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le c'est qui sono la musica coreana che verrà

Noi di i-D le abbiamo incontrate in Sicilia, al mercato di Ortigia, prima della loro performance al festival.

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ago 10 2018, 1:05pm

Fotografia di Glauco Canalis

Questo articolo è realizzato in collaborazione con Ortigia Sound System.

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Quando sento per la prima volta un set delle C’est Qui dal vivo, è mezzogiorno e sono al mercato della frutta e del pesce di una città della Sicilia. La musica viene dal furgone di Automat Radio e la descrizione migliore del momento è offerta da un utente su Facebook: “Banging it out for the sandwich eaters!”. Closet Yi e Naone sono a Ortigia presentate da Seoul Community Radio e in rappresentanza della nascente scena clubbing della città, di cui il loro è secondo me il nome più interessante.

Dopo essere rimasta impressionata non solo da una selezione eclettica che viene da uno studio vero e proprio (Closet Yi è ‘bibliotecaria’ della Hyundai Card Music Library di Seul, un archivio di vinili rari e altre amenità musicali), ma anche dalla perizia con cui la mixano (solo per averne un assaggio, guardate il cambio al minuto 6.30 di questo video creando una perfetta sinfonia deep-house, mi sono seduta davanti a un panino con il polpo per parlare con le due C’est Qui della scena underground di Seul oggi.

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Quando avete cominciato a pensare alla musica nei termini di vostro possibile lavoro futuro?
Naone: È difficile—bella domanda! Io ho cominciato a suonare quando ero molto piccola. Come ogni bambina coreana, i miei genitori mi hanno fatto suonare strumenti musicali, tipo il piano. Il primo a cui mi sono davvero appassionata è stato il flauto. Ma poi i miei mi hanno impedito di continuare perché era una cosa senza sbocchi futuri, secondo loro. Nella società coreana è normale dover trovare un lavoro d’ufficio, far soldi, metter su famiglia e… sono le uniche cose che i miei genitori volevano che facessi. Io invece no, volevo fare altro! Qualcosa che mi appassionasse. Cercando modi per mantenere vivo il mio amore per la musica, non solo ne ascoltavo in continuazione ma ho cominciato ad andare nei club. La prima volta che sono entrata in discoteca ho pensato, “Oddio, che figo!” Avevo un obiettivo preciso: volevo sentire la mia musica preferita nei miei posti preferiti. È così che ho deciso di diventare una DJ.

Closet Yi: Per me è stato un percorso più lineare. Ero all’università e avevo un amico che aveva cominciato a fare il DJ, tutto qui. Era il periodo in cui i piccoli club cominciavano ad avere una programmazione un po’ più internazionale, un po’ diversa da quella degli anni Ottanta e Novanta. Penso che sia stato un momento propizio in cui cominciare a fare musica. Ho avuto subito molte occasioni, sono stata fortunata. Poi ho pensato che potevo provare altre cose, organizzare feste etc. E quando stavo per laurearmi, un paio di mesi fa, ho pensato, “Questa è l’unica cosa che voglio fare.”

E poi come avete cominciato a fare musica insieme?
CY: Oh, nei club! Fino a quel momento suonavamo da sole, e anche la sera che ci siamo incontrate. Poi abbiamo fatto un back to back…

N: Dovevamo suonare da sole, in teoria, e Closet Yi aveva suonato prima di me. Quando è stato il mio turno l’ho vista in cabina e le ho detto, “Dai, facciamo un b2b!” Ed è scattato qualcosa, e ci siamo dette che volevamo farlo più spesso. All’inizio era tutto lì—“Facciamolo più spesso.” Poi però abbiamo deciso di fare delle feste insieme, siamo diventate un duo e un’amica ci ha dato l’idea per questo nome bellissimo, C’est qui [ chi è, in francese]. È cominciata così, in modo molto spontaneo.

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Prima mi raccontavate della scena musicale di Seul e di come negli ultimi anni sia cambiata. Penso che si possa dire che state contribuendo a cambiarla voi stesse: avete appena fatto una data a Berlino, e dopo l’Italia andrete in un “tour” in Asia, tra Cina e Giappone
CY: Ora non è più una scena appena nata, ci sono buoni club, quattro o cinque. Sta crescendo, ma è sempre una lotta: ci sono tanti dj in città, ma la gente non li segue abbastanza—diciamo solo che le feste non sempre sono piene. Dall’altra parte ci sono un sacco di cose ancora da scoprire, per esempio nei prossimi mesi suoneremo a feste in location insolite, fuori dai club. Ecco, penso che un sacco di persone stiano cercando di fare cose nuove, e questo è molto stimolante.

