Come la moda ha immaginato la fine del mondo

Tra apocalissi, disastri naturali e futuri distopici pervasi da alieni, ecco alcuni esempi di come la moda ha messo in scena la nostra stessa fine.

di Alexandre Zamboni
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29 dicembre 2021, 5:00am

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Oggi parliamo della fine del mondo e di come la moda ha voluto inscenarla progettando immaginari distopici e catasfrofici ad alto tasso di glam. Attraverso collezioni, editoriali, serie fotografiche o fashion film, ecco un breve excursus su apocalisse, moda e tutto ciò che le collega.


21 dicembre 2012, la terra si prepara alla fine del mondo aspettando i risvolti clamorosi di un’antica profezia maya che gira sul web. Quasi una decade più tardi e una serie di film catastrofici americano-centrici dopo, il mondo sembra non farsi più coinvolgere da assonanze numerologiche (diventate presto meme) aspettando lo scadere del ventunesimo giorno del ventunesimo anno del ventunesimo secolo con pacifica rassegnazione. Sarà che dopo due anni di pandemia e una crisi climatica in corso, abbiamo familiarizzato con la possibilità che il mondo finisca—e molto presto?

L’apocalisse non ci sembra più così lontana e gli effetti dell’Antropocene diventano ogni giorno sempre più visibili. Inquietanti dati scientifici hanno sostituito i biblici cavalieri portatori di guerre, carestie e pestilenze, e il giudizio universale della tradizione giudaico-cristiana ha lasciato spazio a una narrativa meno legata al divino e più legata alla responsabilità di ogni singolo.

Nonostante ciò, anche nel contemporaneo il concetto di apocalisse può assumere il suo significato originario, ossia quello di rivelazione. Il termine deriva infatti dal greco ἀποκάλυψις, apokálypsis, e nell’ultimo libro del Nuovo Testamento coincide con il palesamento di una verità sconosciuta, un evento tutto fuorché negativo. Come suggerisce lo psicanalista Daniel Goldin, anche oggi la nostra esperienza dell’apocalisse ci può rivelare qualcosa di significativo, facendoci riflettere sulle nostre priorità e su ciò che consideriamo veramente importante.

L’ossessione della moda per la fine del mondo, spiegata

Il concetto di fine del mondo ci ossessiona da tempo immemore, forse perché dona una struttura all’altrimenti infinito spazio temporale in cui si colloca la breve vita del singolo. Un’eventuale apocalisse comporterebbe quindi uno stimolo al fare e all’agire, ricordandoci la nostra caducità e il poco tempo che ci rimane su questa terra. Si tratta di una visione ottimistica di un evento tradizionalmente interpretato da cinema, letteratura e cultura pop in chiave catastrofista. Raramente la fine del mondo è stata associata a scenari idilliaci e confortanti, anzi.

Già nel 1826 infatti, Mary Shelley ambienta il suo romanzo The Last Man in un tardo XXIesimo secolo devastato da una misteriosa malattia, e Giacomo Leopardi immagina una terra senza uomini nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, parte delle Operette morali del 1827. Da allora, moltissimз autricз, registз e artistз si sono cimentati con il genere distopico, fantasticando su mondi devastati da disastri climatici, olocausti nucleari, invasioni aliene e l’annichilimento dell’umanità—basti pensare a romanzi come 1984, La Guerra dei Mondi, blockbuster come Armageddon e The Day After Tomorrow, o film d'autore come Melancholia.

Neanche fotografз e designer di moda hanno saputo resistere alla escatologica tentazione di immaginare la fine del mondo, attingendo dalla ricca estetica del filone apocalittico e post-apocalittico, e inventandosene di nuove. Alcunз hanno definito nuovi ecosistemi distopici per il tempo di una collezione o di uno shooting, altrз ne hanno fatto il proprio tratto distintivo, rendendo ogni loro creazione terreno fertile per l'esplorazione di un futuro dall’aura tanto angosciante quanto magnetica. 

