Pubblicità

siamo stati al dour, il festival più selvaggio d'europa

Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, ma ora ci vorrete disperatamente andare anche voi.

|
lug 16 2018, 2:33pm

Nella vita, come in tutto il resto, ho sempre tifato per i perdenti. Per chi parte con probabilità di vittoria minime, o addirittura inesistenti. Forse è per questo che il Dour Festival mi è piaciuto così tanto e sono così triste di essere di nuovo a Milano. La sua è una storia di riscatto per eccellenza: snobbato per lungo tempo da stampa e critici musicali, l'anno scorso ha registrato 242.000 presenze e finisce ormai regolarmente in tutte le guide ai migliori festival europei. Era il cavallo su cui nessuno avrebbe mai scommesso, ma ha vinto e si è portato a casa tutto, lasciando a bocca aperta e portafoglio vuoto chi aveva puntato sul nome favorito.

In Italia, però, continua a essere pressoché sconosciuto. Basta una ricerca veloce su Google.it per accorgersene: in pochi ne parlano, nonostante faccia numeri importanti in termini di presenze e i nomi in line-up siano sempre eccellenti (dopo ve ne parlo nel dettaglio, ma qui trovate l'elenco completo degli artisti presenti quest'anno). Quei pochi che ne parlano, comunque, lo definiscono uno degli eventi migliori d'Europa. Il nome arriva appunto dal paese che lo ospita, Dour, che conta a malapena 16.000 abitanti ed è esattamente quello che ti aspetti da una località sperduta nelle campagne del Belgio francofono: tante mucche, tanti casolari sperduti nel nulla e orizzonti pianeggianti che sembrano non avere mai fine. Lo spazio perfetto in cui far confluire, metaforicamente parlando, tutti gli abitanti di Venezia o Messina. Ma proprio tutti.

Di questo festival dicono che è internazionale, indipendente e multiculturale. A questi tre aggettivi aggiungo libero, perché mi è capitato raramente di osservare persone così diverse in un solo luogo e così a loro agio nella loro pelle. Si va dal frequentatore incallito di festival, quello che ha appeso allo zaino un portachiavi fatto di tutti i braccialetti dei precedenti eventi musicali a cui ha partecipato, all’amante dell’elettronica che si sente tranquillo solo se nel raggio di cinque metri dalle sue orecchie rimbomba una cassa dritta. Ci sono gli hippie, ammesso e non concesso che ancora esistano, arrivati qui in autostop e che tra pochi giorni ripartiranno con il pollice alzato alla volta del festival successivo. Ci sono le Insta-Girl con il viso ricoperto di strass e brillantini, shorts con le frange e immancabili occhiali da sole anche dopo il tramonto. Ci sono rispettabilissimi banchieri e avvocati che per il weekend mettono da parte il completo giacca e cravatta, si caricano sulle spalle una cassa di birra e dimenticano il mondo fino alle 23 di domenica sera. Ci sono famiglie con ingenti quantità di tappi per le orecchie e passeggini.

Eppure l'aggettivo che meglio descrive il Dour è un altro ancora: raw. Termine inglese difficile da tradurre, indica un qualcosa o qualcuno di vero, non costruito né finto, che si mostra in tutta la sua crudezza e proprio per questo acquista un valore aggiunto impossibile da replicare. Perché la bellezza di questo festival, e di tutto ciò che è raw, sta nella spontaneità più assoluta. Niente è studiato a tavolino, nessuno si è vestito in un certo modo solo per essere fotografato, tutto è vivo. Non vi fidate? C'è l'aftermovie dell'edizione 2017 a farvi cambiare idea. Ma occhio, perché poi l'istinto di comprarsi i biglietti per quella del prossimo anno potrebbe diventare ingovernabile.

