white zombie in concerto al locale le macabre, foto di Alessandro Astegiano

Al Macabre questa attitudine nichilista mutuata dalla tensione delle rivendicazioni giovanili londinesi si sovrappone all’attitudine collettivistica che può nascere solo in un contesto di provincia, di segno opposto rispetto all’individualismo metropolitano. “Nel locale ci si poteva connettere con una comunità ampia. Ovunque andassi in Italia, c’era sempre qualcuno che ascoltava la tua stessa musica. I concerti, le fanzine, i dischi servivano a connetterci. Il Macabre ha riunito queste anime sparse che vivevano nei vari paesi limitrofi, permettendo loro di sentirsi parte di un mondo, di una comunità,” continua Luca.

Senza i social media, i giovani ribelli non hanno altra scelta se non quella di macinare chilometri per trovare una comunità di riferimento sul piano musicale, culturale ed estetico. Se nelle grandi città, inoltre, i cluster sottoculturali sono ampiamente diversificati, rimanendo segregati l’uno dall’altro per andare a comporre un mosaico eterogeneo che conta un discreto numero di adepti, in provincia i pochi giovani anticonformisti e alternativi sono spinti a mischiarsi tra loro per necessità, andando a creare delle collisioni tra diversi gruppi controculturali. “Non ci davamo etichette,” afferma Luca. “Tra noi c’era gente variegata, le diverse comunità sapevano convivere tra loro, come quella Mod o quella Dark. L’unica volta che cacciammo qualcuno dal Macabre fu quando due skinhead rimasero delusi perché si aspettavano che i Casino Royale fossero fascisti e reagirono con violenza. Noi eravamo più new waver, andavamo pazzi per i Television ed i Talking Heads.”

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Analogamente, Alessandro Astegiano—fotografo e membro fondatore dei Marlene Kuntz—, in quegli anni fa del Macabre la sua seconda casa: “Come cluster sottoculturale, sapevamo benissimo cosa stessimo facendo e ne eravamo orgogliosi. L’aspetto più interessante era proprio il mischiarsi di tante influenze, dal punk hardcore ai mod. Anni dopo, quando David Byrne riscoprì l’Etno Music, potevi addirittura incontrare al Macabre i vecchi freak, quelli che negli anni ’70 andavano a ballare la Cosmic Disco al Thypoon o al Melodj Mecca.” Questa dinamica anticipa la tendenza ai crossover sottoculturali degli anni ‘90, creando un ambiente in cui ciascuna subcultura mantiene intatta la dedizione militante alla propria causa specifica, nutrita di un sentimento di profonda e genuina solidarietà nei confronti delle altre sottoculture coeve. Di fatto, sono tutte unite e si rispettavano a vicenda per via di un obiettivo comune: tutelare la lotta anticonformista.

Luca ci racconta, infatti, come al Macabre andasse “gente anche solo per ballare un pezzo dei Cure e uno di Siouxise and the Banshees. E quando mettevi i Talking Heads storcevano il naso. Alla fine, però, non si creava mai alcun attrito, perché eravamo tutti parte dello stesso macrogruppo anticonformista. Questo ti permetteva di essere com’eri, non come la provincia ti voleva.” E non è facile emanciparsi dal contesto locale, perché basta davvero ascoltare delle “sbagliate” o vestirsi in modo “diverso” per beccarti il giudizio moralista della provincia: “Per i braidesi, io e i miei amici eravamo drogati, anche se poi non ho mai fatto uso di droghe,” ricorda Luca ridendo.

storia le macabre club cuneo post-punk

Musica ed estetica del Macabre vengono infatti percepiti come elementi di oltraggio alla comunità, di cui i Jack on Fire—che poi diventeranno i Marlene Kuntz—si fanno portavoce, con la loro teatralità provocatoria. Astegiano ci racconta, ad esempio, di quella volta in cui portarono sul palco la caldaia con cui il padre di uno di loro distillava la grappa, per usarla come percussione al posto della batteria. In un’altra occasione, per un concerto, foderarono il palco con delle reti oscuranti, creando una barriera tra loro e il pubblico, che sentiva la musica ma non poteva vederli. Dopo il primo pezzo questa rete venne fatta cadere e si creò un improvviso e potentissimo contatto con la gente.

La nostra era una protesta continua contro una cultura statica dove nulla cambiava mai. —Alex Astegiano

“Spesso io e Cristiano, all’inizio di un concerto, facevamo sentire dei pezzi musicali che avevamo registrato nelle nostre camerette. Una volta l’abbiamo fatto col Bolero di Ravel registrato a rovescio a varie velocità, portando all’esasperazione il pubblico. Un’altra volta, invece, trovai una cassetta di Cicciolina, e passavo dei suoi pezzi in senso provocatorio. L’idea era che, se riuscivi a reggere questo ascolto fino alla fine allora eri veramente interessato ad assistere al nostro concerto. Facevi parte della scena. La nostra era una protesta continua contro una cultura statica dove non cambiava mai nulla,” spiega Alex.

storia le macabre club cuneo post-punk

Allo scomparire della disco music, il Macabre per qualche anno diventa un night club, con tavolini a bordo pista e performance dal vivo. Insieme a Giuseppe Napoli, Busso inizia a organizzare un ciclo di serate settimanali, ogni giovedì, a tema New Wave. Da quel momento, il locale inizia ad assumere la direzione artistica che lo caratterizzerà definitivamente, con la sua struttura in cemento che anticipava di anni le atmosfere crepuscolari del post-punk. Come ricorda Astegiano “Il Macabre era avanguardia pura. Un locale con un’atmosfera molto cupa, prima ancora che si parlasse di Dark.”

