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l'horror più terrificante degli ultimi anni raccontato dal suo regista

Ma niente spoiler, promesso.

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giu 20 2018, 12:55pm
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Ari Aster è uno sceneggiatore e regista 31enne il cui film d'esordio ha messo in stato d'agitazione i critici e terrorizzato il pubblico. Si chiama Hereditary, fa davvero paura ed è il film di cui probabilmente più si è parlato quest'anno al Sundance perché capace di ampliare i confini dell'horror e insediarsi in territori cinematografici inesplorati. L'obiettivo di Aster infatti non era esclusivamente quello di realizzare un film che facesse paura, preferendo sfruttare il genere cinematografico di riferimento come tramite per esplorare altri temi.

"Volevo parlare di lutto, del modo in cui lo affrontiamo e degli effetti corrosivi che ha sulla coesione famigliare," mi spiega Aster. "Nel cinema occidentale si racconta la morte sempre nello stesso modo, perché è quello che il pubblico vuole: una famiglia subisce una perdita, i sopravvissuti soffrono, piangono, si disperano e infine scoprono che tutto quel dolore ha rafforzato il loro legame. Io avevo in mente qualcosa di diverso, ma sapevo che un film drammatico non avrebbe funzionato. Così ho pensato che quello che è un deterrente per un genere, può diventare una virtù per un altro." L'horror gli ha servito su un piatto d'argento il modo di raccontare una storia di sofferenza senza lieto fine e avere comunque un pubblico.

Hereditary non è il solito horror, insomma, ma vi terrorizzerà comunque. Si tratta di un film che chiede ai suoi spettatori di immergersi in mondi cupi e oscuri a cui penserete per giorni, settimane e forse anche più a lungo. A renderlo così coinvolgente è la bravura di Aster nel trasformare i drammi familiari in momenti di puro terrore. È il lavoro di un autore che spinge il pubblico a entrare in contratto con i protagonisti, e poi li distrugge. Il suo approccio al filmmaking è caratterizzato da una forte attenzione al dettaglio che si traduce concretamente nella creazione di sotto trame complesse per ogni personaggio. Toni Collette interpreta brillantemente una madre che deve affrontare demoni familiari e lutti profondissimi, riuscendo a trasmettere tutta la disperazione della donna. Il cast si completa poi con i due figli, le cui performance aumentano ulteriormente il coefficiente emotivo della pellicola. "Durante le audizioni mi hanno colpito subito. Alex Wolff è stato incredibile, così come Milly Shapiro. Sono entrambi attori professionisti e ho capito in un attimo di volerli nel mio film."

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Nel cuore di Hereditary c'è l'idea di essere maledetti, incapaci di fuggire al proprio destino e incatenati alle sorti della propria famiglia. Idea in parte autobiografica, perché anche gli Aster hanno vissuto un periodo simile. "Quando succedono cose orribili, magari in rapida successione, ci si sente perseguitati, come se una forza oscura stesse scrivendo il nostro destino. Una parte del film si concentra proprio su questo, sulla sofferenza che si prova in casi simili." Il regista vede infatti un richiamo diretto tra la sensazione di impotenza e la situazione culturale attuale. "Hereditary esce in un momento storico in cui sentirsi disarmati è la norma, specie a livello politico. E non parlo solo degli Stati Uniti, ma anche dell'Europa. Avere l'impressione di non avere il controllo, anche quando si è in totale disaccordo, come se la nostra vita non fosse davvero nostra. Volevo ragionarci su, capire il perché di questa condizione."

Niente spoiler, ma quello che succede in questo film ti incasina davvero il cervello. Come è riuscito il regista a scrivere e mettere successivamente in scena una sequenza così disturbante? "Quando scrivi la sceneggiatura di un horror, parte del divertimento sta proprio nel capire cosa riuscirà a turbare le persone. La mia preoccupazione principale era quella di evitare che il risultato finale sembrasse un'idiozia. Il modo in cui viene recitata una scena è tutto. Non avevo paura che fosse too much, ero determinato a spingermi oltre i confini prestabiliti, ma volevo farlo nel modo giusto. Tutto sta nel creare un film d'impatto, ma senza sadismo gratuito."

A colpire la critica è stato in particolare il fatto che Herstory sia il primo film di questo regista. Ma Aster si occupa da tempo di cinema: scrive sceneggiature da quando è un adolescente e dopo l'università ha realizzato diversi cortometraggi. "Avevo una decina di script pronti, ma solo cinque o sei mi convincevano davvero; di questi, due sono arrivati vicinissimi alla realizzazione. Insomma, so benissimo cosa significhi vedere un progetto a cui tenevo svanire nel nulla. Però sono un tipo testardo, quindi ho continuato per la mia strada, scrivendo trame difficilmente adatte al mercato cinematografico. Anche sul budget sono stato molto puntiglioso: non volevo scendere a compromessi, nonostante spesso i film di debutto siano prodotti con pochissimi mezzi." La determinazione di Aster è stata poi ripagata; ha capito quale tipo di pellicola avrebbe ricevuto facilmente finanziamenti e l'ha scritta. "Sono felice di essere riuscito a fare comunque qualcosa di vero e personale, che mi interessa davvero. Non ho scelto la strada più facile da percorrere."

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Gli chiedo infine cosa lo ha spinto Ari a non darsi per vinto, nonostante i rifiuti e le occasioni perse. "So che è un cliché, ma la perseveranza in questi casi è tutto. Ho la fortuna di avere un'immaginazione vivace, vedo i film nella mia testa e so perfettamente come voglio realizzarli. Questo mi aiuta a concentrarmi e continuare. Devo solo realizzare ciò che già ho in mente. Infine, è molto importante riflettere sul perché teniamo così tanto ai nostri progetti. Non tanto per spiegarlo a possibili clienti o agli amici, ma per poter essere sempre onesti con se stessi."

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

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