La vita prima di ora, in un cortometraggio

“La verità è che non vivremo così per sempre. Non sappiamo se le cose andranno meglio o peggio o se avremo una pausa. Ma una cosa è chiara: non torneremo presto alle nostre vecchie vite.”

di Laura Ghigliazza
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01 febbraio 2021, 2:08pm

In un periodo così assurdo come quello che stiamo vivendo da ormai un anno a questa parte, abbiamo avuto il tempo di riflettere su di noi, il nostro mondo e la nostra realtà, mettendo in discussione tutto, ma proprio tutto. Ed è quello che ha fatto anche Marco Mucig, regista italiano basato a Milano in Tucidide, col suo ultimo cortometraggio The Life Before: un racconto audiovisivo di 2 minuti e 51 secondi di quello che ha—e abbiamo—vissuto negli ultimi, lunghissimi mesi.

Ma, pensiamoci bene, vogliamo davvero tornare alla vita di prima? La rivogliamo esattamente com’era in tutto e per tutto? Questo periodo ha infatti portato molte persone a prendere scelte radicali, inaspettate e del tutto impensabili prima: c’è chi ha deciso che vivere in città non aveva più senso, chi ha cambiato lavoro e chi invece l’ha perso e si sta reinventando. E poi, cosa succederà quando, e se, tutto riprenderà a girare come prima della pandemia? Quante cose saranno cambiate irreversibilmente?

“Ora, ripensando alla mia vecchia routine, la percepisco come iper frenetica, a volte senza motivo. Prendere questa pausa me l'ha fatto capire per la prima volta. Può sembrare strano, ma ho davvero paura di tornare alla mia vita di prima. Sono confuso. Non so chi sarò o cosa vorrò. Tutto è così incerto. Passerà?,” ci confida Marco.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per sapere di più su di lui e sulle sue paure forse così uguali alle nostre.

Dove sei nato? E com’è che sei arrivato in Tucidide?
Sono nato in Friuli, sono arrivato a Milano una decina di anni fa e infine approdato in Tucidide a inizio 2019. Ci sono arrivato per caso un’estate, mentre stavo cercando casa e un amico fotografo mi ha proposto la zona, con l’idea di condividere un loft con altri creativi.

Giusto un anno per ambientarmi e sistemarmi nella nuova casa, ed è arrivato il lockdown. È stata una mazzata. Era il momento in cui speravo di rilassarmi, iniziare a conoscere chi viveva nel quartiere e aprire nuove connessioni. Ora le cose sono già cambiate, alcune persone si sono trasferite altrove e ne sono arrivate di nuove, perciò è tutto in continuo cambiamento, anche dal punto di vista architettonico. Per questo mi piace definirla un po’ la Sagrada Familia di Milano, è sempre un cantiere.

Com’è la vita in Tucidide?
Tucidide non è un posto in cui c’è una community vera e propria, basata su determinati valori che porta le persone a trasferirsi qui. Chi sceglie di farlo è perché abbraccia un modo di vivere in una dimensione alternativa, sia per l’architettura delle case in stile post industriale, sia per il fatto di trovarsi in un contesto molto fuori dal centro. Ci sono artisti, creativi, musicisti, ma anche famiglie con bambini, è molto eterogeneo.

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Com’è iniziato il tuo progetto The Life Before?
Dal soppalco di casa mia, fuori dalla finestra, vedo una terrazza dove ciclicamente, durante il lockdown, una serie di persone andavano a fare le cose più disparate. Chi guardava il tramonto, o chi si beveva una birretta.
Una ragazza in particolare, Caterina, che tempo dopo è diventata mia amica, veniva sempre a fare delle videochiamate infinite, e io mi chiedevo sempre chi fosse e con chi parlasse per tutte quelle ore.

Da lì ho cominciato a scattare qualche fotografia, finché non mi ho sentito l’esigenza di raccontare in prima persona le sensazioni che stavo vivendo in quel periodo. Quando ho conosciuto Giorgia, che è una delle protagoniste del cortometraggio, la mia idea ha iniziato a prendere forma, abbiamo chiesto ad altri ragazzi e ragazze di collaborare, e dai loro caratteri ho tratto ispirazione ai loro caratteri per scrivere il testo.

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In una realtà quotidiana di per sé già sospesa come Tucidide, com’è stato vivere il periodo di lockdown?
In un mondo che ci costringe all’isolamento e al distanziamento, con forti limitazioni della libertà personale, è stato un periodo speciale, in un posto che lo è altrettanto. Abbiamo vissuto tutto al quadrato, con più sostegno, più condivisone, nei limiti del possibile. Durante l’estate abbiamo comprato un proiettore e iniziato a fare cinema all’aperto. A volte eravamo in due, a volte quindici, ma è stato bello. Più che sentirci divisi dal periodo, ci siamo uniti, e mi piaceva questo concetto.

C’è qualcosa in particolare che ti ha influenzato visivamente durante il lockdown?
Mi piace molto scattare. In quel periodo ho raccolto molte immagini di Tucidide, andando a comporre un mosaico che poi ha dato forma al mio corto. Una sorta di diario visivo che mi ha aiutato a esprimere le sensazioni che ho vissuto.

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E il carrello in fiamme cosa rappresenta?
Il carrello infuocato rappresenta la totale repulsione che avevo verso i supermercati e il fare la spesa durante il lockdown: tutto mi sembrava avere lo stesso sapore, la stessa consistenza. Il carrello infuocato rappresenta la vita “normale”, dove tutto è impacchettato e precotto. Fuck it!

Cosa ti spaventa del ritornare alla vita “normale”?
La vita normale non mi piaceva nemmeno prima. Ma passare questo periodo di sospensione mi ha aiutato a focalizzarmi su ciò che desidero profondamente. 

E invece cosa non vedi l’ora di fare?
Bere il gin tonic al bar. Ho pensato di aprirne uno qui, da quanto mi manca andarci.

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Crediti

Testo di Laura Ghigliazza
Fotografie di Marco Mucig

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