Pubblicità

Essendo situato in Belgio, e più precisamente nella zona meridionale, a pochi passi dal confine francese, mi aspetto di trovare un clima nordico di tutto rispetto, invece si muore di caldo e torno a casa con una bella scottatura. Niente fango, ma polvere ovunque; più che in Belgio, sembra quasi di essere al Coachella, solo che qui si parla francese e non ci sono influencer. E neanche Beyoncé. Tolto il fattore meteorologico, per il resto questi cinque giorni di musica sono l’emblema del festival nordeuropeo per eccellenza: tanta attenzione all’ambiente, tutti educati e precisi, birra che costa quanto l’acqua e una serie di facilities che rendono l’esperienza ancora più godibile, come le stazioni per ricaricare il cellulare sparse un po’ ovunque, distributori di protezione solare e una security che farebbe impallidire quella di numerosi aeroporti. Ci controllano borse e zaini tre volte, passiamo attraverso i metal detector e ogni astuccio viene accuratamente spulciato, sempre con il sorriso sulle labbra e un inglese perfetto ovviamente. È come essere nell'Eden, ma al posto dell’Albero della conoscenza ci sono turbine eoliche a rendere il tramonto ancora più poetico.

Altro dettaglio che risalta agli occhi di noi abituati al concept italiano di festival sono le mille bancarelle e stand che ti accompagnano lungo il percorso, rendendo gli infiniti vialoni che collegano i diversi palchi decisamente più tollerabili. Anzi, proprio interessanti. Ci fermiamo dai ragazzi Komono, attirate dalla possibilità di farci fare un video in VR e provarci tutti i loro coloratissimi occhiali da sole; una manna dal cielo, visto che stiamo strizzando gli occhi davanti al sole da almeno due ore. Entriamo poi nella piccola camera con green screen e facciamo il nostro #mydancevid, una clip di 15 secondi in cui balliamo e ci godiamo per qualche secondo l'aria condizionata. Ce la mandano subito, in due minuti è su Instagram e con un po' di rammarico abbandoniamo i 18 gradi dello stand. Sigh.

Tutto bello fin qui, certo, ma poco conta il contorno se non c'è sostanza. E a un festival, quella sostanza sono gli artisti che ci suonano. Qui a Dour sono tanti, e tutti ottimi. I palchi sono sette, ognuno dedicato a un genere diverso e pensato per rendergli la miglior giustizia possibile. Noi gravitiamo principalmente attorno a Elektropedia, enorme spazio a cielo aperto in cui ballare techno, elettronica e dance dalle 3 del pomeriggio alle 3 del mattino. Di quando in quando ci spostiamo verso altri lidi, passando da Jon Hopkins a Mura Masa. Da The Black Madonna agli Alt-J. Da Ken Boothe ai Chemical Brothers. Dai Floating Points a Fatima Yamaha. Un turbinio di suoni che più diversi non si può, e noi ci adattiamo.

In tutto questo assurdo correre da un palco all'altro, le infinite declinazioni della bandiera belga su ogni spazio e superficie ci ricordano che altrove si stanno giocando le finali dei Mondiali di calcio. Ovviamente c'è un maxi schermo dedicato, ovviamente ce ne teniamo alla larga. Ma quando sabato il Belgio batte 2-0 l'Inghilterra, guadagnandosi così il terzo posto assoluto, sentiamo un boato incredibile e da quel momento tutto diventa una festa di proporzioni gargantuesche. Si balla, si ride e si festeggia; se diciamo che siamo italiane ci guardano con l'aria dispiaciuta, noi che neanche ci siamo qualificati. Pacca sulla spalla e via sotto il prossimo stage.

Sabato notte c'è Daniel Avery che ci fa volare; sta suonando per la settima volta al Dour Festival (il suo primo set qui risale al 1997, per capirci) e continua comunque ad ammaliare tutti. Chiudiamo la domenica e salutiamo il Belgio con Amelie Lens, stanchi morti ma euforici, perché torniamo a casa con la certezza di aver visto più live in tre giorni qui che nei sei mesi precedenti. L'unico rimpianto? Non essere stati qui anche giovedì per l'esibizione di Mr Oizo. Sarà per il prossimo anno.

Segui i-D su Instagram e Facebook.

Pubblicità

Completamente diverso per line-up, atmosfere e concept, ma altrettanto bello, è stato il Terraforma. Ve lo abbiamo raccontato attraverso le parole dei suoi partecipanti:

Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Giorgia Imbrenda

more from i-D