Fotografia di Stefano Mattea

Dietro le quinte di un Club to Club versione "zero": intervista a Sergio Ricciardone

Il fondatore e direttore del progetto ci ha raccontato come ha preso forma questa edizione speciale del festival, in piena zona rossa, in broadcasting e senza persone.

di Antonella Di Biase
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15 dicembre 2020, 5:00am

Fotografia di Stefano Mattea

In questo 2020 pandemico, la musica live, gli affollamenti sotto palco, la confusione delle 5 di mattina sono ormai un ricordo opaco. Salire su un treno Milano-Torino per andare a sentire Aphex Twin al Club to Club in mezzo a migliaia di persone? No, impossibile, non può essere successo solamente due anni fa. Probabilmente è solo un sogno mitomane. Un evento accaduto in un’altra dimensione.

Eppure anche questo autunno, in piena zona rossa, il Club to Club ha trovato il modo di inaugurare il primo weekend di novembre con il suo pop d’avanguardia. Via broadcast, ovviamente. Lorenzo Senni che vandalizza un pianoforte, Bienoise che sonorizza un teatro vuoto, Ninos du Brasil che sognano gonfiabili che ballano, SPIME.IM che mettono alla prova i nostri sensi, Caterina Barbieri e Ruben Spini intrappolati in una dimensione onirica e Mana & Nicole Neidert che mettono in scena una coreografia per statue.

Per capire i retroscena di CØC, dell’edizione “zero” di quest’anno—e per soddisfare altre curiosità—, ho parlato con Sergio Ricciardone, da vent’anni la persona di riferimento di quello che Pitchfork definiva già quattro anni fa “uno dei festival di musica elettronica più forward-thinking in circolazione.”

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Fotografia di Claudiu Asmarandei

**Sei uno dei fondatori di C2C. Partiamo dalle origini: da dove nasce la tua passione per la musica?
**Guarda, sono cresciuto in una famiglia in cui nessuno ascoltava niente. Sono arrivato “vergine” a 14 anni al mio primo concerto, quello di Battiato a Torino. A quel punto mi si è aperto un mondo.

Dai 18 anni in poi, ho vissuto un po’ a Londra, un po’ in Italia, ero innamorato della New Wave e della prima musica elettronica UK. A Torino organizzavo serate a San Salvario: ne facevo una in cui mettevo un po’ tutti i generi e spesso scoppiavano delle risse tra il pubblico perché venivano persone molto diverse. Ma come DJ ero tecnicamente molto scarso, lo devo ammettere.

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Fotografia di Claudiu Asmarandei

**Però ho visto che hai una pagina su Discogs.
**Sì, ho avuto una breve carriera artistica, un progetto musicale che si chiamava Drama Society. Abbiamo suonato anche al Sonar, siamo stati tra i primi italiani presenti in lineup. Alla fine, però, sono tornato a organizzare eventi. Vedere le persone che si divertono e stanno bene, sia gli artisti che il pubblico, è la cosa che mi rende più felice.

**Invece l’edizione 2020 del Club To Club, che doveva essere quella del ventennale, non è andata come pensavi…
**Sì, il ventennale è una ricorrenza più che altro formale. Però abbiamo deciso comunque di “saltare l’anno”, cambiando quindi la numerazione: quella che doveva essere l’edizione 2020 l’abbiamo chiamata CØC e, in un certo senso, è un progetto a sé stante.

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Fotografia di Claudiu Asmarandei

**Una specie di edizione-limbo, come il 2020 è un limbo nelle nostre vite?
**Il fatto è che noi siamo conosciuti per le grandi produzioni e i felici assembramenti, quindi le restrizioni di quest’anno ci avrebbero impedito di festeggiare a dovere. Ma allo stesso tempo siamo un’associazione culturale, e abbiamo delle responsabilità anche, e soprattutto, durante una pandemia. Abbiamo cercato di prendere il lato positivo del limbo, e di interpretarlo. Del resto, con la crisi climatica alle porte, questo è solo uno dei problemi che ci si presenteranno.

**Mi racconti un po’ la storia del festival?
**Agli inizi, dal 2000 al 2009, il C2C era un festival con una portata esclusivamente locale. Il nome Club to Club deriva dal fatto che potevi girare con un unico biglietto tutti i club di Torino, dove noi organizzavamo i nostri eventi. Negli anni è cresciuto a livello nazionale e internazionale. Abbiamo iniziato con qualche evento a Milano. Poi, nel 2010, per una serie di circostanze fortunate, abbiamo fatto un festival gemello a Istanbul. Dal 2014, infine, il C2C è quello che tutti conoscono.