N: Noi non abbiamo la storia che c’è in Europa, noi stiamo costruendo la scena… Siamo contente di crescere—cioè, se stiamo crescendo, ne siamo felici—e vogliamo davvero dare il nostro contributo alla scena underground di Seul, tornare là per condividere la nostra esperienza, cosa abbiamo visto e sentito all’estero… Siamo entusiaste del futuro.

Be’, credo che stiate facendo anche un po’ da testimonial, se non altro agli occhi europei, di una realtà in fermento.
CY: La differenza rispetto all’Occidente è che qui non è considerato un lavoro. Molte persone in Corea non sanno cosa sia, un dj. Forse a Londra se dici alla gente che sei un dj lo capiscono, che gli piaccia o meno. Spesso però a Seul se lo dici ti rispondono, “E quindi cosa fai?”

N: Sì, e spesso aggiungono, “E cosa fai in quei posti?” Perché le discoteche sono percepite come un luogo dove vai a rimorchiare o farti rimorchiare… Hanno una fama orrenda. Soprattutto nella generazione dei miei genitori. E pensa che non ci ubriachiamo nemmeno!

So che avete una conoscenza musicale quasi enciclopedica— Hijack Your House , il libro in cui Closet Yi e altri hanno ripercorso i decenni passati della cultura musicale underground di Seul, è una vera chicca—ma mi fate un nome di un artista che ha davvero influenzato la vostra musica?
N: L’anno scorso ero a Berlino per il sesto compleanno della Boiler Room e ho visto suonare Honey Dijon. È stata davvero un’esibizione potente, non avevo mai incontrato fino a quel momento una figura potente di una dj donna che manda fuori di testa il suo pubblico. Mi sono detta, “Anch’io sarò così, voglio arrivare al suo posto e farlo anch’io!” Quando ha finito, sono corsa da lei e le ho detto, “Sei il mio sogno!” Lei è pazzesca, mi piace la sua musica e come mixa, la sua personalità e quello che rappresenta.

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CY: Quando suoniamo insieme siamo d’ispirazione l’una per l’altra, perché non so cosa suonerà Naone prima di me… È tutto molto spontaneo, quando suoniamo per me l’ispirazione arriva da lì.

N: Ops, dovevo dirlo anche io forse! La mia DJ preferita è lei ovviamente! Anch’io, anch’io!

CY: Come selector, ammiro molto lo stile dei DJ coreani che sono venuti prima di noi. Cito sempre Soulscape di 360sounds, un finissimo collezionista di musica coreana e non solo, e JNS di Honey Badger Record, che fa house e techno. La loro attitudine nei confronti della musica è umile e appassionata, e io li ammiro moltissimo.

In Europa e negli Stati Uniti molte artiste donne stanno mettendo in discussione il modo in cui l’industria musicale si relaziona a loro. Ai festival viene giustamente chiesto di offrire pari opportunità ad artisti uomini e donne. Com’è la vostra esperienza di dj e donne?
CY: Per quanto mi riguarda, penso che mi siano state date molte opportunità all’inizio proprio perché ero una donna, e ‘spiccavo’ alle feste—vedi, direi che è doppio sessismo. Ma se poi non avessi suonato la musica giusto, non sarei dove sono ora. Comunque, anche se sembra che ci sia più attenzione per le artiste donne oggi, la verità è che chi ha davvero potere nell’industria musicale, chi gestisce le etichette, i direttori dei festival e chi prende le decisioni sono ancora soprattutto uomini. Io voglio solo lavorare sodo e un giorno essere nella posizione di poter dare le opportunità che io stessa ho ricevuto a chi le merita, senza distinzioni.

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N: Certo, essere una donna nell’industria musicale può sembrare anche più facile. Allo stesso tempo se non siamo brave ‘abbastanza’ veniamo giudicate più severamente: “Oh, è perché è una donna.” Noi, secondo me, dobbiamo faticare il doppio per non sentirci fare commenti simili. Comunque, generalmente non mi reputo nemmeno una donna che suona. Suono e continuerò a suonare, qualsiasi cosa mi dicano gli altri. Noi amiamo la musica, tutto qui.


Crediti

Testo di Elena Viale
Fotografia di Glauco Canalis

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