La fine del mondo nella moda: i disastri naturali

L’industria della moda è sempre più consapevole del proprio ruolo e impatto nella crisi climatica e tra set di sfilate inondati dall’acqua di ghiacciai sciolti e collezioni di denuncia, moltз designer hanno riflettuto sul complesso rapporto fra progresso, sostenibilità e impatto ambientale. Nessuno però l’ha fatto meglio di Lee McQueen, che ne ha saputo estrapolare il lato più oscuro e sublime esplicitando l’impotenza dell’uomo davanti alla forza di una natura matrigna e inarrestabile.

Sono gli anni della recessione economica e con Horn Of Plenty Lee parodizza la haute couture anni ‘50 e la decontestualizza in una discarica composta dai set bruciati delle precedenti sfilate, inscenando una critica nei confronti della società di consumo. Le modelle sono clown alla Leigh Bowery che indossano parure realizzate con lattine, sacchi della spazzatura e pluriball, anziché velluto e seta. Il risultato è una collezione che tesse un oscuro presagio di una moda—e un mondo—alla rovina, che non sapendo più dove andare, si crogiola nei fasti di quel passato che ne ha causato la distruzione.

Anche John Galliano utilizza il passato per commentare il presente durante gli anni da Dior, ma da Maison Margiela abbandona i virtuosismi storici per concentrarsi sul progettare un guardaroba ideale per un mondo al collasso. Le sovrapposizioni apparentemente randomiche di piumini e materiali di riciclo ricordano gli sfollati dell’editoriale Wild is The Wind firmato Steven Meisel. Sfuggiti a una catastrofe naturale, assomigliano ai modelli della F/W 2018 Margiela, figure pronte ad affrontare le condizioni estreme della fine del mondo—dal gelo polare ai tifoni estivi, fino alle invasioni di locuste. Del resto, perché scegliere tra una piaga e l’altra quando puoi aspirare a entrambe?

Nel 2006, il fotografo David LaChapelle sceglie di ambientare l’editoriale Disaster Series—il cui nome parla già da sé—in una cittadina di provincia americana completamente sfigurata dal passaggio di un tornado fuori scala. Le modelle sembrano impassibili davanti alla devastazione della tromba d’aria e assistono annichilite a uno spettacolo pietoso, in completa opposizione al makeup senza sbavature e alle acconciature a prova di bomba. Che LaChapelle volesse commentare le reazioni fredde e distaccate del pubblico nei confronti di disastri ambientali causate dalla crisi climatica?

Siamo invece nel 2010 quando una notizia scuote l’opinione pubblica e testimonia un disastro ecologico senza precedenti: una marea nera invade il golfo del Messico a seguito dell’esplosione della piattaforma DeepWater Horizon. È questo evento che ispira la cover story del numero di agosto di Vogue Italia firmata Franca Sozzani e Steven Meisel, editoriale che immortala la top model Kristen Mcmenamy nelle vesti di una creatura marina contaminata dalle sostanze tossiche rilasciate nell’oceano. La chioma biondo platino e l’incarnato diafano della modella sono oscurati dai fumi letali e dalla desolazione del panorama circostante, dominato dai toni scuri del grigio antracite.

Glamour post apocalittico

Chi l’ha detto che la fine del mondo deve essere deprimente? A cavallo tra gli anni ‘00 e gli anni ‘10 Christophe Decarnin inietta un’alta dose di adrenalina allo storico ma stanco brand parigino fondato da Pierre Balmain e spedisce in passerella un plotone di guerriere ad alto tasso di glamour—figure ibride, a metà tra Xena principessa guerriera e Cher. Anja Rubik e Daria Werbowy sembrano pronte ad affrontare un'apocalisse dal sapore disco, con bluse sdrucite e ricamate con paillettes, abbinate a scampoli di divise militari rubate all’esercito napoleonico—un trend che sembra controbilanciare l’avvento del nuovo minimalismo guidato da Phoebe Philo.

Appassionate del genere sci-fi, le sorelle Mulleavy del brand Rodarte, immaginano per la stessa stagione una nuova età della pietra futuristica ambientata in un soffocante deserto californiano. Le modelle sembrano appartenere a una tribù di sciamane della Death Valley e sono fasciate da brandelli di voile, maglieria e pelle rovinati, scoloriti e intrecciati tra di loro. Come condor, vagano attraverso la terra bruciata dal sole cocente e assassino—senza ali, ma cavalcando un vertiginoso tacco 12.