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Fotografia di Claudiu Asmarandei

**Quest’anno il claim è “The Festival as a Performance”. Vuol dire meno clubbing e più arte?
**In realtà questo è un processo in corso da qualche anno, il clubbing lo abbiamo abbandonato già da tempo. Certo, proponiamo show di musica elettronica, ma sempre in contesti sparsi, o aulici, non più nei club. Quest’anno abbiamo puntato sulla performance per due motivi. Il primo è che sapevamo che quasi certamente non avremmo avuto un pubblico, ma volevamo evitare lo streaming da cameretta—che io trovo un po’ antiestetico, con tutte queste librerie e questi divani. Secondo, abbiamo dovuto metterci talmente tanta energia che l’organizzazione del festival in sé è stata a suo modo una performance.

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Fotografia di Claudiu Asmarandei

**Ma ce l’avete fatta…
**Sì, con grande fatica, è stato complesso stare dietro a tutte le beghe legali. Per fortuna quest’anno abbiamo puntato sugli artisti italiani, sia perché era difficile fare venire persone dall’estero, sia perché li conosciamo da anni e sapevamo che ripensare il progetto insieme a loro sarebbe stato più semplice.

**Chi si occupa della selezione degli artisti, di solito?
**La facciamo in team: c’è un algoritmo nelle nostre teste che valuta gli artisti in base a parametri musicali, di comunicazione, di attitudine… Ci interessa dare al pubblico una ricchezza culturale che non esiste da altre parti.

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Fotografia di Stefano Mattea

**Quindi volete che le persone dicano: “Ah, finalmente ho visto Arca in Italia!”
**Sì, esatto. Arca è un esempio perfetto: siamo stati i primi a portarla in Italia, e poco dopo è esplosa come fenomeno. Cerchiamo sempre di prevedere il pop del futuro.

**Il rap e la trap non rientrano nel vostro algoritmo? Ormai la trap è il nuovo pop, ma non ho visto molti nomi al C2C…
**A livello internazionale, apprezzo molto Tyler, The Creator e Frank Ocean, mi piacerebbe portarli in Italia, ma siamo un festival indipendente e non abbiamo budget enormi. Mentre l’anno scorso abbiamo invitato Issam, un trapper marocchino appena scritturato da una major francese. Per quanto riguarda il panorama italiano, pochi artisti hanno catturato la nostra attenzione, la scena mi sembra bidimensionale. Ma c’è qualche eccezione, come Massimo Pericolo e 72-Hour Post Fight, che abbiamo portato al Viva Festival. Ecco, loro sono un raggio di luce nella scena dei giovani italiani. Se tu fossi la direttrice artistica del festival, che rapper italiano inseriresti?

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Fotografia di Stefano Mattea

**Non ne ho idea… Speranza? O forse Guè Pequeno, farebbe ridere.
**Non so chi siano.

**Questione location. Mi sembra che la vostra ricerca estetica riguardi anche i luoghi, oltre agli artisti. Penso alla performance di Ninos du Brazil alla fondazione Accorsi-Ometto e al contrasto tra l’ambientazione barocca e la loro musica.
**Abbiamo sempre usato altri spazi oltre al Lingotto. Siamo nati come un festival itinerante e continuiamo così: OGR, il mercato di Porta Palazzo, il Castello di Rivoli sono sempre stati parte di C2C. Quest’anno c’era anche la fondazione Accorsi-Ometto, uno spazio con una collezione incredibile e poco conosciuto anche dai torinesi.

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Fotografia di Stefano Mattea

**Le arti visive sono una parte importante nell’immaginario del festival, mi sembra di capire…
**Certo. Tutta la campagna di quest’anno è stata realizzata utilizzando immagini del Cignaroli, un pittore del ‘700 che disegnava paesaggi arcadici. Abbiamo virato il suo Paesaggi con scene di caccia, del 1770 circa, su tonalità blu-rosso acide e l’abbiamo fatto nostro. Viviamo in un’epoca che è oltre il contemporaneo, secondo me: un pittore settecentesco diventa allora perfetto per la comunicazione di un festival di musica d’avanguardia. L’equazione nuovo pop = arte contemporanea ormai è troppo scontata.

Alla fine, il lavoro di curatela è a sua volta un lavoro artistico. Esatto, lo penso anch’io.

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Crediti

Testo di Antonella Di Biase
Fotografie di Stefano Mattea e Claudiu Asmarandei

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