La moda sopravviverà alla pandemia?

Alcune tra le figure più visionarie del sistema moda immaginano il futuro di questo settore.

di Alessio de Navasques
|
10 aprile 2020, 4:00am

Difficile pensare all'universo della moda in un momento in cui gli abiti sembrano essere superflui, i nostri armadi sono come cimiteri pieni di oggetti che in qualche modo risultano inutili, appartenenti ad un mondo che appare passato. Ritmi frenetici, sfilate, presentazioni, viaggi infiniti, paiono non avere più senso. Un sistema che risentiva di una crisi di valori già da diversi anni, si trova ora in un momento di ridefinizione fondamentale dei suoi stessi paradigmi data la diffusione del coronavirus su scala mondiale.

Oltre ai grandi gruppi del lusso che evolveranno e troveranno nuove forme di esistenza, rimane centrale la questione della sopravvivenza della creatività più vibrante, quella dei freelance, le medie e piccole imprese, i talenti emergenti, la nuova linfa che dà vita al meccanismo.

Com'è percepito questo cambiamento in un sistema complesso come la moda, che non è solo una riflessione intorno ad abiti e accessori, ma un'espressione del contemporaneo carica di contaminazioni, influenze e ramificazioni in tutti gli ambiti della creatività? In questi giorni sospesi di quarantena forzata, abbiamo raggiunto e connesso creativi e figure visionarie, ma anche esperti di marketing e mondo retail per capire come sarà il futuro di questo settore.

“La moda del futuro sarà la moda del presente, senza calendari, stagioni, generi. Sarà
come dovrebbe essere, meno di consumo e inevitabilmente più intelligente, da una
prospettiva di design etico che è quella da cui provengo. Almeno la mia moda, se lo riterrò
ancora necessario,” afferma Stefano Pilati, iconico direttore creativo al vertice del suo
nuovo progetto Random Indenties, raggiunto attraverso il suo profilo Instagram. Questi giorni di isolamento confermano infatti l'importanza dei mezzi di comunicazione, che permettono una continuità della vita professionale, ma di cui si colgono anche i limiti, dalla qualità da perfezionare alla difficoltà di riuscire a garantire un pieno sviluppo del processo lavorativo.

La virtualizzazione di presentazioni e contenuti da fruire sempre meno nella realtà, e sempre più sui nostri telefoni, diminuendo consumi e sprechi potrebbe essere una direzione, come mi conferma Mumi Haiati direttore dell'agenzia di PR berlinese Reference Studios GmbH, che rappresenta alcune tra le realtà nuove e avantgarde del panorama di ricerca di moda: “La società si riflette nella moda e viceversa, come è sempre stato. La pandemia ci suggerisce un reset: ora capiamo la portata dei cambiamenti climatici e l’effetto che la nostra mancanza di cura ha avuto sulla natura. Ciò potrebbe significare un approccio più consapevole ed etico alla produzione, in termini di quantità e condizioni del lavoro e un nuovo livello di trasparenza. La nostra identità virtuale potrà finalmente allinearsi con la vita reale perché accetteremo il mondo digitale come una parte importante della nostra vita. Lo status potrebbe diventare meno importante e al suo posto potremmo vedere uno spostamento su valori esistenziali: artigianalità, qualità, longevità. Penso sia importante per i marchi del lusso capiscano questo cambiamento per adeguarsi alla nuova domanda.”

Nuovi valori etici come qualità e artigianalità, attenzione alla sostenibilità, consapevolezza
nella catena produttiva, potrebbero rappresentare un cambio importante di tendenza, come
mi racconta Luca Benini, fondatore dell'eclettico gruppo di moda e cultura contemporanea Slam Jam, a cui abbiamo chiesto come immagina il futuro a venire: “Diverso di sicuro e forse in un modo migliore. Penso che questo sia un tempo importante per stabilire nuove priorità e una buona opportunità per ripensare come operiamo in una maniera più ragionata. Essere focalizzati sui valori più che sul profitto, per un cambio nel paradigma.” Un approccio consapevole, per ridefinire di conseguenza anche tempi e stagionalità delle collezioni.

“Se non cambieremo in modo collettivo, questa pandemia non avrà avuto un senso. Dobbiamo usare questo momento per riallineare le priorità. Credo che il più grande effetto visibile sarà nel cambiamento della velocità. Abbiamo necessità di capire, come creativi e come consumatori, che il tempo è l’unico lusso. Una schedule faticosa è antitetica all’essere un designer” dice Andreas Aresti, stylist e direttore creativo che ha appena lanciato Lourdes, il suo label con base a New York.

