Male gaze e rappresentazione: come la mascherina ha cambiato le dinamiche dello sguardo

Ora che non è più obbligatorio indossarla, non è scontato tornare a sentirsi a proprio agio col volto scoperto. Ne abbiamo parlato con 7 persone.

di Geremia Trinchese
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02 luglio 2021, 11:08am

Non saranno i grandi creator della moda a importi uno stile: la scelta sta a te. Sarai tu a decidere se dovrai metterti in camicia nera con pantaloni alla zuava, indossare maxi-cappotto siberiano e parabellum o se invece potrai continuare a vestirti alla tua maniera solita, con quei blue jeans e quella tua camiciola di cotone che ti sta così bene addosso.

Sembra uno spot brutto da grandi magazzini, e invece è il manifesto elettorale Come sarà la moda l’estate prossima? con cui la DC si presentò alle elezioni di maggio 1972. Sono passate decine di anni, eppure non molto è cambiato: gli abiti e gli accessori sono da sempre cruciali nella rappresentazione e nella narrazione del sé e, ancora di più, nella definizione delle identità collettive e comunitarie, soprattutto quando si trovano in condizioni di minoranza od opposizione rispetto agli standard di un determinato momento storico.

Dagli studi sul perché le persone che trascorrono tanto tempo insieme finiscono per vestirsi in modi simili, fino alle uniformi dichiarate o meno di specifici gruppi sociali, dai completi delle squadre sportive ai canoni di movimenti, culture, sottoculture, ad accomunare le persone che ne fanno c’è sempre un accessorio, più o meno particolare, che si carica di significato ideologico, estetico e di mutuo riconoscimento, ricordando a sé stess* la propria identità e rendendola manifesta a livello sociale. Bandane, giacche di pelle, jeans, sneakers, certi brand piuttosto che altri, quando usato in questo senso, ogni capo si fa simbolo, anche il nuovo accessorio del 2020/2021: la mascherina.

Ormai completamente interiorizzata—avreste mai pensato di straniarvi nel vedere in un film qualcuno uscire di casa senza?—, brandizzata e personalizzata, la mascherina è passata dall’essere un indumento protettivo per l’emergenza sanitaria da Covid-19 ad un accessorio quotidiano, ed assumere un ruolo cruciale nella definizione di sé, nel modo in cui agiamo nel mondo e vogliamo essere percepiti dallo sguardo dell’Altro. Come emerge da questo articolo, la mascherina sul volto è diventata il veicolo di una nuova modalità di negoziazione delle estetiche dominanti e delle dinamiche del gaze pubblico, che determinano fenomeni di genere come il cat calling, il giudizio fondato sull’apparenza e altre forme di micro-abusi quotidiani.

“Ho scoperto quanto è bello poter non sorridere alle battute viscide dei clienti. Ora che ho conquistato questo tipo di libertà emotiva, non riuscirei più a nascondere il fastidio.” —Giulia, barista.

Si riferisce a frasi del tipo “Come fai tu il caffè, non lo fa nessuno!”, che Giulia non vorremmo mai più dover sentire. Disabituate a doversi rassegnare a subire gli sguardi e le attenzioni non consensuali da parte degli altri, molte persone non sono sicure di tornare facilmente all’aperto senza mascherina.

Ludovica, studentessa, conferma infatti che “per me è assurdo pensare di prendere i mezzi pubblici senza utilizzare la mascherina, e sono sicura che non lo farò mai più. Ora il principale pericolo da cui mi difendo è il Covid, ma sento di volere continuare a difendermi dagli sguardi che ogni giorno dovevo sopportare e che oggi, grazie alla mascherina, sembrano non essere più un mio problema.” Andrea, attivista, ragiona sul concetto di male gaze: “Ti sei mai sentito non al sicuro nell’essere a viso scoperto prima del Covid? No, perché il punto non è mai stato chi mi guarda in faccia. E non so se l’utilizzo della mascherina possa effettivamente aiutarci a risolvere il problema, invece che semplicemente nasconderlo.”

Il punto è che, quando sono in giro, non voglio essere sessualizzata. Non è normale che più sono coperta, più mi sento al sicuro. Non è normale che io non mi senta al sicuro quando sono per strada. Tutto questo è solo la conferma di un problema strutturale.” —Andrea, attivista.

Federica lavora in ufficio, in quello che definisce un ambiente sicuro dove trascorre la maggior parte del suo tempo: “È bello potermi sentire più tranquilla con me stessa mentre vado a lavoro. Esco di casa struccata senza problemi, mentre prima non ci riuscivo. Ma non so quanto mi senta più al sicuro con indosso una mascherina rispetto agli sguardi degli altri, forse il contrario. Molte più persone mi guardano negli occhi, potendo guardare solo questo, e restano a fissarmi perché convinti di essere legittimati a immaginare la mia faccia mentre lo fanno”.

Da quando indossiamo tutt* la mascherina, forse ho persino più paura degli altri. —Fabiana, studentessa

“Non vedendo il viso delle persone, mi sembrano tutte potenzialmente pazze, perché non riesco a capire bene le loro espressioni,” afferma Fabiana. Sicuramente, però, mi sento meno osservata, perché funziona comunque da layer in più”. Ed è questo un aspetto che rassicura anche Sara. Lei, ci racconta, all’inizio della pandemia considerava la mascherina quasi distopica, mentre oggi “è praticamente uno scudo”, e quasi la terrebbe anche in casa.

“Tendo a imbarazzarmi e a diventare rossa,” continua Sara, “ed è una reazione che mi ha sempre messa a disagio, mentre oggi, semplicemente, non si vede. Quando sono a lavoro incontro moltissime persone, e mascherina+occhiali per me è una combo perfetta: ci sono e non ci sono.” Marzia ci spiega di non essere mai stata in pace con la propria immagine in passato, e per questo oggi sottrarsi al confronto con gli altri le mette tranquillità. “La mascherina è un filtro aggiuntivo. Da quando la uso molte ore al giorno, però, la mia pelle è irritata, cosa che di certo non mi aiuta nel modo in cui mi percepisco”.

In quanto individuo non binary, subisco continuamente misgendering, ma da quando utilizzo la mascherina succede molto di meno. Sì, certo, mi dà sollievo sul momento, ma perché? Perché non mi interfaccio con il problema, non perché il problema è risolto. Non posso sentirmi in dovere di utilizzare un filtro per difendermi. Non voglio subire. —Alessia, attivista

Alessia, attivista e militante dell’Ex OPG, continua: “Sono sempre stata insicur, ed è un problema se vuoi fare militanza, perché meno sono in vista, più sono tranquill nel fare un intervento.

Quando sono in strada, però, mi rendo conto che la mascherina non risolve questo genere di problemi: c’è bisogno di una risposta collettiva. —Alessia, attivista

Utilizzare un medium con gli altri ci dà sollievo, perché altrimenti subisci misgendering, sei un oggetto della sessualizzazione altrui. Una volta che hai capito perché, come lo affronti? Lo affronti in maniera personale e diretta, non facendoti bastare la sicurezza che può darti la mascherina, perché così stai togliendo al problema le sue responsabilità e lo tratti come un disagio tuo, ma non è così. Ti senti più al sicuro, certo, ma è come fare kickbox e pensare di saperti difendere: non è una soluzione.”

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Crediti

Testo di Geremia Trinchese
Artwork di Maria Laura Buoninfante

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