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cos'è vipra, perché le sue performance sono incredibili e altre visioni

Prima di volare a New York per suonare al MoMa, VIPRA ha preso vita anche a due passi da Milano. E noi abbiamo colto l'occasione per intervistare i suoi fondatori.

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ago 31 2018, 7:59am
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Incontro VIPRA prima del live, in un torrido pomeriggio d'estate. Il sound-check è appena iniziato, così io e il fotografo ci sediamo ai margini del Labirinto di Villa Arconati dove tra poche ore la performance prenderà vita. Mentre aspettiamo, osserviamo addetti ai lavori e artisti muoversi tra le foglie, mentre attorno a noi il silenzio si fa sempre più denso, interrotto solo da qualche parola smozzicata per controllare microfoni e affini. Tutto va al rallentatore, vuoi per il caldo asfissiante, vuoi perché nell'aria c'è quella tensione che precede ogni live.

Una volta finito di armeggiare con cavi e amplificatori ci raggiungono, sorridenti e sudati. Sono Federico Proietti e Valerio Mannucci. Insieme hanno creato VIPRA, un sibillino progetto—o meglio, una visione—di cui ci avevano già parlato qualche tempo fa, quando Dario Buzzacchi li aveva intervistati in occasione dell'uscita del loro primo EP, Musica Jao (Presto?! Records). Sibillino progetto, appunto, ma dotato di alcuni punti fermi: Torpignattara, l'evoluzione costante e la crittografia, per quanto assurdo possa sembrare.

Tra poche ore VIPRA chiuderà l'edizione 2018 di Terraforma, e intanto si prepara a volare oltreoceano: a settembre, infatti, l'indefinibile progetto arriverà al MoMa PS1 di New York. Nel frattempo ci sarà occasione di fare una capatina anche al Maxxi di Roma, come mi anticipano. Mentre il sole finalmente sta per tramontare, ci sediamo al centro esatto del Labirinto e iniziamo a chiacchierare. Quando ci salutiamo ho le idee ancora più confuse di quando sono arrivata, ma forse l'obiettivo di VIPRA è proprio questo: disturbare ordine e rigore, essere la variabile inaspettata che irrompe sulla scena e la stravolge.

Progetto, visione, gruppo musicale. Di definizioni su VIPRA ne sono state date molte, ma sono curiosa di sapere come voi stessi scegliete di raccontarvi. Quindi: cos'è VIPRA?
Neanche noi sappiamo cos'è VIPRA davvero, ma siamo certi che non sia solo un progetto musicale, quanto invece una cosa più trasversale e aperta. Forse è un virus, sicuramente non una band.

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Una delle immagini migliori per rappresentare VIPRA è quella di intenderla come una Marvel di quartiere, come un mondo mutevole, popolato da personaggi e storie di mondi paralleli, che accoglie di volta in volta artisti diversi. Inizialmente, l'entità VIPRA si concretizzava in una persona nuova in ogni live, a seconda del luogo in cui suonavamo e della tipologia di performance che si realizzava. Anche oggi, in parte, è così: è sempre presente un intruso, o meglio, un nuovo artista che suona con noi. Però non diciamo mai chi è, perché in quel momento è VIPRA, e basta.

Tutto quello che riguarda VIPRA è parzialmente elusivo, perché definirsi, comunque, ha i suoi rischi: nel momento in cui ti definisci ti stai anche limitando, dai una forma chiusa al tuo essere. Noi, invece, vogliamo che VIPRA rimanga un'idea che usa la musica per esprimersi, ma che potrebbe servirsi anche di medium diversi, come il cinema.

E che forma prenderà il virus VIPRA questa sera?
Tutto ruoterà intorno alla presenza del taiko, che si trova al centro esatto del Labirinto, diventando quasi una bussola che dà le coordinate di ciò che accade. La prima volta che abbiamo usato questo strumento è stato durante il live all'HAU Theater di Berlino, quando lo abbiamo messo nel tech rider senza averlo mai suonato prima. Lasciare che il live si sviluppi sul campo è un'altra delle nostre prerogative, perché questa è la musica Jao. Se dovessimo riassumere il nostro concept, forse potremmo usare lo slogan take action, invece che impara la grammatica della musica e poi mettiti a suonare. Per noi la musica non è il fine, anche perché non siamo musicisti, né lo è VIPRA.

