Gin Salemó, il brand emergente che trasforma abiti da sposa in collezioni unisex

“Il vestito da sposa è un capo perfetto da riciclare. Di solito contiene molti strati diversi, e viene indossato una volta sola in tutta la vita.”

di Giorgia Imbrenda
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25 gennaio 2021, 9:43am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Gin Salemó, designer emergente che con il suo brand mira ad abolire gli stereotipi di genere producendo un abbigliamento eco sostenibile e Made in Italy.

La sua nuova collezione è costruita utilizzando abiti da sposa riciclati, che tra le mani di Gin si sovrappongono e formano infinite stratificazioni, a ricordare la storia pregressa dell’abito, le persone che lo hanno indossato e chi infine lo ha rilavorato per dargli nuova vita.

“Il vestito da sposa è un capo perfetto da riciclare,” ci spiega. “Di solito contiene molti strati diversi, e viene indossato una volta sola in tutta la vita.” Incuriositi dal suo immaginario, abbiamo deciso di intervistare la mente dietro questo nuovo brand per farci raccontare cosa si cela dietro le sue collezioni.

rebel label gin salemò moda
Fotografia di Giovanni Filippi

Ciao! Partiamo dall’inizio della tua storia: ti va di raccontarci il tuo background? Come sei arrivata a fondare il tuo brand?
Mi considero un’appassionata di arte visiva da quando ho memoria. La mia visione di moda è arte nella forma degli abiti. Ho scelto di dedicarmi anima e corpo al mondo della moda perché unisce personalità ed innovazione del prodotto. A livello più pratico, ho creato il mio brand nel 2018, partendo da un’idea di sostenibilità sociale ed ambientale. Nel 2019 sono stata scelta tra i 10 finalisti di Green Carpet Talent Competition, esperienza che mi ha aiutato ad affermarmi come designer indipendente.

Come definiresti il tuo brand in tre parole?
Timeless, conceptual, unisex.

rebel label gin salemò moda
Fotografia di Giovanni Filippi

Parlaci della tua ultima collezione, Penelope. Quali sono le reference da cui hai tratto ispirazione?
L’ispirazione arriva da una problematica sociale, più che da un soggetto: women labeling e stereotipi di genere. Nell’Odissea, Penelope passa i suoi giorni tessendo e le sue notti disfacendo il frutto del suo lavoro: aveva promesso che avrebbe scelto un nuovo marito una volta finita la tela, e con questo stratagemma è riuscita a rimandare il momento all’infinito, finché Ulisse non è tornato. In questa narrazione rivedo la questione sociale, l’artigianalità e il riciclo di materiali, potenzialmente riutilizzabili all’infinito.

Per il tuo ultimo progetto sei partita da due abiti da sposa, che hai trasformato in una collezione unisex. Ci vuoi spiegare meglio il concetto dietro a questo cortocircuito e il messaggio che vuoi trasmettere?
Penelope parla degli stereotipi di genere e delle questioni legate al femminismo. Riciclando un paio di abiti da sposa ho cercato di comunicare la necessità di un cambiamento di paradigma: dobbiamo smettere di percepire la donna unicamente come moglie e madre. Inoltre, il vestito da sposa è un capo perfetto da riciclare, perché viene indossato una volta sola in tutta la vita ed è il simbolo dell’atteggiamento poco attento all’ambiente che voglio combattere. Ho combinato quindi pezzi riciclati dagli abiti con nuovi materiali ecosostenibili, tra cui un tessuto di cotone organico realizzato a mano.

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Fotografia di Giovanni Filippi

Dietro ai tuoi lavori ci sono temi attuali e questioni sociali che vuoi sollevare? E come riesci a veicolarli attraverso le tue collezioni?
I temi sociali sono qualcosa a cui m’interesso da tempo: la mia prima collezione in assoluto, presentata per la mia tesi, si chiamava proprio Portraits of Stereotypes e rifletteva sul concetto di stereotipo nella nostra società. Nell’industria della moda spesso ci si concentra su determinate questioni, perdendone completamente di vista altre; ma nella mia visione voglio affrontare più aspetti, perché ogni discriminazione e atteggiamento stereotipato provoca un danno in qualcuno di noi.

Dicevamo prima che i capi di Penelope sono unisex. Che significato ha per te questo termine?
Penelope vuole essere un nuovo tipo di unisex. In tutti questi anni siamo stati abituati a vedere l’unisex come l’abbigliamento da uomo adattato al guardaroba della donna: boyfriend jeans, camicie maschili e così via. Per me, invece, l’unisex dovrebbe essere uno stile intercambiabile, ispirato tanto al menswear quanto al womenswear. Una donna in abiti da uomo non suscita nessuna perplessità, ma il contrario ci sembra ancora ridicolo. La domanda che dobbiamo porci è dunque: è ridicolo e vergognoso essere una donna nella nostra società?

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Fotografia di Giovanni Filippi

Il tuo brand mette al centro la sostenibilità. Perché è importante? E in che modo si può ridurre l'impatto ambientale di un brand?
Per me, il vero lusso è il tempo. Nelle collezioni uso tessuti fatti a mano dagli artigiani Italiani. Il mio obiettivo è presentare l'artigianalità come un’opera preziosa e senza tempo, non come una tradizione del passato. Nelle collezioni presento tanti capi trasformabili, dettagli che possono essere tolti, usati per diversi abiti, esprimendomi sia in modo estetico e concettuale che in modo sostenibile. Inoltre, non seguo il calendario canonico dell’industria, preferendo presentare una collezione principale, seguita poi da diversi capitoli durante l’anno. In questo modo, la produzione e la presentazione delle collezioni si fa più sostenibile.

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Fotografia di Giovanni Filippi
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Fotografia di Giovanni Filippi

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Crediti

Testo di Giorgia imbrenda
Fotografia di Giovanni Filippi

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