Soltanto pochi anni dopo anche l’indiscussa regina del glamour, la mitologica Donatella Versace, cede al fascino del genere e collabora con il duo di fotografi Mert & Marcus per la campagna pubblicitaria della primavera estate 2013. Kate Moss e Joan Smalls posano come dee, circondate da bellimbusti in un paesaggio lunare dall’aria desolata. Indossano micro abiti di sera stropicciata dal vento e frange dorate con l’aria fiera e indomabile delle eroine dei fantasy anni ‘80, pronte a virare il destino fatale dell’umanità. Vi ricordate Brigitte Nielsen in Yado? Il mood è quello.

Il glamour, come racconta la scrittrice Elizabeth Wilson, è un incantesimo che offusca la vista e fa apparire gli oggetti diversi dalla loro vera natura, coprendoli con un patina di stile. Sembra che il Kaiser Karl avesse in mente queste parole quando ha progettato per la F/W 2011 un viaggio agli inferi targato Chanel. Un portale fumante si schiude e rivela la leggendaria Stella Tennant, capofila di una schiera di guerriere avvolte in capi dalle texture materiche, quasi carbonizzate e dalla palette polverosa. L’apocalisse non appare troppo minacciosa in Rue Cambon.

Non si può dire lo stesso di un’altra regina della moda, Rihanna, protagonista del September Issue 2016 di W Magazine, curato eccezionalmente da Terry Jones. La popstar, oggi guru del mondo beauty ed eroe nazionale delle Barbados, si trasforma in un’imperatrice sanguinaria di una landa post-industriale attraverso la visione del fotografo Steven Klein. Le pagine glossy dell’editoriale sprigionano un’allure vulcanica e Riri, quasi irriconoscibile grazie allo styling di Edward Enninful, ci strega con il suo carisma—letteralmente—esplosivo.

La moda e i futuri distopici

La fine del mondo è stata spesso immaginata anche come un universo distopico dominato da robot e computer. Più di un designer si è lasciato sedurre dal fascino di scenari alla Matrix, come la designer francese Marine Serre che, nel settembre 2019, presenta il suo fashion film Radiation—diretto e animato dai designer 3D Rick Farin e Claire Cochran. Il cortometraggio si apre con un avatar vestito da testa a piedi dell’iconico futurewear del brand, mentre in sottofondo si sente una trasmissione radio riportante bollettini di criticità. In un pianeta devastato, la protagonista del video si addentra in una Parigi virtuale, dove realtà e rappresentazione si confondono, e natura e cultura collassano su se stesse.

Un’altra capitale europea che fa da sfondo a una narrazione post-apocalittica è Londra, nel clip di McQueen by Sarah Burton, diretto da Jonathan Glazer. Nelle eleganti immagini del regista, modelli e modelle McQueen fanno parte di una gang che vaga attraverso le rive di un Tamigi fangoso e desolato. L’atmosfera è nebbiosa, quasi spettrale e ricorda il silenzio assoluto dei primi mesi della pandemia, quando anche strade trafficate come Oxford Circus e Covent Garden si ritrovarono improvvisamente abbandonate.

Moda Avant Apocalypse e TikTok

In un certo senso il 2020 e il 2021 ci hanno dato un assaggio di cosa potrebbe voler dire affrontare una vera e propria apocalisse e non a caso una delle estetiche più popolari degli ultimi tempi è stata proprio l’Avant Apocalypse, trend ispirato dal lavoro di mostri sacri della moda come Margiela e Rick Owens e derivato dal popolarissimo Subversive Basics.

Il trend non è stato unicamente appropriato e inserito in collezioni di brand di nicchia come Ottolinger, Oriens e Charlotte Knowles, ma prolifera anche su TikTok, dove ingegnosi utenti si arrovellano per inventare nuove forme di layering sperimentale per abbracciare la fine della Storia con stile. Del resto, se c’è una generazione che ha imparato a convivere nel caos e nell’incertezza, è proprio la Gen Z. Forse risiede proprio in questo concetto la nuova percezione della fine del mondo per come lo conosciamo, ossia un fenomeno inevitabile con cui dovremo convivere nel bene e nel male, imparando ad apprezzarne la bellezza e la poesia.

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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