Viaggio indietro nel tempo alle radici della club culture italiana

Negli anni ‘80 in Italia c'erano più di 7.000 discoteche. Nel 2019 erano 2.500 circa. Cosa resta oggi di questi mistici luoghi?

di Maria Spaggiari
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05 febbraio 2021, 10:53am

Nella nostra realtà le immagini non hanno mai avuto tanta importanza come ora: dopo un anno di spostamenti ridotti al minimo, ciò che vediamo e che condividiamo con gli altri attraverso gli schermi dei nostri cellulari compone una percentuale sempre più ampia della nostra realtà e ne caratterizza la percezione. Quotidianamente partecipiamo in modo attivo, più o meno consapevole, al mantenimento e allo sviluppo di questo sistema, che noi stessi usiamo per esprimerci e comunicare con gli altri.

Questo discorso potrebbe sembrare l’inizio di una lunga critica, ma preferiamo lasciare spazio alla positività, ricordandoci dell’enorme potenziale di tutto questo, pensando ai legami umani reali che la condivisione di immagini può creare, e all’importanza che queste ricoprono nella costruzione dei nostri ricordi.

Negli ultimi mesi è successo a tutti di riguardare vecchie foto e pensare che, se abbiamo avuto la possibilità di stare bene in passato, non c’è motivo per cui questa possibilità ci sarà negata in futuro. Le fotografie degli altri ci hanno poi permesso di uscire dalle nostre teste accompagnandoci in altrove sempre diversi, permettendoci di continuare a scoprire e a stupirci.

Paradise Discoteque è un progetto fotografico che si avvicina all’archeologia, perché ci lascia guardare dall’interno i luoghi abbandonati che hanno caratterizzato la vita notturna del Nord Italia negli anni ‘80 e ‘90."

Esempio di come le immagini ci possano trasportare in luoghi e tempi distanti da noi sono i progetti di Antonio La Grotta, che hanno il potere di dimostrare come la fotografia sia uno strumento fondamentale per permettere la creazione di una memoria collettiva legata ai luoghi.

Con il progetto Paradise Discoteque—che lo ha posizionato al terzo posto nella sezione Architettura al Sony World Photography Awards nel 2015—La Grotta compie un’azione che si avvicina all’archeologia, permettendoci di guardare dall’interno i luoghi abbandonati che hanno caratterizzato la vita notturna del Nord Italia negli anni ‘80 e ‘90. Attraverso le sue fotografie conosciamo meglio luoghi che appaiono ora incredibili e che restituiscono un immaginario di clubbing molto diverso da quello che abbiamo oggi.

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Le discoteche degli anni ‘80 e ‘90 furono terreno di sperimentazione per una rivoluzione legata al modo di percepire gli spazi, che iniziarono ad essere pensati come elementi partecipi e caratterizzanti delle esperienze che si svolgono al loro interno. Ma la sperimentazione che questi luoghi hanno veicolato è stata anche sociale: una moltitudine di persone provenienti dai contesti più diversi avevano l’opportunità di incontrarsi in un contesto che li poneva alla pari.

La fine del Novecento è stato il periodo di massima espressione di questa cultura: negli anni ‘80 erano presenti più di 7.000 discoteche sul territorio italiano, numero che si riduce a 2.500 nel 2019. Si stima che, in seguito alla pandemia, un ulteriore riduzione del 30 per cento del numero di club—stima che appare destinata a crescere nella mancanza di adeguate operazioni di supporto da parte delle amministrazioni pubbliche.

“Queste fotografie sono apparentemente documentarie, ma allo stesso tempo sono un richiamo a qualcos’altro. Sono icone che ormai appartengono alla nostra cultura, a sensazioni collettive.”

Antonio definisce questi spazi come “enormi blocchi fuori dalle città, raccoglitori di tutto ciò che era la provincia di allora.” Avevano ingressi poco invitanti e nomi altisonanti, che richiamavano al fasto di civiltà passate senza preoccuparsi di cadere nel kitsch, come dimostrano le statue greco-romane del Caesar Palace e dell’Ultimo Impero.

“Erano luoghi funzionali alla fruizione della House e Disco Music e vi si andava principalmente per ballare. Credo che dagli anni ‘90 in poi si sia creato un modo diverso di vivere e percepire l’intrattenimento notturno.” Curiosi di saperne di più sul suo lavoro, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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**Com'è nato il tuo interesse verso la fotografia urbana? Che tipo di legame o rapporto dialettico vuoi creare tra la fotografia e i luoghi che immortali?
**La passione per la fotografia è nata quando avevo circa 20 anni ed è gradualmente diventata il mio lavoro. L’architettura, il paesaggio e la sua antropizzazione mi hanno sempre affascinato, ma soprattutto mi piace fondere questi aspetti con il loro lato immaginifico, particolarmente presente nelle discoteche. Visitando questi luoghi attraverso lo sguardo possiamo immaginare come potessero essere allora, ma senza poterlo sapere per certo. In tutti i miei lavori mi piace lavorare sulla finzione e sulla relatività di ciò che si crede vero o finto.