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Noi usiamo la musica come arma liquida, perché il suono si propaga ed espande in modo fluido. Ecco da dove nasce la scelta di usare il taiko non tanto in quanto strumento, quanto più come presenza che ci accompagna. Lo picchiamo, lo suoniamo, lo facciamo diventare il fulcro della performance. Di solito non prepariamo i live, abbiamo una base, certo, ma usiamo il sound-check per mettere a punto le nuove incursioni, gli intrusi, gli elementi inaspettati.

Siamo all'interno del Labirinto. È stata una scelta vostra quella di esibirvi in una location così particolare?
La proposta iniziale di Ruggero [Pietromarchi, creatore e direttore artistico di Terraforma, NdA] era quella di lasciare a VIPRA un gran finale del festival, così abbiamo pensato a qualcosa di più epico, a un'esibizione subito dopo il tramonto, all'interno del Labirinto. Tendiamo a evitare i palchi veri e propri, preferendo location diverse.

Prima abbiamo accennato al fine di VIPRA. È conosciuto o sconosciuto, in divenire?
Per citare Bruce Lee, l’obiettivo non è il fine, ma il viaggio. Il senso è quindi quello di fare le cose e vivere il momento in cui le fai. Noi non facciamo un disco perché vogliamo farlo uscire, ma perché ci interessa l'atto stesso del farlo. È un'occasione per imparare, per stare insieme ad altre persone, per quanto banale possa sembrare, e per comunicare qualcosa. Per noi il concerto è un passaggio, l’importante è suonare. A questo si lega il concetto di spazio, inteso come occasione e luogo fisico in cui far esibire altre persone, espandere i confini di VIPRA e mantenerne sempre viva l'inclusività, perché è un progetto nato per la (e nella) comunità.

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E poi c'è tutta l'idea della crittografia, a cui teniamo particolarmente. VIPRA è criptato, perché c'è un nome, c'è un'entità, ma per capire cos'è davvero non puoi che entrarci dentro, immergerti in questa realtà. Entri in un labirinto in cui ci si diverte, ci si conosce, si fanno esperienze. E, forse, a un certo punto, ne esci pure.

È impossibile non associare VIPRA all'idea di presenturo. Ma cosa c'è nel presenturo di VIPRA?
Nel suo essere, VIPRA cerca di dare la possibilità agli altri di entrare nel presenturo, come se fosse una piccola capsula immateriale. Il presenturo è un'idea che va contro il tempo, è uno stato mentale che combatte il peggior nemico di VIPRA, cioè il concetto di tempo lineare; la finalità di questa concezione temporale, del resto, è quella di esercitare il controllo su se stessi e sugli altri. E noi vogliamo combatterla.

Ecco perché il taiko: è uno strumento che si muove continuamente e che ti impedisce di "andare a tempo," spingendoti invece a cercare un tuo tempo circadiano, non il tempo dell'orologio di Greenwich. Ognuno dovrebbe vivere seguendo un proprio ciclo, evitando di concentrarsi su consegne, scadenze e altri limiti temporali esterni. L'unico momento su cui ha senso investire è il presente, che diventa per noi presenturo, perché indica la compresenza di un prima, di un dopo e di un durante, allontanandosi radicalmente dalla proiezione strumentale del futuro a cui siamo abituati. Quindi sì, il presenturo mette in difficoltà e no, non sappiamo davvero cosa sia.

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Il messaggio che volete trasmettere è radicato nel qui e nell'ora?
Più che messaggi, cerchiamo di spargere semi, che poi ognuno può far crescere a modo suo, prendendosene cura, coltivandoli e trasformandoli nelle piante che preferisce. Lasciamo che sia il libero arbitrio del singolo a valutare e decidere, che è poi l’idea alla base della crittografia: se ti affascina, inizi a seguirla, ad addentrartici, e solo conoscendola riesci ad arrivare al nocciolo della questione.

Quindi per ascoltare VIPRA serve abilità nella lettura e consapevolezza di aver davanti qualcosa da fruire su più livelli?
Esatto. Un ascoltatore superficiale può anche limitarsi a intendere VIPRA come un contenitore di musica dance normalissima, mentre chi si concentra sulla presenza del taiko capisce che ci sono più layer a cui fare attenzione. È un mondo cinematico quindi, popolato da personaggi e storie sempre nuove.

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Crediti


Intervista di Amanda Margiaria
Fotografia di Maurizio Annese

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