A rendere il Macabre un unicum assoluto, è il fatto che fosse un locale a gestione famigliare, dove i coniugi Busso ospitavano una moltitudine di giovani alternativi quasi fossero un’unica grande famiglia, permettendo loro di esprimersi liberamente. “La nostra era una famiglia normalissima. Mio padre faceva l’operaio, mia madre la maestra. Poi, hanno deciso di prendere un bar, che con il tempo si è trasformato in un locale,” racconta Luca. “Percepivamo il disagio di certi ragazzi che abitavano nelle valli sperdute del cuneese e di si sentivano estraniati dal mondo perché non avevano voglia di conformarsi. La mia famiglia, in un certo senso, adottava questi ragazzi.”

storia le macabre club cuneo post-punk

Infiniti i ragazzi e le ragazze che, dopo aver esagerato con i drink, vengono dimenticati e lasciati a dormire all’interno del locale per riprendersi, per poi essere buttati fuori la mattina dopo dalla donna delle pulizie, che, puntuale, si presentava a spazzare via bicchieri e corpi avvolti in giacche di pelle. Celebre quella della Schott che Astegiano aveva decorato a mano con la scritta “Un modo di pensare non verrà mai distrutto da una moda,” una frecciata verso i paninari. “Ai punk o ai dark, infatti, non interessava seguire le mode. Le creavamo,” afferma Luca.

A gestire il tutto come una madre ferma e affettuosa c’era Dorina Busso: “Ha fatto da mamma a tutti per anni,” ricorda Astegiano, “era la prima persona che incontravi alla cassa e non si spostava da lì per tutta la sera col suo gin tonic e il pacchetto di Marlboro.”

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La complicità delle comunità locali, grazie alla possibilità di ritrovo offerta dal Macabre, si amplifica e si concretizza nella nascita di progetti musicali di culto dell’epoca, che si ritrovano a condividere il palco—o la pista, quando ancora il palco non era stato costruito. È il caso, oltre ai Marlene Kuntz, di La Zizzola Project, un pionieristico supergruppo di Hip-Hop politico all’italiana che—non senza sfumature decisamente naif—provava a declinare nel cuneese le influenze di Public Enemy e Run Dmc.

Pensiamo ad esempio anche al live dei CCCP nella primavera del 1985, che si trasforma in un delirio situazionista; si dice persino che, mentre il gruppo suonava furiosamente, Fatur abbia brandito una trappola metallica per cani verso il pubblico. Il concerto è stato anche registrato su una cassetta, recentemente riportata alla luce da Ragazzi di Strada con l’aiuto del collezionista Sandro Palamara. Dopo di loro passano al Macabre anche gli Zombies, Elliot Murphy, i Camper Van Beethoven e addirittura Nico dei Velvet Underground, che nei giorni del concerto viene vista girare in paese a comprare le sigarette insieme ad Ari Boulogne, figlio avuto in gioventù con Alain Delon che non venne mai riconosciuto dall’attore.

storia le macabre club cuneo post-punk

Grazie al contributo di figure come Alberto Campo—membro della band neo-psichedelica Out of Time—, Giuseppe Napoli e Paolo Bedini, si crea così un circuito di promozione eventi che ha come perno il Macabre, rendendo Bra diventi uno dei centri più culturalmente attivi del Nord Italia e connettendola con le città vicine, su tutte Torino, da cui spesso arrivavano DJ a portare le ultime novità discografiche.

“Con gli anni ‘80 e la nascita della cultura del divertimento, provammo a costruire un mondo in cui la sera si poteva andare anche a ballare. Per tutti gli anni ‘70, la gente spaccava e politicizzava tutto, pretendeva che i concerti costassero pochissimo, era impossibile organizzare eventi a un certo punto. Noi volevamo cambiare questo meccanismo,” spiega Busso.

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Riflettendo sul presente, Luca critica la perdita della necessità di aggregazione, motivo per cui il Macabre, dopo la metà dei ‘90, inizia a perdere di importanza, fino alla chiusura negli anni ‘00, complice anche l’incapacità dei gestori di dialogare con una gioventù meno affezionata alla provincia e al concetto di sottocultura. “Una volta si potevano proporre anche gruppi che non si conoscevano, c’era uno zoccolo duro di pubblico che veniva sempre perché si fidava del locale. Oggi, invece, non ci si prende più il rischio di andare ad un concerto che può non piacere.”

Pezzo essenziale della storia della controcultura italiana, il Macabre rappresenta oggi una scintilla di autenticità e coraggio in una provincia italiana lenta ad aprirsi al cambiamento, un locale che incarnava il rifugio dalla cultura dominante, e di cui oggi avremmo ancora tremendamente bisogno. Per dirla con le parole di Busso: “Il Macabre era come sentirsi a Londra per chi non poteva andarci.”

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Crediti

Testi di Lorenzo Ottone

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