Pubblicità

undercover e takahiromiyashitathesoloist portano il futuro in passerella

Un'epica sfilata in bianco e nero che presagisce un futuro distopico, ma in cui tutti indosseremo abiti sartoriali.

|
gen 16 2018, 3:30pm

Fotografia di Vanni Bassetti

Pubblicità

Jun Takahashi di Undercover e TAKAHIROMIYASHITATheSoloist sono amici da molto tempo, ma al Pitti hanno deciso di rafforzare ulteriormente il loro rapporto, presentando le loro collezioni in una sola sfilata tenutasi presso la Stazione Leopolda di Firenze. E se la presenza di Takahashi in Europa non stupisce—Undercover è un habitué della Settimana della Moda di Parigi—il 2018 è stato il primo anno in cui Miyashita ha sfilato fuori dai confini del Giappone dopo aver abbandonato il suo brand Number (N)ine, nel 2009.

Le aspettative erano altissime ben prima che le luci abbagliassero gli spettatori della sfilata e le prime note di Atmosphere riecheggiassero per gli ampi spazi della stazione fiorentina. E nessuno dei due le ha deluse. Disegnando nell'isolamento generato dalle musiche dei Joy Division, Takahashi e Miyashita hanno deciso di giocare insieme al Pitti Uomo e rielaborare un brief a specchio isolation and order / order and isolation. Entrambi hanno lanciato segnali d'allarme sartoriale, preoccupati per un futuro gestito dalle macchine. Un po' come se Stanley Kubrick dirigesse Black Mirror.

Attraverso i quasi tre decenni della sua storia, il motto di Undercover “We Make Noise, Not Clothes” ha spinto il brand creativo a dar vita a collezioni gioiose e contemporaneamente sinistre. Ispirandosi per questa collezione al grande classico di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello Spazio, tagliando, incollando e manipolando scene dall'immaginario sci-fi del regista in abiti distopici e d'impatto.

E se i riferimenti cinematografici di Jun Takahashi erano immediati, Miyashita ha scelto di affossare i suoi sotto strati e strati d'utilitarismo e armature. Dopo il lancio di TAKAHIROMIYASHITATheSoloist nel 2010, il timidissimo stilista ha sempre lasciato che fossero i suoi abiti a parlare, comunicando le sue idee attraverso una linea sartoriale altamente artigianale e decostruita fino all'esasperazione. "Mi sento più libero, sapendo che sto disegnando una collezione per il mio brand," ha confessato lo stilista in una rarissima intervista con Style Zeitgeist lo scorso anno. "Questi abiti sono molto più vicini alla mia personalità di quanto non lo fossero quelli di Number (N)ine."

Impossibile sapere con certezza cosa passasse per la testa di Miyashita mentre disegnava la collezione a/w 18. L'unica cosa sicura sono le forme del menswear rielaborate e destrutturate che ha presentato in passerella, una sorta di uniforme per ninja nomadi di un'era postapocalittica. E se il futuro non sembra riservare niente di particolarmente positivo, accogliamolo almeno con un look degno di questo nome.

more from i-D