Torna centrale il valore del tempo, come dimensione della riflessione e creazione, per un sistema che arrivava a produrre fino a dieci collezioni l'anno, in turnover continuo di direttori creativi ai vertici delle grandi maison. Così questa crisi genera una speranza, una luce di coscienza etica e cambiamento, mettendo in discussione strutture e gabbie in cui la creatività era sempre più imbrigliata per soddisfare i bisogni di un sistema globalizzato ad un ritmo insostenibile.

Si intravedono nuove prospettive e aperture per un mondo che si andrà in qualche modo a ricostruire, come afferma Alfredo Canducci, fondatore di System Preferences, nuova piattaforma di consulenza strategica dal mondo retail fino alla comunicazione con sede a Londra: "Il futuro apre le porte a tutti coloro che hanno la possibilità di muoversi in fretta e di trasformarsi senza seguire principi di causa ed effetto che hanno fino ad oggi condizionato il mondo del fashion. Il contesto che stiamo vivendo è diverso da quello precedente, ci troviamo di fronte a scenari di possibilità.”

La dimensione di solitudine della quarantena, l'astinenza da ogni forma di contatto fisico, suggerisce anche una riflessione che rimette le forme del corpo umano al centro della ricerca stilistica. Una sorta di umanesimo creativo in cui la percezione tattile e sensoriale, diventa parte dell'esperienza del lusso di un universo digitalizzato. Luca Magliano, designer dell'omonimo brand Magliano, ci ha raccontato a questo proposito: “Stare a casa è una esperienza dura: questo rapporto stretto con me aumenta le mie esigenze sensoriali. Se succede a tutti, quello dei sensi sarà un tema dopo di questo, sia dal punto di vista del design che da quello della comunicazione che hanno sempre privilegiato l’occhio. Ho bisogno di toccare, e ho voglia di ascoltare: il che potrebbe portare ad un grande revival dell’erotico e dell’eroico (che, tra l’altro, con tutto questo parlare di morte...) e forse anche alla sperimentazione su piattaforme come podcast: la radio è il più sexy dei media di comunicazione perché ti lascia il corpo libero.”

Nuova importanza ai sensi, all'udito e alla musica, che è una parte fondamentale della messa in scena di moda: per questo abbiamo chiesto a Michel Gaubert come la pensasse. Sound designer e creatore delle tracce degli show più conosciuti di sempre, ci ha detto: “la pandemia si è abbattuta come una maledizione all’inizio del ciclo della moda invernale: l’avvertivamo come una nuvola scura e speravamo tutti che non scoppiasse, come poi è davvero accaduto... La storia ripete sé stessa e la moda la segue, per me le svolte più forti nella moda sono sempre accadute in reazione a qualcos’altro, hippie, punk, grunge tutto è uscito fuori da incertezze politiche e sociali e Christian Dior è diventato famoso dopo la guerra, nel 1947, con il New Look e le persone erano scioccate da quanto tessuto usasse, ma così ha iniziato qualcosa. Qualsiasi cosa accada, stiamo assistendo a una parte importante della nostra storia sotto tutti gli aspetti: sarà una sfida e non c’è emozione più forte che superare una sfida.”

Complesso immaginare quale sarà il “New Look” dopo la pandemia: Monsieur Dior aveva creato un'immagine glamour e maliziosamente contemporanea per rispondere all'austerità imposta dalla Seconda Guerra mondiale, una delle rappresentazioni più forti della rinascita, ma come si potrebbe ipotizzare l’evoluzione dello stile contemporaneo quando si tornerà alla vita di tutti i giorni? Continuerà il métissage che somma un revival di tutti gli stili o ci sarà un'inversione di tendenza verso qualcosa di puro e minimale? E se come disse George Bernard Shaw: “La moda, dopo tutto, è soltanto un'epidemia creata ad arte," ci auguriamo, intanto, che in futuro scelga di essere più etica, sostenibile e responsabile.

Moda cultura pandemia think piece Francesco Mottola
Immagine tratta dall'articolo "I migliori studenti iuav e le loro collezioni fotografati in una Venezia meno prevedibile"
Moda cultura pandemia think piece
Immagine tratta dall'articolo "Gli studenti NABA scendono in passerella: scatti dal backstage S/S20"
Fredrik Tjaerandsen Moda cultura pandemia think piece
Immagine tratta dall'articolo "Chi è lo studente della CSM dietro (dentro?) l'abito che è ovunque su Instagram"
Moda cultura pandemia think piece Margiela
Immagine tratta dall'articolo "Dieci cose che abbiamo imparato dal braccio destro di Margiela."

Segui i-D su Instagram e Facebook

Leggi anche:

Crediti:

Testo di Alessio de Navasques

Tagged:
Cultura
opinioni
vox pop
Coronavirus
think piece
industria della moda
interviste di moda
COVID-19
quarantena