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tatuaggi e vinili rarissimi: un pomeriggio con mino luchena

Tatuatore conosciuto in tutta Italia, ma anche grande esperto di sottoculture e musica underground, Mino ci ha spiegato perché tutte le mode di oggi non sono che rielaborazioni di cose già viste e sentite.

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lug 16 2018, 8:45am

Fotografia di Maurizio Annese

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Sono le 14:00 di un'afosa domenica d'inizio luglio. Il caldo mi si appiccica addosso mentre cammino lungo il curatissimo viale che da Villa Arconati-FAR mi conduce al bosco antistante. Nella radura sta suonando Mino Luchena e la scena ha un che di surreale: mentre dalle imponenti casse arriva 'O Sarracino nella sua versione dei Jaguars, nello spazio di fronte al palco il pubblico si scatena felice. Avvicinandomi, mi accorgo che si tratta in gran parte di persone straniere, ma il fatto che la musica sia squisitamente italiana non sembra turbare i loro animi. Nessuno sembra accorgersi dei 35 gradi, della polvere, del sole che picchia forte sulla nuca e tutti continuano a ballare, sorriso stampato in faccia e succo di frutta in mano per combattere l'inevitabile calo di zuccheri.

Aspetto che Mino finisca di suonare in una piccola zona d'ombra e mi godo le good vibes che il suo set emana a profusione. Suonare a un festival la domenica all'ora di pranzo è un rischio per qualunque artista; la gente è ancora in fase REM, o quasi, e non ha voglia di muoversi a tempo di musica. Eppure, non appena Mino mette su il primo 45 giri, tutti si assiepano davanti a lui e iniziano a far oscillare braccia e gambe. Nel giro di un'ora e mezza, quello stesso pubblico si adatta senza neanche una smorfia alle evoluzioni sonore di Mino, che passa con eleganza da vecchi vinili italiani a pezzi hardcore di nicchia.

Siamo alla fine della sua esibizione. Si avvicina a me con un sorrisone stampato in faccia e una valigia dall'aria decisamente pesante in mano. Dentro c'è una piccola parte della sua collezione di dischi, quelli che ha suonato poco fa e di cui tra qualche minuto inizieremo a parlare. Arriviamo nel backstage—che è poi una piccola area all'aperto a cui si accede oltrepassando maestose statue parzialmente ricoperte da una folta vegetazione—e iniziamo a chiacchierare, ognuno con il suo succo di frutta in mano per cercare di gestire al meglio l'afa insopportabile.

Ciao Mino! Iniziamo subito parlando del tuo set qui a Terraforma 2018, perché è stato piuttosto diverso dai tuoi soliti live.
Sai, oggi in giro mi conoscono come supporter e ballerino di Gabber Eleganza, collegandomi istintivamente solo a quel genere musicale. Ma la mia passione per la musica è nata ben prima che la gente si accorgesse del lavoro che faccio insieme ad Alberto [Guerrini, fondatore prima del blog Gabber Eleganza e oggi DJ conosciuto in Italia ed Europa con lo stesso moniker, NdA] e abbraccia scene e decenni molto diversi tra loro. Sono un collezionista di dischi italiani da tanto tempo, e la mia è una ricerca estremamente settoriale, specifica.

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Qui al Terraforma ho suonato alcuni dei 45 giri della mia collezione, tutti italiani e nella maggior parte dei casi risalenti agli anni '60 e '70. Mi sono avvicinato a questa musica perché i dischi li ho sempre comprati ai mercatini dell'usato, e specialmente all'inizio mi sono un po' dovuto far andar bene quello che trovavo. Ai tempi ascoltavo tanto Frat Rock, un genere nato tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 in cui confluiscono cose molto diverse tra loro, ma tutte accomunate da un certo grado di demenzialità, così mi sono messo a cercare una sorta di equivalente italiano.

E come hai scelto i dischi da portare oggi?
Nel mio set di oggi ho messo tutta quella roba che ti ho appena descritto, insieme a cose più beat e soul. In Italia, negli anni '60 andava molto forte, ma si manteneva comunque all'esterno del contesto americano. Ad esempio, quello che all'estero è conosciuto come Northern Soul, in Italia veniva inserito in un calderone più ampio, quello del Freak Beat, che poi in realtà qui tutti chiamavano Shake, perché quando lo ascolti ti devi muovere, non riesci a stare fermo.

Inoltre, sono un appassionato di Demo Tape, o B-Side. Negli anni '60 il loro equivalente erano i sette pollici, cioè quei dischi che permettevano di creare musica anche a piccole etichette e gruppi totalmente sconosciuti. Nei mercatini, cercando bene, se ne trovano un sacco. Li vedi lì e pensi "ma sì, se l'hanno stampato vuol dire che sarà comunque istituzionale, prodotto con cura," invece è l'esatto opposto: sono dischi fatti dal macellaio di quartiere, da chi faceva il musicista per hobby.