Cosa ti ha portato alla scelta di realizzare di Paradise Discoteque **nel 2015? E perché questo titolo?
**È stata la curiosità a portarmi verso la creazione di Paradise Discoteque. Tutti i giorni percorrevo una strada che passa vicino all’Ultimo Impero. Ero affascinato dalla sua architettura eclettica, dalle colonne romane, le statue e la fontana di altri tempi che sono al suo esterno. Ho iniziato ad esplorare e mi sono reso conto di voler fare un lavoro sulle discoteche di quell’epoca, che hanno caratterizzato la storia della musica in Italia. Ho scelto questo nome perché è il titolo di un disco dei Crime & The City Solution, che mi ha fatto compagnia durante i primi scatti.

Paradise Discoteque è un libro non rilegato. Come mai questa scelta?Le pagine del libro non sono rilegate, ma poste in una sequenza iniziale che chiunque può modificare mentre lo sfoglia. Volevo avvicinarmi all’idea di una partitura musicale da arrangiare secondo il proprio gusto.

**Quante discoteche hai immortalato nel libro e qual è stato il criterio di selezione?
**Per trovare le discoteche sono partito dai loro vecchi siti, arrangiandomi con il passaparola per riuscire a capire dove realmente fossero. Per ragioni pratiche ho visitato 15 luoghi solo del Nord Italia, ma mi piacerebbe estendere il progetto.

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**Potremmo definire il tuo lavoro come uno strumento di archeologia urbana e sociale. Sei d'accordo? Aggiungeresti altre definizioni?
**In qualche modo è sicuramente un lavoro di archeologia e di investigazione: il fotografo si muove nel territorio fisico o mentale e scopre, costruendo delle idee tramite una ricerca continua. Si tratta di fotografie apparentemente documentarie, prossime alla realtà—anche se forse non esiste una fotografia oggettiva—, ma allo stesso tempo sono un richiamo a qualcos’altro, icone che ormai appartengono alla nostra cultura o sensazioni “collettive”, quindi l’immagine richiama il proprio vissuto permettendo al fruitore di appropriarsene. Proprio come l’archeologia non si tratta di mistificare la realtà, ma di renderla il più chiaramente possibile, è un lavoro di immaginazione e interpretazione legato a tutti i documenti che si riescono a creare.

**Qual è l'aspetto primario di questi luoghi che vuoi trasmettere con le tue foto? La loro estetica, la loro funzionalità, il loro valore simbolico…
**In Paradise Discoteque ho cercato di documentare ciò che vedevo, perché questi luoghi già di per sé portano verso l’immaginifico. Non c’è stato bisogno di cercare particolari che spostassero dalla realtà, avvicinandomi proprio a un tipo di fotografia archeologica di cui parlavamo prima. È stato comunque molto divertente fotografare luoghi pieni di dettagli provenienti da epoche diverse.

**Che effetto ti ha fatto entrare in luoghi che avevi frequentato o di cui avevi sentito parlare quando eri più giovane, e riscoprirli ora, in una veste desolata completamente diversa?
**In realtà sono luoghi che non ho mai frequentato, li ho conosciuti per fama. Mi piaceva un altro tipo di musica e ho preferito i rave degli anni ‘90. Attraverso questo lavoro ho avuto modo per la prima volta di interessarmi e approfondire realmente questo mondo, cercando di capire al meglio cosa stessi fotografando, immergendomi nell’atmosfera di questi spazi e confrontandomi poi con chi li ha vissuti all’epoca. Avere la possibilità di tornare in luoghi che appartengono al passato permette di vederli per quello che sono, spesso nella loro semplicità.

**Il tuo lavoro chiama subito in causa il concetto di "nostalgia", secondo te quanto ha influenzato questo aspetto il successo del libro?
**Parte del successo del progetto è stato dovuto probabilmente al lato nostalgico di chi ha frequentato questi luoghi in passato, al fascino dell’abbandono e dell’esplorazione urbana. Quando il libro è uscito c’è stato chi mi ha scritto ringraziandomi perché vedendo queste foto aveva avuto modo di rivivere la propria adolescenza. C’è comunque chi lo ha apprezzato più semplicemente per le architetture che ritrae.

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**La tecnologia ha fatto sì che l'immagine sia sempre più inflazionata ma al contempo più importante nel modo in cui le persone percepiscono e comunicano la propria realtà. Cosa pensi riguardo a questa massiccia e costante sovraesposizione alle immagini?
**Ora che ci sono più immagini che parole penso che il problema sia la passività dell’utente ad esse, che fa in modo che la maggior parte di noi non comprenda le immagini che ci circondano, diventando quindi facilmente ingannabile da queste. Credo nell’importanza in un’educazione al linguaggio della fotografia nelle scuole. Senza la storia dell’arte non sapremmo capire più della metà delle fotografie di oggi, che spesso sono riprese di artisti precedenti.  Sapersi esprimere attraverso le immagini non significa essere fotografi, ma saperle leggere, cosa ancor più complessa, e saper capire quanto c’è di vero in loro.

**Ci consiglieresti delle letture per essere più consapevoli di tutto ciò?
**La furia delle immagini di Joan Fontcuberta, qualsiasi libro di Kessels, o, se si ha voglia di qualcosa più divertente, ti consiglio La storia dello sguardo di Mark Cousins.

Secondo te, qual è il ruolo del fotografo oggi, in una società in cui chiunque dispone di una macchina fotografica sempre a portata di mano?Credo che si possa dire fotografo chi racconta storie, se non lo fai stai semplicemente utilizzando uno dei mezzi a nostra disposizione per catturare la realtà.

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Crediti

Testo di Maria Spaggiari
Fotografie di Antonio La Grotta dalla serie Paradise Discoteque

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