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dalla vergogna all'orgoglio: storia di una modella plus-size

Ti guardi allo specchio e pensi che non sarai mai come le altre. Finché non decidi che sono tutte cazzate.

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ago 6 2018, 3:04pm

Fotografia di Anabel Navarro Llorens

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Sin dall'infanzia, Ali Tate si è sempre sentita diversa. Il suo corpo occupa più spazio della media, e questo l'ha spinta a vedersi grassa, brutta, isolata e depressa. Anche quando il suo aspetto le ha fatto ottenere un contratto da modella, Ali non ha smesso di percepire negativamente il corpo in cui vive: odiava essere definita una modella plus-size, perché le sembrava una conferma del suo essere diversa.

Oggi, Ali Tate ha un approccio radicalmente opposto. Da quei giorni di vergogna sono passati sei anni. Adesso il curriculum di Ali vanta campagne pubblicitarie di Mango e Reformation, ma la cosa più importante è che, finalmente, può dire di sentirsi bene nel suo corpo.

Qui, Ali Tate ci racconta com'è avvenuto questo cambiamento.

Sono cresciuta a Saratoga, un piccolo paese nel nord della California, immerso nel mondo tech della Silicon Valley. I miei genitori hanno sempre avuto un ristorante e so di aver vissuto un'infanzia da privilegiata. Ho sempre giocato a calcio, e all'università sono arrivata anche a livelli piuttosto alti. Per molti punti di vista, sono stata straordinariamente fortunata.

Ma per altri sono stata sfortunata. Come succede a molte ragazze, crescendo non mi sono mai sentita sicura del mio corpo. La prima volta avevo otto anni. Non ricordo il momento esatto, ma so di essermi guardata allo specchio e di aver pensato che non mi piaceva per niente quello che ci vedevo riflesso. Ero una di quelle persone che la società identificava come grasse.

Giocavo a calcio, quindi ero un po' un tomboy, sicuramente meno femminile di tante altre mie compagne di scuola. Questo comunque non mi ha mai impedito di volermi sentire parte del gruppo. Gruppo che, però, era composto da ragazze magrissime. E io non sono mai stata magra. Le mi ossa mi sono sempre sembrate più grosse di quelle di chiunque altro. Ero impacciata, molto più alta della media. Per scomparire, o essere notata un filino meno, mi ingobbivo, cercavo di restringere lo spazio occupato dal mio corpo. I ragazzi mi prendevano in giro, a volte di nascosto, altre volte dicendomelo direttamente in faccia.

Ricordo quando la mia migliore amica Taylor dormiva da me e ci provavamo i trucchi di mia madre. Cercavo di imitare quelle modelle magrissime e bellissime che vedevo sulle copertine dei giornali, ma poi vedevo la mia pancia rotondetta e capivo che era come se io venissi da un pianeta diverso dal loro. Le ragazze grasse non se le fila nessuno, pensavo. Anche Taylor la pensava così; mi diceva spesso che la prima cosa che faceva una volta uscita di casa era trattenere il respiro il più a lungo possibile. Avevamo dieci anni e facevamo sport tre o quattro volte alla settimana. Non eravamo ragazzine sedentarie.

L'insicurezza causata dal mio corpo si è ingigantita così tanto nel corso degli anni da diventare il mio principale problema. Sono stata un'atleta professionista, il che significa che il mio corpo è stato praticamente perfetto, ma anche il quel periodo mi sentivo uno schifo. A volte, finiti gli allenamenti andavo a correre per bruciare qualche caloria in più. Ho provato a vomitare, ma ho dovuto smettere perché prima o poi amici e famigliari se ne sarebbero accorti. Ricordo la gente mi diceva che ero davvero carina, e io non ci credevo mai. Pensavo volessero solo essere gentili con me, perché dai, non riuscivo a credere che una ragazza della mia taglia potesse davvero essere bella.

Poi è successa una cosa fantastica davvero, e così è iniziata una nuova fase nella mia vita. Mentre ero a Londra a studiare per un anno, mi sono iscritta a un concorso per modelle curvy. Avevo un disperato bisogno di conferme esterne. Non ho vinto, ma la visibilità ottenuta mi ha portato a firmare un contratto con un'agenzia di modelle. Ero felice, perché quel contratto significava che anch'io ero bella. Eppure mi sentivo in conflitto con me stessa, perché non ero una modella normale, ma una modella plus size. E me ne vergognavo. Mi sembrava che quel termine non facesse che sottolineare quanto diverso fosse il mio corpo dallo standard. Non mi sentivo una vera modella. I primi shooting sono stati un inferno; neanche volevo guardare le foto.

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Con il passare del tempo, però, ho iniziato a vedere sempre più modelle simili a me sulle copertine delle riviste e nelle campagne pubblicitarie. È così che ho cominciato a cambiare idea. Improvvisamente ho fatto un balzo in avanti rispetto a quegli anni di tristezza passati desiderando un corpo magro e spigoloso. Scoprire che nella moda esistevano donne bellissime e grasse mi ha fatto capire che anche io potevo sentirmi bella. Così ho smesso di stare ingobbita, pensando al mio corpo come a qualcosa di cui andare orgogliosa. Ho smesso di provare a occupare il minor spazio possibile. Ho iniziato a piacermi. Dicono che se fingi abbastanza a lungo, poi diventa vero. Ecco, per quanto riguarda me e la relazione che no con il mio corpo, è andata esattamente così.

Sono una modella plus-size da oltre sei anni, e ripensare ai tempi in cui consideravo il mio corpo un fardello da trascinarmi dietro mi fa sentire ancora dentro quell'incubo. Mi sembra assurdo essere riuscita a odiarmi per così tanto tempo, con così tanta forza. Mi dispiace per la Ali adolescente. A volte vorrei poter tornare indietro nel tempo e dirle quello che so ora: avere un corpo più piccolo non ti renderà più felice. Solo chi ti ama per quella che sei continuerà a farlo, poco importa il tuo fisico. È doloroso per me ripensare al tempo e alle energie che ho sprecato sperando di essere diversa da quella che sono.

L'industria curvy si sta evolvendo. Adesso le cose sono molto diverse da quando io ho iniziato. Le modelle come Ashley Graham hanno aperto le porte alle donne plus-size. Anche noi abbiamo le nostre figure "indie", come Paloma Elsesser e Barbie Nox, quelle più sensuali come Tabria Majors, quelle esotiche come Sabina Karlsson. Oggi c'è più spazio che mai per tutte noi, per tutti i tipi di figure femminili: grasse, magre, alte, basse, bianche, nere, di qualunque razza.

Sempre più donne lottano per sentirsi rappresentate nell'industria della moda, e la diversità sta diventando la norma. Le adolescenti di oggi possono aprire un magazine e trovare qualcuno di non poi così diverso da loro. E i benefici non stanno solo nella rappresentazione, ma soprattutto nella salute mentale: oggi le ragazze possono evitare di finire in quella spirale di odio per il proprio corpo e depressione che io ho dovuto affrontare. Spero che sempre meno adolescenti debbano vivere quella roba dolorosissima del credere di non valere nulla, del non sentirsi degne di essere amate e ammirate. Spero che investiranno le loro energie non per entrare a forza nei rigidissimi canoni di bellezza tradizionali, ma per realizzare i loro sogni. Per ridurre al minimo e poi eliminare il gender pay gap. Per aumentare il numero di donne ai vertici delle multinazionali. Per cambiare il mondo.

Crediti


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Fotografia di Anabel Navarro Llorens
Ali Tate lavora con l'agenzia Milk Management

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

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