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Possiamo definirla musica underground, quindi?
Il loro intento non era quello di fare musica underground, ma di fare qualcosa di fruibile all'interno di spazi molto piccoli, che andavano dal quartiere alla comunità locale. Torniamo all'esempio del macellaio, perché funziona benissimo; lui magari faceva registrare un disco al complesso in cui suonava il figlio, poi lo dava in omaggio alle sciure che la domenica mattina andavano a comprare la carne nel suo negozio.

Ecco, il quel disco non suonerà bene, non sarà perfetto e avrà dei difetti, perché comunque si tratta di un lavoro amatoriale. Ed è questa è la forza, il coefficiente aggiunto in quello che cerco io a livello musicale. In uno dei miei dischi preferiti, che oggi per ovvi motivi non ho suonato, il cantante va completamente fuori tempo rispetto alla base, ma a me il suo fregarsene e registrare lo stesso fa impazzire. Positivamente, intendo [ride, NdA].

Il pubblico oggi era davvero internazionale. Personalmente, non avevo mai visto così tanta gente straniera a un festival italiano. Come hanno preso la tua scelta di suonare solo dischi italiani?
La gente mi sembrava piuttosto felice e divertita. Il fatto di aver suonato molti pezzi twist sicuramente ha aiutato a creare un clima così partecipato, perché anche se non conosci, o proprio non capisci, le parole, il ritmo è così veloce e coinvolgente da prenderti comunque. Certo, non c'era la cassa dritta e quindi chi già mi conosce musicalmente magari all'inizio ha un po' storto il naso, ma sono le tre del pomeriggio, la gente ha anche voglia di ascoltare cose più leggere, no?

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Sapendo che mi sarei trovato davanti un pubblico in parte anglofono, ho deciso di mettere alcuni pezzi inglesi molto famosi, ma rifatti in italiano. Magari non capisci le parole di Per Vivere Insieme de I Quelli, ma la base è quella di Happy Together dei Turtles, quindi la canzone ti è familiare, alla fine la conosci e la balli più coinvolto.

Tu sei anche un tatuatore piuttosto conosciuto. Come combini le due cose?
Sono due cose diverse, che non vanno combinate. Il mio lavoro è fare i tatuaggi. Tatuare è la passione della mia vita, la mia priorità assoluta. Però, tra il tempo che passo in studio e altre cose, alla fine i dischi a casa me li ascoltavo ben poco, allora ho pensato "perché non metterli durante gli eventi che organizzano i miei amici?" E così è stato. In più, i dischi mi piace ascoltarmeli a volume alto, quindi ho trovato la mia dimensione ideale in questa seconda passione.

Quindi ora se devo suonare mi prendo due ore libere, ma io non sono e non mi considero un DJ. Sono uno che colleziona dischi e che, se gli chiedono di suonare in giro, lo fa molto volentieri. La mia professione è quella del tatuatore, quando metto i dischi è un ritagliarmi del tempo libero per fare qualcosa che mi piace.

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Torniamo un attimo al punto di partenza, cioè alla tua vicinanza al mondo gabber. Come vedi il ritorno di questa sottocultura degli ultimi tempi?
Bisogna guardare al momento storico in cui ci troviamo. A livello di trend è vero che lo stile gabber sta tornando, ma quello che vedo io è un interesse sempre maggiore per estremismi e sottoculture in generale. Io in queste cose ci sguazzo alla grande, perché da sempre la mia è una ricerca capillare di tutto ciò che sta ai margini del socialmente accettato, come gli Sharpies australiani o gli Skinhead inglesi. In quest'era super digitale la sottocultura gabber ha avuto una diffusione senza precedenti. Certo, dietro c'è tanta ignoranza, come sempre accade quando si parla di movimenti underground che arrivano a farsi notare dal mondo mainstream, però a noi questa roba piace, ci è sempre piaciuta e ci piacerà sempre, indipendentemente da mode e trend.

Che poi, a dirla tutta, l'universo gabber non desta già più l'interesse di prima. Ormai la gente guarda alla breakcore anni '00, gli piace e anche se non sa cos'è se la ascolta volentieri. Ogni periodo ha i suoi revival, e va bene così; l'importante è che di quelle sottoculture non si perda l'anima solo per un'estetica. È per questo che quando preparo un set ci metto tanta passione, tanto tempo e tanta ricerca. Chi ti ascolta alla fine ti sta dietro, spetta a te che stai mettendo i dischi dargli non solo musica ballabile, ma un contesto più ampio del mondo in cui quella musica è nata.

Se sei uno scemo a cui il mondo gabber piace solo perché va forte su Instagram, peggio per te.

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Sempre al Terraforma, ma con l'obiettivo puntato sul pubblico:

Crediti


Intervista di Amanda Margiaria
Fotografia di Maurizio Annese

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